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Ciclismo, Sport

Giro D’Italia 2013: l’impresa di Vincenzo Nibali lo squalo di Messina

di Andrea Minciaroni

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Sotto una corsa bagnata e costantemente caratterizzata dal maltempo solo uno squalo poteva spuntarla: Vincenzo Nibali. Il siciliano è la conferma più bella dell’ultima edizione del Giro d’Italia in grado di costringere alla resa corridori come Cadel Evans e Bradley Wiggins, il baronetto inglese vincitore lo scorso anno del Tour De France. In un percorso di tremiladuecento km Nibali ha mandato ko ogni avversario possibile dominando dall’inizio alla fine.

Due cose certificano la bellezza di questo giro: la prima è la supremazia dello squalo, come lo hanno soprannominato i suoi fan, che da corridore troppo spesso accusato di scarso acume tattico diventa il leader illuminato della corsa e con il passaggio dalla Liquigas all’Astana prende per la prima volta i gradi di capitano gestendo la corsa dall’inizio alla fine. La seconda è la sconfitta di Sir Wiggins e di tutto il team Sky. La Sky è il Bayern Monaco del ciclismo, solo che a differenza del Bayern non diverte ma annoia. Il loro modo di interpretare le gare si riassume in questo modo: tiro la corsa dall’ inizio alla fine, impedisco ogni attacco possibile attraverso dei ritmi sostenuti e impossibili portando cosi l’avversario allo sfinimento fisico e mentale. Insomma zero attacchi, zero spettacolo.

Peccato però che il Giro D’Italia non sia il Tour De France e questo giochino, riuscito alla perfezione lo scorso anno in un percorso ridicolo disegnato su misura per favorire Wiggins e portarlo ai giochi olimpici di Londra con la doppietta oro più Tour, si interrompe all’improvviso alle prime difficoltà dell’inglese. Nella settima tappa del giro da San Salvo a Pescara si inizia capire come andranno le cose: Wiggins va in difficoltà in discesa nella strada bagnata, Nibali lo attacca e guadagna quasi un minuto e mezzo. Il giorno dopo, nella tappa a cronometro verso Saltara, in cui tutti prevedevano la spallata al Giro da parte di Wiggo pronosticando un vantaggio di almeno un paio di minuti ai danni del siciliano, avviene il mezzo miracolo. Nibali perde solo diciassette secondi e conquista la maglia rosa, grazie anche al vantaggio accumulato nei giorni precedenti. I morsi dello squalo iniziano a fare male e per Wiggins inizia il calvario. Nelle nona tappa verso Firenze, tra le discese bagnate delle splendide colline toscane, sir Bradley va ancora una volta in difficoltà facendo uno sforzo sovrumano per rientrare in gruppo e non cedere altri secondi preziosi.

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Con le prime montagne le cose continuano a peggiorare e, verso il primo arrivo ad alta quota nell’altopiano del Montasio, il baronetto cede altri quarantuno secondi alla maglia rosa mentre il vincitore dello scorso anno il canadese Ryder Hesjedal naufraga del tutto arrivando con mezz’ora di ritardo e uscendo fuori classifica. La corsa continua e big non si muovono ma dopo tre giorni la svolta Wiggins ed Hesjedal non si vedono al foglio firme: ritirati. A questo punto solo due avversarsi impensieriscono Vincenzo: Cadel Evans e Rigoberto Uran, quest’ultimo promosso come nuovo capitano Sky al posto di Wiggo, grazie anche al vantaggio accumulato con la vittoria del la tappa del Montasio.

Dopo tre tappe relativamente tranquille caratterizzate dal dominio di Mark Cavendish, il più forte velocista degli ultimi dieci anni (centra cinque volate su sei durante il Giro) si arriva alla quattordicesima tappa. Il tempo però non perdona e gli organizzatori del Giro sono costretti al cambio del percorso, eliminando l’ascesa finale verso Bardonecchia in favore del monte Jeaffreau. All’improvviso si torna indietro di cinquant’anni, il maltempo e le nuvole non fanno sconti impedendo agli elicotteri Rai di alzarsi in volo per trasmettere la diretta della corsa. Che finale però! con la sola disponibilità delle telecamere fisse piazzate negli ultimi cinquecento metri del percorso l’intera corsa subisce un repentino cambio di prospettiva. Tu non segui più il corridore ma lo aspetti come se fossi in strada. Da un manto di nebbia fitta in stile Silent Hill escono fuori solo in due: Santambrogio e Nibali. La maglia rosa benedice la vittoria di Santambrogio evitando lo sprint finale e “accontentandosi” di guadagnare rispettivamente: un minuto e mezzo su Evans e due su Uran.

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Qualcuno dice che il ciclismo è più testa che gambe e la tappa sul Galibier ne è la prova concreta. Dopo un anno difficile passato sempre ai margini, per Giovanni Visconti è il giorno del riscatto. Lo scorso anno sulle strade del Giro un attacco di panico lo costringe al ritiro, per il tre volte campione nazionale è l’inizio della fine. Niente vittorie e un blocco psicologico che lo ingabbia in una spirale di insicurezza, paura, e frustrazione. Serve la Francia per farlo rinascere e sul Galibier centra una fuga a sette riuscendo a rimanere da solo sulle rampe del Telegraphe, fino a raggiungere il traguardo vicino al monumento di Marco Pantani, che sta lì a commemorare il logo ove nel 1998 scattò regalando all’Italia quella maglia gialla che manca ormai da quindici anni. Sarà mica una coincidenza che Visconti sia nato lo stesso giorno del pirata? Passano soli due giorni e a conferma di una rinascita spirituale: Visconti stacca nuovamente tutti nello strappo finale verso Vicenza conquistando la diciassettesima tappa. Commovente.

Si arriva all’ultima settimana del Giro la più spettacolare, come da tradizione. Nella cronoscalata di venti km da Mori a Polsa Vincenzo Nibali compie il secondo miracolo dando una spallata quasi definitiva al Giro d’Italia. Fatto fuori lo specialista numero uno delle crono Bradley Wiggins, per lo squalo è il momento di mettere il sigillo definitivo. La maglia rosa esce fuori dal velodromo di Mori come un fulmine, come un shuttle impazzito sotto i meteoriti di un tempo apocalittico, ad ogni intermedio è sempre avanti a tutti e agli ultimi metri il pugno al cielo è il sigillo alla novantaseiesima edizione del Giro. Conquista la tappa e accumula quattro minuti di vantaggio sul primo e il secondo della generale. Ma lo squalo è un predatore e la fame continua a mordere lo stomaco.

Il giorno dopo il penultimo tappone di montagna viene cancellato definitivamente. Saltano anche i percorsi alternativi verso il Tonale e il Castrin. Si potrebbe aprire una parentesi sul perché la corsa più bella e dura del mondo sia sempre stata subalterna ai calendari UCI del Tour de France e della Vuelta, gare che notoriamente si corrono in temperature estive… ma lasciamo perdere e torniamo in corsa.

Manca ancora la tappa regina del Giro D’italia quella verso le Tre Cime di Lavaredo. Niente da fare però il maltempo continua a trafiggere la gara ma con un colpo di coda finale e kg di sale cosparso tra le strade gli organizzatori riescono a salvare perlomeno l’arrivo finale a quota 2304 metri con una pendenza media degli ultimi tre km del 12% con strappi fino al 18%. Ogni anno il Giro presenta arrivi ad alta quota spettacolari in grado di raccogliere il tifo di un paese intero. Ci sono però quelle tappe dal sapore diverso quelle che entrano di diritto nella storia, come il Galibier di Pantani nel ’98, come lo Stelvio di Coppi nel ’53. Le tre cime è una di queste. Non è necessario capire le dinamiche meta-scientifiche della tattica, di come si organizza un treno per una volata, di come si costruisce una fuga, di come si effettuano i cambi per tirare una corsa. No: bastano solo gli ultimi tre km di questa tappa per capire cosa sia il ciclismo, che cosa abbia rappresentato e cosa rappresenterà per la memoria di un paese intero.

Sotto una tormenta di neve e qualche grado sotto zero a tre km dall’arrivo Vincenzo Nibali compie il terzo miracolo, l’ultimo. Con un vantaggio ormai sopra i quattro minuti su Evans e Uran non è necessario muoversi basta salire regolari e controllare l’avversario, ma le cose non sono cosi semplici se da quando hai iniziato a correre ti chiamano lo squalo. Basta uno scatto secco e un andatura forsennata per riprendere i fuggitivi e fare il vuoto. Il resto poi è storia, è leggenda, è l’epica delle due ruote. Sei tu da solo contro la neve, contro il freddo, contro un salita che non finisce ma si allunga all’infinito, contro chi ti abbraccia rischiando di farti cadere, contro chi ancora non molla e tenta di riprenderti, contro te stesso e le tue fragilità, quelle di un ragazzo semplice che viene dal sud e che ora vede tra sé e il mito solo tremila metri di distanza. I tremila metri più lunghi, i più difficili e i più belli. L’arrivo è teso, straziante, ma hai conservato ancora le ultime forze per guardarti indietro per capire che non c’è più nessuno, per baciare la fede che porti al dito e alzare le braccia al cielo ancora una volta, ancora più in alto.

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Finisce cosi il Giro D’italia. Il giorno dopo verso Brescia è solo una passerella, una festa che consacra Vincenzo Nibali come il re delle due ruote, come il corridore che l’Italia aspettava da qualche anno. Contador e Froome sono avvertiti: il prossimo obbiettivo è riportare la maglia gialla in Italia.

A.M.

Andrea Minciaroni