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PLAYOFF NBA 2013: Primo Turno West Coast (Spiegato a chi non capisce una cippa di basket)

di Redazione Basket

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Los Angeles Lakers 0 – San Antonio Spurs 4

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12 Aprile 2013. Stagione regolare. Kobe Bryant palla in mano, spalle a canestro dagli 8 metri, giravolta a sinistra e penetrazione. Dopo il primo passo si accascia a terra. Si è staccato il tendine d’achille, come una corda di chitarra troppo tesa che si strappa e si arriccia all’indietro. Kobe si alza, zoppica alla linea del tiro libero, mette i due canestri e poi si trascina nei sotterranei dello Staples Center. Dovendo fare un riassunto un po’ grossolano e superficiale del finale di stagione dei Lakers, potremmo dire che è stato questo episodio a spegnere la luce definitivamente sui giallo-oro. Questa estate con l’acquisto di Dwight Howard e Steve Nash dovevano essere la super squadra da battere, ma come ci insegna la storia, il basket, molto più di altri sport, non si fa con le figurine, ma con un sistema di gioco, di equilibri e di compattezza tra gli interpreti. Se penso ad una squadra con queste tre caratteristiche penso ai San Antonio Spurs, squadra inossidabile se ce n’è una. Un sistema collaudato in ogni minimo particolare, che per quanto mi riguarda ogni tifoso vorrebbe avere alla propria squadra del cuore. Aggiungeteci 3 giocatori di classe e intelligenza argentea, un allenatore ex-intelligence dell’esercito degli Stati Uniti d’America. San Antonio non ha pietà dei Lakers e non permette l’avverarsi di storie americane quali “i Lakers pieni di infortuni e impalpabili per tutta la stagione si risvegliano ai playoff, arrivano in finale, torna Bryant e vincono l’anello”. No ragazzi, non qui, non oggi. Kobe, che rischia la carriera, durante la serie ha twittato aggiustamenti tattici e consigli ai suoi, ma l’angelo custode non è bastato. Voi prendete carta e penna e segnatevi questo: San Antonio Spurs – Duncan, Ginobili, Parker.

Memphis Grizzlies 4 – Los Angeles Clippers 2

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I Clippers dopo tanto rincorrere sono ora la miglior squadra di Los Angeles, per vittorie, alchimia e spettacolo. Non hanno tutti i tifosi vip dei Lakers, ma hanno Billy Cristal, buttalo via. Hanno Chris Paul, l’uomo a cui probabilmente affidereste il pallone per l’azione che decide la vostra vita. Hanno Blake Griffin, uno che può saltarvi oltre senza interrompere le vostre cose. Hanno poi qualche altro pazzo volante e poca tattica. Poi ci sono i Grizzlies: bella la storia dei Grizzlies, zero appeal a livello mediatico, franchigia giovane cresciuta sulle spalle di Pau Gasol ceduto ai lakers per pochi spiccioli e il fratello (Marc Gasol), il quale, non del tutto aspettato, è divenuto un dei migliori lunghi della lega. Un cristo di 2,16 con le mani di un pianista e l’intelligenza di uno scenziato. Aggiungeteci Zach Randolph, un gangster dalla faccia da buono, evidenti chili di troppo ma un istinto per i rimbalzi e un gioco in post che non ha nessuno nella lega e capite che Memphis le sue partite se le gioca sotto al ferro: rallenta il gioco, da la palla ai due centroni e gioca un basket a tratti perfetto. E questo fa la differenza più dei pazzi che saltano il mondo, più del miglior playmaker della lega. Quindi avanti i Grizzlies e occhio che i ragazzi sanno giocare.

Oklahoma City Thunder 4 – Houston Rockets 2

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Okc, squadra giovane, squadra di giovani, fresca e baldanzosa. Nata nel 2008 sulle ceneri dei Seattle Supersonics, oggi è alla ribalta e favorita per la finale. Caratterizzata, fino allo scorso anno, da tre super-giocatori da fumetto. Kevin Durant: prendi un giocatore fortissimo e mettilo nel corpo di una mantide religiosa alta 2.10, paura no? Russell Westbrook: prendi il ragazzino che alle medie ti aspettava fuori scuola col motorino, dagli energia infinita, salto infinito, tiro infinito (quasi infinito), cattiveria infinita e diverse lineette di pazzia. Poi cambia scuola media. James Harden: qui, per vostra sorpresa, mi appello alle prime e ultime parole sagge di Guido Bagatta, che lo ha definito:”Talebano Punk Rock”. Prendete un Talebano con la barba lunghissima, mettetelo dentro il corpo di un punk con la cresta, mettetelo dentro il corpo di una straordinaria guardia tiratrice e penetratrice, ecco fatto il papocchio. Destino ha voluto che Harden, anche detto “Il Barba”, quest’anno sia passato ai Rockets. Quindi questa serie è una specie di derby tra giocatori fumettosi. Alla fine l’hanno spuntata i Thunder, ma la battaglia è stata dura e Russell “ragazzino delle medie” Westbrook si è infortunato seriamente per la prima volta nella sua carriera. Okc passa il turno, ma ce la farà il nostro Durant ad affrontare quei cattivoni dei Memphis Grizzlies senza il suo fido Russell “Robin” Westbrook?

Golden State Warriors 4 – Denver Nuggets 2

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La serie si prospettava divertente: sia Denver che Golden State giocano un basket atipico fatto di velocità e talento offensivo. Spiegare i Golden State Warriors è difficile. Lo è come spiegare gli stati uniti, troppa roba.  Golden State è una squadra allenata da un pastore di anime, Mark Jackson (un vero reverendo), il cui giocatore chiave pesa poco più di ottanta chili. Ecco parliamo di lui, Stephen Curry, probabilmente la cosa più bella da vedere in questi playoff: tutto quello che fa sul campo è bello, addirittura lui è bello. Anche questo concetto estetico è difficile da spiegare, dovreste andarvelo a guardare: tiro da 3 perfetto per esecuzione ed efficacia, ball handling (gergo per come tratti la palla) unico che gli permette di passare la palla in qualunque modo da qualunque punto e un senso per la penterazione che sembra quasi davvero stiamo parlando di sesso, in definitiva un ballerino. Intorno a lui coach Jackson ha assemblato un gruppo serio, dove Klay Tomphson è il futuro e Harrison Barnes da 4 atipico ha fatto impazzire Denver. I ragazzi di coach Karl arrivano ai playoff senza il giocatore chiave, quello che tutti volevamo vedere li, ma che si è fottuto un ginocchio, Danilo Gallinari. L’italiano era un leader in una squadra che, per composizione, non ha leader: tanti buoni giocatori in grado di prendere tiri, una sorta di democrazia ateniese sotto il ferro che tanto aveva pagato in stagione regolare. Ecco che, però, anche la democrazia ha i suoi difetti e in un evento così duro e intenso come i playoff NBA, se non hai uno con le palle a cui dare il pallone nei momenti difficili, rischi di bloccarti, faticare a trovare il canestro e subire le vagonate di talento degli avversari, come accaduto contro i Golden State Warriors.

(Continua)

Valerio Coletta, Marco D’Ottavi

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Raccolti alla fermata del bus, vivono con la costante paura che Vince Carter li tratti come Frederic Weis.
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