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Balotelli e il Razzismo: tra discriminazione e diritto alla contestazione (I Parte: dagli spalti)

di Emanuele Atturo

Balotelli zittisce2

Domenica scorsa è andato in scena l’ennesimo capitolo della saga Balotelli e Il Razzismo, una storia che va avanti sin dal momento in cui Mario Balotelli ha calcato i campi della serie A per la prima volta.

Il rapporto tra Balotelli e praticamente tutte le curve di serie A è piuttosto particolare, privilegiato direi; certo, diversi “negri” in passato sono stati fischiati e sono stati vittime di episodi di razzismo, ma possiamo dire che Super Mario è speciale, in nessun frangente, in nessun contesto, in nessuno stadio ci si toglie lo sfizio di riservagli il trattamento completo: fischi, bu bu e vari e ingegnosi cori che ruotano attorno alla sua morte. La cosa davvero straordinaria è che nemmeno un Europeo da protagonista, con una doppietta in semifinale contro la Germania, lo ha riscattato da questo profondo, terribile odio che il tifo italiano cova nei suoi confronti. Sto per dire una banalità.

Balotelli è un tipetto antipatico: Il fatto è che Balotelli è antipatico. Molto antipatico.

E lo è in diversi modi e sotto diverse gradazioni, e lo è in modo davvero speciale per ognuno di noi. A me, per esempio, sta molto simpatico: mi sta simpatica la sua cialtroneria, la sua volgarità, la sua arroganza (perché motivata): lo ritengo un grande filantropo, un vero artista, un meraviglioso giocatore.

Ogni volta che penso a Mario Balotelli io penso a tutte queste cose e penso che mi sta molto simpatico. Fino a che non me lo ritrovo avversario e allora tutte queste belle qualità diventano una piaga antropologica e Balotelli diventa un’inesauribile fonte di tensione e odio, umano e sportivo.

Nella serata di domenica Balotelli sembrava che avesse pescato la carta del Risiko “fai espellere un giocatore della squadra avversaria” e ha passato il secondo tempo a cadere per terra, a mettersi le mani in faccia e a lamentarsi con l’arbitro. Non esattamente una cosa che ti fa stare tranquillo. L’odio dei tifosi della Roma contro Balotelli arriva a domenica ma ha un sapore antico, che passa per il “Romano di merda” rivolto a Totti con conseguente calcio, e parte da qui, al minuto tre:

Slalom tra 5 difensori, svenimento in area: rigore. Palla all’angolino e dito sulla bocca per zittire la curva. Ecco, quando fa così Balotelli diventa difficile che ti sia simpatico. Non è mancanza d’equilibrio, o semplice rosicata, è che si sta proprio rivolgendo a me. Se Balotelli dopo aver simulato e segnato il rigore zittisce la mia curva (già ammutolita) io, da casa, mi sento coinvolto e zittito e, soprattutto frustrato, perché non posso fare niente: lui è forte, è ricco, giocherà ancora per 15 anni da avversario, ci può ancora fare potenzialmente un milione di gol e rispetto a tutto questo lui mi ricorda con un gesto la condizione a cui sono confinato: quella di stare zitto, e a me non mi rimane che odiarlo, odiarlo forte. Poi la partita si chiude e quando Balotelli smette di essere mio avversario – per 363 giorni all’anno – mi sta molto simpatico per tutte quelle ragioni per cui l’ho odiato (quando è addirittura dalla Mia parte, con la maglia della nazionale, è una vera catarsi).

Amico/Nemico: Nel calcio, quando gioca la tua squadra, è in atto la dialettica Amico/Nemico, una contrapposizione piuttosto banale entro cui far rientrare qualsiasi elemento e manifestazione di vita si abbia dentro uno stadio (o dentro un televisore contenente uno stadio). Dentro questa dialettica ci sta buona parte della bellezza della passione sportiva (passione/ossessione, a dire il vero). È una cosa molto naturale e molto ovvia, ma, allo stesso tempo, molto difficile da capire per chi non ha mai tifato per una squadra, per chi non sa cos’è un fuorigioco o per chi ha un fascio di luce sotto agli occhi e si chiama Paola Ferrari.

È dentro questo contesto che va inquadrato l’odio per un giocatore e i conseguenti insulti, ed è proprio in questo contesto che molti hanno cercato di spiegare e minimizzare gli insulti razzisti rivolti a Balotelli, da 5 anni a oggi, ma qui ci arriviamo dopo.

Cosa ne pensa del Razzismo? Per ora occupiamoci dell’altra parte, tutto un altro filone di persone – preti, novelli Savonarola e generici fustigatori della morale pubblica – che preferisce inorridire e condannare senza se e senza ma tutti questi episodi, cercando di tirare a sé, nel rimprovero collettivo, chiunque capiti a tiro. È da ieri sera per esempio che tutti sono costretti a rilasciare dichiarazioni stampa a seguito della domanda “Cosa ne pensa del Razzismo?”. “Alessandro Borghese, cosa ne pensa del razzismo di ieri in Milan-Roma, lei si dissocia?”, che è un po’ come chiedere a una persona sana di mente cosa pensa dello stuprare a sangue una giovane vergine. Cosa ne devo pensare? mi dissocio. Così i giornali sono pieni di dichiarazioni di persone rispettabili costrette a dissociarsi (come se fossero implicitamente associate) dal razzismo.

Il punto è che queste persone non hanno la minima idea della dialettica che abbiamo sopra citato e non sanno fare dei distinguo rispetto a quello che succede in campo. Maestra assoluta di questa retorica sconfortante è Lucia Annunziata, che, dopo il fatto Boateng, ha avuto il coraggio di mettere su una puntata di “mezz’ora” in cui tutto aveva a che fare con la sua raffinata teoria secondo cui i fischi a Boateng contro la Pro Patria fossero causati dall’esistenza della Lega Nord. Qui la potete rivedere.

Tutto ciò che è Razzismo: Bisogna però aver chiaro un punto: utilizzare il colore della pelle per contestare un avversario, seppure è in atto la logica rituale amico/nemico, non è tollerabile, è razzismo. Molti portano avanti la teoria che “non è razzismo, è che il tifoso vuole danneggiare il giocatore in campo con l’insulto che gli fa più male, e quindi il colore della pelle, e quindi non è razzismo”; provate a fare un ragionamento del genere a gente tipo Chuck D dei Public Enemy o a Spike Lee e vi ritroverete con del piombo caldo in mezzo agli occhi.

Gridare un bu bu ululato e ritmato a un giocatore di colore significa, anche su un campo da calcio, riesumare una storia di violenza, di discriminazione, di schiavismo, di diritti negati e farlo con un funzione inequivocabilmente denigratoria, in altre parole è razzismo, non ci stanno cazzi. Non so se questo è anche il caso di Milan-Roma, perché nessuno ha davvero specificato che tipo di insulti siano stati rivolti a Balotelli e ho il vago sospetto, come ce l’ho avuto in altri casi simili, che i tifosi avversari stessero semplicemente contestando e fischiando e cantando cori inneggianti alla sua morte (il sempreverde “Se saltelli muore Balotelli”). E sulla questione i tifosi della Roma, c’è da dire, avevano messo le mani avanti da tempo

Striscione Balotelli

Ma, in tali casi, è davvero giusto e necessario fare dei distinguo?

Diritto alla contestazione: Il punto è proprio questo: è possibile che qualsiasi contestazione rivolta a un giocatore di colore deve essere necessariamente interpretata come “razzismo”? Rispondere a questa domanda in Italia è molto difficile perché il contesto dietro al quale rispondere è piuttosto viziato. È innegabile infatti che ci sia una quantità preoccupante di persone che odia Balotelli perché ha avuto la colpa di indossare la maglia della nazionale con la sua pellaccia negra; è innegabile che molte volte il bu bu scimmiesco nei suoi confronti è stato inequivocabile.

In mezzo a questo contesto culturale, di radicato razzismo di molte curve e di inconsapevole fascismo della popolazione, diventa, a dire il vero, quasi legittimo affrettarsi a condannare a-criticamente qualsiasi manifestazione che possa essere anche minimamente interpretata come razzista. Legittimo ma forse improduttivo.

D’altro canto, la mia idea è che non si possono privare i tifosi del diritto alla contestazione, allo sfogo, ai fischi. Il calcio è uno straordinario generatore di tensione, incanalata il più delle volte all’interno del regime logico Amico/Nemico, che è una dialettica essenzialmente rituale. Per capire la differenza tra cos’è rituale e cosa non lo è basterà dire che c’è una grossa differenza tra l’augurare la morte a Balotelli sugli spalti di uno stadio e uscire fuori da quello stesso stadio prendere una pistola e sparargli. C’è di più: è forse gridare quel coro, liberare quella tensione, che fa sì che tu non esca dallo stadio con una beretta in mano (e se non trovi Balotelli poi spari a tua moglie).

Violenza Rituale vs Violenza Reale: Il problema della violenza del calcio – che, precisiamo, è una cosa che esiste DA SEMPRE – riguarda mantenere questo delicato equilibrio tra violenza rituale e violenza reale. Quando la tensione non si conclude dentro alla performatività del rito calcistico ma deborda, arrivano i problemi. Consentire che questa tensione si esaurisca dentro il campo dovrebbe essere la strada giusta, e questa strada non prevede alcun tipo di repressione. Tuttavia, fare insulti razzisti è in qualche modo far uscire la violenza fuori dal campo, per la natura socialmente e storicamente terribile della denigrazione. Non vorrei apparire cerchiobottista ma è su questo esile equilibrio che si gioca la sottile giustizia etica nel calcio: garantire il diritto alla contestazione e all’odio rituale, creare una cultura che metta dei paletti inviolabili su alcune questioni come quella razziale.

La brutale e semplicistica stroncatura di tutte le questioni da parte della stampa garantisce in qualche modo questo equilibrio? La mia idea è che si cerchi di affrontare una questione molto complessa con delle modalità inadeguate che comunicano solo un messaggio di repressione.

Ho anche l’impressione che questa campagna di repressione nasconda in realtà un’ipocrisia ben più terribile che ha a che fare con come la stampa tratta, o ha trattato, il fenomeno Balotelli in questi anni. Modalità che nascondono un razzismo più sottile ma altrettanto feroce che andremo a vedere nella seconda parte di questo articolo.

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Emanuele Atturo Semiologo scarso, fantasista discreto, ha giocato una vita a Tennis per potersi raccontare di un talento calcistico inespresso. Vive e studia a Bologna, dove si fa venire i crampi collaborando per Atlas Magazine @Perelaa

Emanuele Atturo

Ha fondato e diretto Crampi Sportivi dal 2013 al 2014, Oggi è caporedattore centrale per Ultimo Uomo e collabora per diverse riviste tra cui DUDE Magazine e Atlas

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  • Paolo

    Ciao Emanuele. Volevo farti una domanda che deriva da una discussione avuta qualche giorno fa. La domanda è: fino a che punto un’imprecazione nei confronti di un giocatore nero può considerarsi razzismo? Mi spiego meglio: io, da tifoso del Cagliari, catturato totalmente dallo spirito calcistico durante la partita, posso essere definito razzista se dopo l’ennesima cagata di Ibarbo grido al mister: “Basta, toglimi sto cazzo di negro!”? Quello che voglio dire è: quanto significato può avere una parola detta rispetto a ciò che dice la propria coscienza? Per fare un esempio: quante volte tra amici, quando si parla di donne e ragazze si arrivano a fare delle battute che rasentanto il machismo più estremo? Eppure tutti possiamo affermare di non essere tali né in ciò che pensiamo, né nella prassi con cui ci relazioniamo al sesso femminile, proprio perché si tratta di puro sarcasmo, che è lo stesso sia quando apostrofo con l’aggettivo “frocio” un amico senza comunque avere nulla contro gli omosessuali, sia quando chiamo “negro” un giocatore della mia squadra non per fare della discriminazione razziale, ma per inquadrare il suo atteggiamento (che è quello del passivismo nel caso dell’amico “frocio”, magari quando in una serata alcolica dà forfait prima del tempo, mentre quello del vittimista il secondo, ad esempio quando passa metà partita a buttarsi in terra, a recriminare falli che non ci sono e a lamentarsi di tutto e tutti). Ecco, da semiologo cosa ne pensi?

    • http://eatturo.wordpress.com Emanuele Atturo

      Ciao Paolo, provo a risponderti anche se la grandezza del tema trascende di gran lunga le mie competenze.
      Per me, di base, un insulto razzista è un insulto razzista. Non c’è contesto d’uso che ne possa cambiare il significato (o anche solo la connotazione): usare la parola “negro” è segno di razzismo. Come usare la parola frocio per indicare passività è segno di omofobia.
      Il contesto dello stadio è molto particolare. Come provo a spiegare nell’articolo esiste una dialettica amico/nemico che ha una valenza fortemente rituale e che incorpora più o meno tutte le espressioni di discorso che vengono elaborate dal pubblico. Nonostante questo un insulto razzista trascende la dialettica da stadio ed entra nella società, e fa danni.
      In generale ti rimando a un bell’articolo sulla questione, scritto dall’amico Alessandro Lolli, che spiega come utilizzare certe espressioni denunci tutto un’armatura di pregiudizi che vestiamo in modo inconsapevole. L’articolo è questo: http://www.softrevolutionzine.org/2014/linguaggio-politicamente-corretto/

      Grazie per il commento,
      a presto

  • Paolo

    Ti ringrazio! Ho apprezzato molto questo articolo, ma posso dire di non essere in totale sintonia con l’autore. L’articolo in questione analizza una situazione in cui l’uso e abuso di termini offensivi per certe categorie rientra nella sfera dello scherzo. Ecco, secondo me non ci si concentra mai troppo su questa tipologia di sfera, e inoltre non si dà la giusta importanza a quel particolare fenomeno italiano del “politicamente corretto”. Ricordo con disgusto le testate dei nostri giornali dopo la nomina a Ministro della Sig.ra Kyenge e quell’autocompiacimento per un fatto “straordinario”: il nostro primo Ministro “di colore”! Sinceramente la presi male. Non potevo credere che nel 2013 un tale avvenimento potesse sconvolgere le coscienze dei più, per cui mi chiesi per l’ennesima volta: quanto valore ha il mio sarcarmo in confronto a questo razzismo travestito da buone intenzioni? E inoltre quanto narcisismo si nasconde in questa mossa mediatica sullo stile: “guardate come siamo bravi, abbiamo anche un Ministro di colore!” che è un po’ come quelli che dicono: “non sono razzista, ho anche la badante rumena!”. Detto questo, è secondo me importante interpretare il linguaggio prettamente giovanile del politicamente scorretto come una sorta di resistenza all’ipocrisia. Dal canto mio credo che se un giorno tutti saremmo liberi di dire “negro” o “troia” o “frocio” senza essere etichettati come razzisti, maschilisti e omofobi, vorrà dire che la discriminazione sarà finalmente superata perché apparirà ormai qualcosa di assurdo, e quelle parole perderanno la connotazione negativa. Purtroppo, dal momento che il mondo reale è celato per far spazio a una sua rappresentazione immaginaria, ho imparato a giudicare in base a quello che uno fa piuttosto che a quello che uno dice. Già sappiamo quanti tra quelli che si reputano “compagni” siano in realtà dei potenziali Himmler! Perciò concludo sostenendo che quella linguistica può diventare una battaglia seria pur prendendo avvio da uno scherzo. Sarà che sono sempre stato un grande estimatore del motto “Una risata vi seppellirà”.