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Pallone

A ventisei metri dal Mito – Approssimazione ad Álvaro Recoba

di Sebastiano Iannizzotto

RECOBA ILLUSTRAZIONE

Illustrazione di Bea Gozzo

“Se nel Parque Central c’è una statua di Carlos Gardel, non ne facciamo una al Chino? È arrivato all’altezza di Dio.”
Eduardo Ache, presidente del Nacional de Montevideo, mecenate

Recoba y Gardel

Finalmente la bella statuina è qualcun altro.

MINUTI DI RECUPERO (PARTE 1)

Ci sono molti modi per entrare nella Storia. Se parliamo di calcio, in realtà, ce n’è uno solo: vincere. A volte non bastano le magie e i gol: con quelli, al massimo, entri dalla porta sul retro e ti piazzi in una posizione marginale.
Álvaro Alexánder Recoba Rivero, il 9 novembre 2014, ha sfondato le porte della Storia per entrare direttamente nel Mito.
Il Nacional de Montevideo ha pareggiato al 91’ contro gli arcirivali del Peñarol. Due minuti dopo, l’arbitro fischia una punizione. La porta degli Aurinegros è distante ventisei metri. Al Parque Central, la hinchada dei Tricolores trattiene il fiato. Attorno al punto di battuta c’è un capannello di maglie giallonere. I calciatori del Peñarol hanno paura. Quando l’arbitro li convince ad allontanarsi e a formare la barriera, il numero 20 del Nacional poggia il pallone a terra e si allontana; poi torna indietro, si abbassa e lo sistema con cura, come se cercasse un punto esatto in cui il suo sinistro bacerà il cuoio. Tutte queste operazioni durano troppo. Ma siamo in Uruguay e si sa che una partita di calcio, in America Latina, non è mai solo una partita di calcio. La barriera del Peñarol cerca di avvicinarsi: è un altro segnale della paura.
Nel frattempo, il numero 20 del Nacional è pronto: è a tre/quattro metri dal pallone, con le mani sui fianchi. Si spazientisce, lui vorrebbe calciarlo subito. Si guarda intorno: le panchine, le tribune, la hinchada dei Tricolores galvanizzata e quella degli Auringeros intimorita. Il peso della sua storia è tutto sul piede sinistro.

COME DIEGO?

Recoba debuttò l’11 gennaio 1995, con la maglia del Danubio. Aveva 17 anni e il suo talento destò presto le attenzioni del Peñarol e del Nacional Montevideo, i club più importanti del fútbol charrúa. L’accordo con gli Aurinegros sembrava chiuso, ma saltò tutto quando il presidente José Pedro Damiani si rifiutò di acquistare il pacchetto di calciatori (Néstor Correa, Ricardo Bitancort, Jorge Puglia) imposto dal procuratore Paco Casal per mettere sotto contratto il Chino. Ceferino Rodríguez, presidente del Nacional, non tardò molto a farsi sotto e accettò l’imposizione di Casal: era disposto a tutto, pur di far indossare la Tricolore a quel ragazzino con gli occhi a mandorla.
Sulle spalle aveva il numero dieci. Un numero che si porta dietro, soprattutto in Sud America, il fantasma ingombrante di Maradona, l’incarnazione del genio, del talento allo stato puro. E quel fantasma fu evocato in una partita contro il Wanderers: Recoba partì dalla sua metà campo e arrivò nella porta avversaria dopo aver saltato sei avversari (portiere incluso).

 Quello che impressiona sono la sicurezza con cui porta avanti il pallone, accarezzato sempre con il sinistro, le sterzate, i cambi di passo, il controllo sicuro, le accelerazioni. E, soprattutto, la sfrontatezza che lo porta a contare sul suo talento, a crederci in modo un po’ arrogante.

È un gol distante dagli altri gol a cui ci avrebbe poi abituato el Chino: i tiri da lontanissimo (potenti e precisi allo stesso tempo), le punizioni, gli olimpici. Il tempo avrebbe consacrato l’idea di un calciatore piuttosto statico (secondo i detrattori, perché in realtà sapeva cambiar passo), una sorta di pedina da subbuteo meravigliosa nel tocco di palla e nel tiro, ma poco incline alle lunghe cavalcate. Ma nel ’97, a ventun’anni, Recoba segnò “el mejor gol del año”, come tiene a ribadire il titolo del video su YouTube, in pieno stile Maradona.
Dando un’occhiata agli altri gol segnati con la maglia del Nacional nel biennio ’96-’97, vedremo che ci sono già i pezzi migliori del suo repertorio:

– tiro a giro da fuori area

Recoba_tiro_a_giro

– inserimento da seconda punta in velocità e dribbling del portiere

Recoba_salta_il_portiere

– calcio di punizione da distanza siderale

Recoba_punizione_Nacional_96_97

– rigore preciso.

Recoba_rigore_portiere_bislacco

Per non farsi mancare niente, segnò anche di destro.

Recoba_di_destro

Un hincha del Nacional, in quel ragazzino con i capelli neri a caschetto, gli occhi a mandorla e il dieci sulle spalle, ci vide un nuovo idolo, el crack che avrebbe trascinato i Tricolores alla conquista di campionati nazionali e Libertadores, l’uomo di cui avere la maglia ogni volta che si va sulle tribune del Parque Central. Paco Casal, invece, ci vide una possibilità economica da sfruttare, un talento da trasferire subito nella vecchia Europa, terra del calcio che conta e, soprattutto, terra in cui circolavano molti soldi. Casal trovò l’accordo con l’Inter, senza, pare, il consenso della Comisión Directiva del Nacional. Moratti versò una cifra pari a sette miliardi di lire e portò Recoba a Milano.

UN SINISTRO FENOMENALE

 L’estate del 1997, per ogni tifoso interista, fu l’estate di Ronaldo. Luís Nazário da Lima fu il fiore all’occhiello del mercato estivo del presidente tifoso Massimo Moratti, il suo primo vero colpo a effetto: dopo aver sognato Eric Cantona, ecco che arrivava il Fenomeno. Quell’estate, però, arrivò a Milano un ragazzo uruguaiano con gli occhi a mandorla.

presentazione chino

Da Montevideo a Milano: la marcia in più è il cappellino Pirelli.

All’esordio contro il Brescia, tutti gli occhi di San Siro erano puntati su Ronaldo. Cervone parò tutto e, quando non ci arrivarono le sue mani, fu la traversa a negare il gol al Fenomeno. El Chino guardava la partita dalla panchina. La capienza del Parque Central di Montevideo è di 30.000 persone: quel pomeriggio di fine agosto, al Meazza, gli spettatori erano più del doppio. Gigi Simoni decise di giocarsi la carta Recoba al settantaduesimo: sembrò più una mossa della disperazione, il tentativo di rimettere in piedi una partita stregata. Un minuto dopo, però, fu l’esordiente meno atteso a travestirsi da fenomeno: Dario Hubner fece calare il gelo a San Siro. Allora el Chino dovette pensare che è sempre una questione di tempo, che ce n’è uno propizio e uno infausto, che l’espressione “al posto giusto al momento giusto” può essere davvero beffarda, a volte: esordire in Serie A proprio nel giorno di una disfatta casalinga contro una provinciale come poteva esserlo il Cerro in Uruguay non è quello che si aspetta Recoba quando calpesta per la prima volta il prato del Meazza. Oppure, e forse è l’opzione più probabile, l’unico pensiero nella testa del Chino è quello che ha fin da bambino: quando prende a calci un pallone, vuole divertirsi. Sì, i gol fanno parte del divertimento. E i gol di Recoba sono di una bellezza abbacinante.
Prima pareggiò con un tiro di sinistro da fuori area.

Recoba_1_gol_contro_Brescia

Una ridefinizione del concetto di “tiro da fuori area”.

All’ottantacinquesimo calciò una punizione forte e precisa da lontanissimo.

Recoba_2gol_Brescia

 Una ridefinizione del concetto di “distanza”.

Dopo due gol del genere, l’unica cosa da fare era questa: riconoscere il genio con un gesto simile a un’investitura.

Moriero_lustra_scarpa_Recoba

 La pacca di Ronaldo funziona come una benedizione papale.

Sette anni dopo, sulla riva settentrionale del Rio de la Plata, Recoba avrebbe calciato una punizione da una distanza minore, ma la situazione sarebbe stata la stessa: ultimi minuti di gioco, partita ferma sull’uno a uno, tifosi che trattengono il fiato e incrociano le dita (o fanno gli scongiuri, dipende). L’unica differenza è che quella punizione calciata al di là dell’Atlantico avrà un peso diverso. Maggiore. Sarà la porta attraverso cui entrare nel Mito.

La stagione 1997/1998 dell’Inter si concluse con la vittoria della Coppa Uefa al Parco dei Principi e con il grande dispiacere per il campionato perso tra i veleni per quello scontro diretto con la Juve finito tra le polemiche per il crash test tra Ronaldo e Iuliano nell’area di rigore bianconera ingnorato da Piero Ceccarini.
Recoba, oltre alla doppietta contro il Brescia, segnò solo un altro gol nelle otto apparizioni in Serie A. Il bersaglio, questa volta fu l’Empoli (contro cui, nove anni dopo, avrebbe mostrato cosa intendono i sudamericani con l’espressione “gol olímpico”). Erano passati quasi sei mesi dai lampi all’esordio. L’Inter era di nuovo sotto di un gol, invischiata nelle sabbie mobili di una partita opaca. Il Fenomeno non brillava, allora arrivò l’uruguaiano dagli occhi a mandorla: calciò da cinquanta metri, dopo una rapida occhiata da sotto la frangia nera alla porta difesa da Roccati.

Recoba_gol_Empoli_97_98

 Il concetto di “distanza” gli sta proprio a cuore.

Gli aspetti abbaglianti del talento, per me, sono tre: la rapidità di esecuzione del gesto, l’incoscienza che ti spinge a provare una cosa impossibile, la semplicità che si posa come un velo di seta su una cosa in realtà difficilissima. Queste tre cose sono evidenti in ogni gol del Chino. Sono i tre pilastri del suo gioco, le colonne su cui ha poggiato una carriera strana, per alcuni incompiuta e riassumibile, adesso, in un periodo ipotetico di terzo tipo, irrealtà nel passato, per altri (per lo più tifosi del Nacional, o nostalgici dell’Inter, o, come me, persone che il mercoledì sera con amici e colleghi cercano sempre un sinistro a giro perché erano adolescenti quando Recoba indossava la maglia nerazzurra) è l’incarnazione del genio, la meraviglia dell’inatteso, la migliore manifestazione dello spirito dell’America Latina, il realismo magico (1) portato su un campo di calcio.

“Forse il fatto di avere avuto un po’ di talento innato mi ha giocato un po’ contro perché mi sono accontentato di quello che avevo e questo a fine carriera sarà un rimpianto. Oggi per esempio non ho la stessa mentalità di quando avevo vent’anni. Se avessi avuto prima questa mentalità sarebbe stato tutto diverso. Con gli anni ti rendi conto che tante cose ti servivano ed io ho fatto poco per migliorare quello che avevo di innato.”
Recoba si interroga sulle qualità innate dell’essere umano, in un’intervista del 2012

 

tutto quello che recoba avrebbe potuto essere se non fosse stato recobaSe mai qualcuno decidesse di scrivere una biografia del Chino, il titolo potrebbe essere questo: “Tutto quello che avrebbe potuto essere Recoba, se non fosse stato Recoba” (in realtà una biografia ufficiale esiste già e si chiama “Yo vi jugar al Chino”, scritta a quattro mani da Alejandro Luzardo e Fermín Solana).

VOCE DEL VERBO DISFRUTAR

“I sei mesi al Venezia me li sono goduti. Non avevo figli, ero solo con mia moglie. Sentivo meno pressione rispetto a quando ero all’Inter, questa è la realtà.”
Recoba sul godersi Venezia senza stress 

Dopo il ritorno al Nacional, nel 2011, Recoba rilasciò una lunga intervista a decano.com, sito di tifosi tricolores. La parola ripetuta con più frequenza è disfrutar: significa godersi qualcosa, essere in una buona condizione mentale e fisica in modo tale da trarre il massimo da una situazione.

Dopo una stagione e mezza con la maglia nerazzurra, el Chino si trasferì in prestito al Venezia. I lagunari avevano chiuso il girone d’andata al penultimo posto: diciamo che non sembrava proprio la situazione in cui riuscire a godere di qualcosa. Novellino fece giocare Recoba con continuità, schierandolo come seconda punta a fianco di Pippo Maniero.
Continuità: è una parola che viene associata spesso al Chino; secondo molti, è la qualità che davvero gli è mancata negli anni nerazzurri e con la Celeste. L’immagine usata quando si parla di Recoba è quella di una lampadina: Álvaro si accende, ma la luce abbagliante dura poco e il buio torna in fretta. A Venezia non fu così: 11 reti in 19 presenze (uno in meno rispetto al compagno d’attacco Maniero, che però giocò 27 partite), la salvezza conquistata a suon di gol e di prestazioni di altissimo livello. Emblematica la partita contro la Fiorentina: Recoba segnò una tripletta. I primi due gol furono su calcio piazzato: ne approfittiamo per vedere le soluzioni per un portiere quando el Chino tira una punizione.
La prima possibilità è restare immobili e godersi lo spettacolo: la pulizia della traiettoria a giro, il passaggio del pallone sotto l’incrocio, il suono della rete che si gonfia.

Recoba_gol_punizione_Venezia_Fiorentina

La seconda opzione è tentare la parata: il rischio, però, è quello di apparire goffi e di finire sul palo e/o dentro la rete, insieme al pallone.

Recoba_2gol_punizione_Venezia_Fiorentina

Esisterebbe anche una terza opzione: la fuga. Quando Recoba era bambino pare che, non appena prendeva la rincorsa per calciare una punizione, i portieri avversari scappassero via. Il signor Recoba Senior faceva allenare suo figlio con un pallone “appesantito”, affinché el Chino migliorasse la potenza del sinistro. Missione compiuta.
Il terzo gol è la somma del talento e della tenacia: resiste alla carica di un difensore viola e dribbla Toldo.

Recoba_gol_dribbling_portiere_Venezia_Fiorentina

 

L’esperienza che Álvaro non riuscì a disfrutar fu quella con la maglia della Celeste. Gli unici momenti felici furono gli inizi, quando aveva diciassette anni, e le qualificazioni ai Mondiali del 2002. Quello di Korea e Giappone fu un torneo travagliato per l’Uruguay: l’arrivo di Victor Púa sulla panchina della nazionale aveva causato una perdita di concentrazione e la nascita di malumori all’interno del gruppo.

“Non potermi godere il Mondiale mi lasciò una grande tristezza.
Recoba sul paradosso di un cinese triste in Korea

Recoba non aveva le spalle larghe di Obdulio Varela, non ha mai avuto l’attitudine a fare il condottiero: è una dote che sta scoprendo solo adesso che indossa la maglia della Tricolore per la seconda volta in carriera. Il Mondiale 2002 si concluse per el Chino con tre presenze e un calcio di rigore che completò la rimonta (inutile) della Celeste contro il Senegal.  In nazionale si ripropose una costante della carriera di Recoba: non vince e, per ironia della sorte, i successi arrivano tutti quando lui è già lontano.

LA RICERCA DELLA FELICITÀ

“Quei tre campionati lì [vinti dall’Inter di Mancini, n.d.a.] mi hanno reso davvero felice.”
Recoba sul perché è bello vincere lo scudetto, I Signori del Calcio (SkySport, 2012) 

Di quei tre scudetti, in realtà, el Chino ne vinse solo uno, quello della stagione 2006/2007. Quello della stagione precedente, assegnato dopo Calciopoli, non lo sentì suo.

 “Da parte mia penso che quello scudetto l’abbia vinto la Juve perché aveva dei grandi giocatori e se hanno ricevuto degli aiuti saranno felici loro. Io so che il giocatore resta sempre il più onesto, dentro al campo e nel mondo del calcio.”
Recoba attenta alla vita di Massimo Moratti, I Signori del Calcio (SkySport, 2012) 

Dopo i sei mesi sontuosi nella laguna veneta, Recoba tornò all’Inter. Il suo primo tifoso era Massimo Moratti, colui che si era innamorato del Chino due anni prima, vedendolo in una videocassetta. Nei sette anni nerazzurri, Álvaro fu spesso oggetto di critiche: gioca male; è discontinuo (la famigerata lampadina); non si capisce bene quale sia il suo ruolo; il suo stipendio è troppo alto (tra il 2001 e il 2003 fu il calciatore più pagato al mondo); è sempre infortunato (e non sono mai cadute rovinose ed eclatanti come quella di Ronaldo, come quelle che si addicono agli dei o ai miti greci, ma semplici e fastidiosi acciacchi muscolari). Ma chi restò sempre dalla sua parte? Lui, il presidente tifoso.

moratti maglia recoba

L’eleganza del presidente con il venti sulla schiena. Tronchetti Provera ultimo imperatore.

Recoba giocò nell’Inter che non vinceva, in quella squadra che si avvicinava ai successi, magari li sfiorava, ma poi, irrimediabilmente, perdeva, cadeva a pochi passi dal traguardo, andava in pezzi. Dal 1999 al 2005, il leitmotif è sempre lo stesso: i nerazzurri non vincono. L’Inter e Recoba diventarono la stessa cosa: due incompleti, due incompiuti, due eterne promesse. Erano gli anni della pazza Inter: esaltazione per rimonte incredibili (come quella in casa contro la Sampdoria, il 9 gennaio 2005: non è un caso che il tre a due l’abbia segnato el Chino), partite meravigliose a cui seguivano tonfi assordanti. Recoba aderiva perfettamente a quella squadra. In quegli anni, comunque, non smise mai di sorridere. E di cercare di essere felice.

Alla base del rapporto tra Moratti e Recoba c’era un’emozione elementare: il presidente si appassionava come un adolescente ai calciatori talentuosi. Il talento, da solo, non basta. Quello del Chino è una forma di anarchia giocosa e infantile, un ritorno a una purezza fanciullesca, quando il calcio è solo la somma di piccoli gesti fini a se stessi che rendono felici.
Essere felici quando non vinci niente è una roba difficile. Eppure Moratti lo era, quando vedeva giocare il suo pupillo.

LUCI (E OMBRE) A SAN SIRO

Ci sono due macchie nella carriera interista di Recoba, entrambe risalenti alla stagione 2000/2001: il coinvolgimento in Passaportopoli e un rigore sciagurato.
Il passaporto falso fu un’ingenuità sua e di Lele Oriali, un tentativo balordo di aggirare una regola in modo goffo. Quello che pesa di più nella memoria del Chino, probabilmente, è quel maledetto tiro dal dischetto.
L’agosto del ‘97 l’aveva visto esplodere all’esordio in Serie A, tre anni dopo, sempre d’agosto, ci fu la caduta. All’andata dei preliminari di Champions League, contro l’Helsingborg, l’Inter di Marcello Lippi aveva perso clamorosamente, uno a zero. A San Siro la partita rimase bloccata fino al novantesimo, quando Robbie Keane si procurò un calcio di rigore. Sul dischetto andò Recoba: aveva di nuovo l’opportunità di vestire i panni del salvatore, del mago in grado di rompere l’incantesimo. Andersson fece un passo alla sua destra proprio mentre Recoba stava per completare un’interminabile rincorsa: sarebbe stato facile spiazzarlo. E invece no: fu per testardaggine che el Chino non cambiò angolo? Fu per troppa sicurezza nei propri mezzi?

Recoba_rigore_Helsinborg

 La manona di Andersson, il dolore del Chino, le bestemmie di Lippi.

Undici anni dopo, di fronte al vecchio compagno di squadra Fabián Carini, Álvaro Recoba, ricordando quel rigore sbagliato contro l’Helsingborg, avrebbe sentito bruciare sulla pelle, per un istante, la vergogna per l’errore. E avrebbe calciato così, decidendo el  clásico contro il Peñarol proprio all’ultimo minuto.

Recoba_rigore_contro_Pe_arol_2_a_1_2011

Per essere sicuri di fare centro, il trucco è sempre il solito: calciare fortissimo

 Non serve scomodare De Gregori per giungere alla conclusione che un calciatore non va giudicato da un calcio di rigore. Soprattutto se il calciatore in questione si chiama Álvaro Recoba.

“Penso che a tutti i tifosi sia rimasto un ricordo di quello che ho fatto io.”
Recoba a proposito dei meccanismo della memoria, I Signori del Calcio

Soprattutto se fa gol del genere

Recoba_gol_contro_Lecce

 Busta, sombrero, insomma, quella cosa lì.

Recoba_gol_atalanta

 Lezione numero venti: la veronica.

Le punizioni e i tiri da lontanissimo sono cose che rimangono nella memoria, certo. Ma el Chino vuole assicurarsi di non essere dimenticato.

LE IMPERCETTIBILI VARIAZIONI NEGLI OLIMPICI SEGNATI DA ÁLVARO RECOBA

Il primo gol olimpico della storia lo segnò l’argentino Cesáreo Onzari nel 1924, durante un’amichevole tra l’Albiceleste e l’Uruguay, fresco campione ai Giochi Olimpici di Parigi. “Gol a los olímpicos!”, gridarono orgogliosi gli argentini quando la palla entrò in porta direttamente dal calcio d’angolo, senza nessuna deviazione. Il caso poi volle che, più di ottant’anni dopo, fosse proprio un uruguaiano a eccellere in questa specialità nata argentina.

“È fondamentale che la palla giri, perciò va colpita con l’interno del piede. Bisogna darle potenza e effetto.”
Recoba in un video di venti minuti spiega come si segna da calcio d’angolo 

Alzate al massimo il volume e godetevi le telecronache sudamericane.

El Chino ne ha segnati sei di gol olimpici (in realtà ce ne sarebbe pure un altro, ma fu siglato in una partita non ufficiale) e sono tutti impercettibilmente diversi.

In quello contro l’Empoli, per esempio, sembrerebbe più evidente la complicità del portiere. Ma la palla è calciata in modo così potente e a giro che la sua traiettoria finisce proprio in mezzo alla porta sguarnita, visto che su un corner il portiere tende a presidiare l’area piccola per intercettare il cross.

Quello contro il Fénix, invece, è un prodotto della furbizia: Recoba batte velocemente, deve solo calciare a giro, in modo tale che punti verso il portiere piazzato in modo discutibile. Tra i sei olimpici, è il più contestato, perché il pallone finisce in rete dopo un rimbalzo evidente e beffardo sul malcapitato arquero.

Il terzo, contro il Liverpool, è un capolavoro balistico: la traiettoria è lunga e finisce dentro dopo una sponda precisa del palo, come un colpo di biliardo. Il portiere, questa volta, guarda il pallone che gli passa sopra la testa e poi si abbassa di colpo.

Quello contro l’Argentinos Junior somiglia al primo: in questo caso, però, la palla sembra calciata con maggiore forza, anche se va riconosciuto che una mano al Chino l’ha data il vento.

Nel quinto c’è un’esasperazione della maestria balistica del terzo: il pallone qui fa una doppia carambola, prima sul secondo palo, poi, dopo un passaggio beffardo sulla linea, va a sfiorare l’altro palo.

L’ultimo, in ordine di tempo, è questo:

Qui il giro del pallone sfida le leggi della fisica: è così vertiginoso che rientra subito, sul primo palo. La coordinazione di Recoba mentre calcia andrebbe insegnata nelle scuole calcio di tutto il mondo.

STARE IN CAMPO, STARE AL MONDO

“Recoba è un centrocampista? No, yo credo che no! Recoba è un’ala? No. Recoba è un trequartista? Mmmmmh… Recoba è un attaccante che svaria su tutto il fronte offensivo? Si!”
Héctor Cúper in evidente stato confusionale

 Uno dei grandi problemi del Chino fu la definizione del suo ruolo. Crescere con il dieci sulle spalle significa, almeno in America Latina, non avere un ruolo. O, meglio, significa avere totale libertà di movimento: è il tuo talento a dettarti le posizioni, non un allenatore.
Appena arrivato in Italia, Recoba gioca da seconda punta: a fianco di Ronaldo prima e di Pippo Maniero poi. Fino a qui, tutto bene. I problemi arrivarono con el hombre vertical, don Héctor da Chabás. Devoto al quattro quattro due, fanatico del gioco sulle fasce, Cúper provò a mettere Recoba dappertutto: il danno maggiore, però, lo faceva quando tentava di trasformarlo in ala. Tutto quel talento a ridosso della linea di bordo campo fu uno dei più gravi crimini contro l’umanità.

cuper e moratti

Il presidente cerca di spiegare a Cúper quale sia la posizione migliore per el Chino.

“Chi interpreta l’enganche, ruolo con un modo diverso di giocare, è spesso accusato di non sentire molto la partita.”
Recoba a proposito della sua posizione in campo

 Il suo ruolo naturale el Chino lo comprende a trent’anni suonati. La saggezza della maturità? Il ritorno nell’habitat naturale del calcio latinamericano, che sembra cucito addosso al suo sinistro divino? Chissà. L’ipotesi più probabile, forse, è che, passata la soglia dei trenta, Recoba abbia capito che l’unico modo per continuare a esprimere al massimo il suo talento è rallentare. L’enganche è il trait d’union tra centrocampo e attacco. Qualcosa di simile a un trequartista, ma, al talento, aggiunge la capacità di regolare le pulsazioni del gioco. L’enganche è il diapason di una squadra.

“La mancanza di velocità mi spinge a pensare di più e a essere ancora più intelligente. Perché so che non posso saltare quattro avversari. Devo giocarla con i compagni, non dribblare. Devo essere rapido mentalmente.”
Recoba sul concetto di “limite”, scoperto dopo essere tornato al Nacional

 El Chino ha capito. E per capire ha avuto bisogno di tempo e, soprattutto, dei limiti (fisici) che il tempo ha portato con sé. Niente più sgroppate come per el mejor gol del mundo nel 1997. Ben coperto dai mediani, con lo sguardo sereno rivolto alla porta avversaria, finalmente Recoba può essere Recoba.

RIPORTANDO TUTTO A CASA

 “Ogni estate dicevano che sarei andato via, e poi rimanevo. Quell’anno lì (2007, nda) non volevo più che succedesse così e ho scelto io di andare via. Ho fatto una scelta sbagliata, sicuramente, per come è andato quell’anno lì con il Torino. Però va bene così, non abbiamo la sfera di cristallo e possiamo sbagliare.”
Recoba sull’arte della divinazione

 Dopo l’addio all’Inter, el Chino attraversò due anni di anonimato: prima al Torino (stagione 2007/2008: ventiquattro presenze e tre gol tra Serie A e Coppa Italia), poi al Panionios. Álvaro restò in Grecia fino a dicembre del 2009: ventuno presenze, cinque gol, sette assist e molti infortuni.
Gli venne voglia di pescare a Punta del Este.
Siccome il tempo è un cerchio piatto, Recoba tornò al Danubio, dove tutto era cominciato.
Nel biennio 2009/2011, però, il club che l’aveva lanciato non era all’altezza delle sue ambizioni: non fu facile far capire che non era tornato per stare in una squadra da metà classifica. Come sedici anni prima, Recoba si trasferì al Nacional.

“Il fatto è che mio padre, da quando sono tornato in Uruguay, desiderava che giocassi con il Nacional. Questa è la verità.”
Recoba sulle motivazioni che l’hanno spinto a lasciare il Danubio

 Se puoi entrare nella Storia e fare felice tuo padre, non devi chiedere altro.

MINUTI DI RECUPERO (PARTE 2)

 Il calciatore con il numero venti che fissa da ventisei metri la porta del Peñarol fa già parte della Storia. Ci è entrato con un inserimento da enganche puro e con un colpo sotto per scavalcare il portiere: uno a zero contro il Defensor Sporting nella finale del campionato uruguaiano.

La prova che sia diventato un pezzo di Storia el Chino ce l’ha ogni volta che guarda il braccio del compagno Gastón Pereiro, classe ‘95.

chino tatuaje gaston pereira

 Un Chino è per sempre.

Adesso, a trentotto anni (trentanove oggi, mentre scrivo e lo fermo in un’istantanea eterna nell’unica posizione possibile, ovvero mentre sta per calciare una punizione), Recoba vuole entrare nel Mito. Vuole diventare un Mito, uno di quelli a cui fanno le statue. Deve solo calciare in porta questa punizione. Forte e precisa, come fa da sempre.

 “Ci sono due visioni sulla questione: una è che in realtà non avrei potuto diventare il miglior giocatore del mondo, anche se avessi dato il meglio di me. Penso che avrei potuto farcela, sì, ma in quel momento non ci pensavo mica a diventare il miglior calciatore del mondo. Pensavo solo a giocare a calcio.”

 La rincorsa dura tre secondi esatti: è il tempo necessario a Recoba per trasformarsi in un Mito. Poi può correre a festeggiare la vittoria dell’Apertura del campionato uruguaiano.

recoooooooooba

 

 

(1): il realismo magico esiste solo nel fútbol, non nella letteratura.

Sebastiano Iannizzotto

Dopo un'adolescenza rovinata da Héctor Cúper, abiura il 4-4-2 e scopre il tridente. Gioca a rugby fino a 21 anni, in tutti i ruoli della mischia. Abbandona la palla ovale per dedicarsi alle lettere. Cerca la reincarnazione di Roberto Bolaño sui campi scalcagnati dell'America Latina. L'unico sport praticato adesso è la Rayuela. @SebaIanni

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