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Champions League, Pallone

Scalare l’Olimpo: Juventus – Real Madrid

di Matteo Serra

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Equilibrio.

Juventus e Real Madrid sono arrivate a questa semifinale attraverso percorsi diversi e particolari: la prima dopo il girone ha trovato squadre a loro modo incomplete, o pericolose davanti o intelligenti dietro; gli altri hanno rischiato oltremodo agli ottavi e poi hanno superato di forza un quarto di finale da incubo. La Juventus ha dimostrato di essere una squadra affidabile e concreta, ma ha palesato le solite crepe di personalità europea quando si trattava di fare la voce grossa; dall’altra il Real è una squadra sulla carta fortissima e completa, ma spesso eccessivamente umorale, sensibile, con diversi giocatori “termometro” –Ramos, Cristiano Ronaldo, Pepe, Casillias – che spalmano in campo attraverso atteggiamenti super-plateali tutta la pressione che comporta l’essere merengue. Sarà in ogni caso una sfida difficile che potrebbe avere una favorita negli spagnoli, ma che non vedrà necessariamente una delle due distruggere l’altra. Un doppio confronto avvincente e combattuto insomma, perché anche loro, per citare Mahatma Allegri, giocano in undici.

I precedenti.

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Di Stefano vuole avere la maglia con il colletto a V  come quella di Sivori però bianca.

Contano quello che contano, e cioè meno di zero, perché i tabù son fatti per essere abbattuti e all’inizio di ogni partita è sempre un nuovo lancio dei dadi, però è interessante considerare come i risultati precedenti comportino un atteggiamento di rispetto reciproco tra le concorrenti. Il Real, la squadra delle 10 coppe con le orecchie, a Torino ha sempre sofferto da cani: in cinque partite sotto la Mole quattro le ha perse e in un’occasione, quella della scorsa stagione, ha portato via un pareggio per 2-2. In undici confronti totali la situazione è di 5 vittorie a testa e un pari. Le due squadre si sono affrontate in semifinale di Champions nel 2003, e in quell’occasione dopo aver perso per 2-1 l’andata a Madrid, i bianconeri guidati da Lippi si riscattarono con un 3-1 casalingo ancora indelebile agli occhi dello juventino medio. Ben più delebile la finale del 1998 ad Amsterdam in cui il Real si impose per uno a zero sulla Juve grazie ad un gol di Predrag Mijatovic.

Da sottolineare il fatto che Mark Iuliano sia andato a un passo da griffare una finale di Coppa dei Campioni.

È la seconda delle tre ultime finali che la Juventus perderà rispettivamente contro Borussia Dortmund, Real Madrid appunto, e Milan. La Juventus a Torino ha perso solo una delle ultime 54 partite disputate, contro la Fiorentina in Coppa Italia, conseguendo 45 vittorie e 8 pareggi; in più Ancelotti ha vinto solo 5 delle 23 partite disputate contro la Juve da allenatore, con 6 sconfitte e 12 pareggi.

Le formazioni.

Entrambe le formazioni non si presentano in uno stato psico-fisico ottimale e questo potrebbe dar luogo a scelte e accorgimenti tattici a sorpresa da tutte e due le parti. In casa Juve la festa scudetto di sabato necessariamente sgonfierà gli animi dei bianconeri e a questi livelli, dove è fondamentale la concentrazione e l’applicazione totale, questo potrebbe rappresentare un handicap. Se una squadra che già parte sfavorita non fa un salto di qualità a livello mentale tale da permetterle di superare le proprie potenzialità, ha già perso senza neanche cominciare. Questo sarà un primo punto di valutazione per Allegri: la sua capacità di tenere sul pezzo i bianconeri. Poi c’è ovviamente la situazione infortuni, ed è chiaro che l’assenza di Pogba assume un’importanza relativa enorme essendo il francese una delle più importanti soluzioni offensive in mano ad Allegri, nonché una presenza fisica massiccia in mezzo al campo. L’idea è quella di partire con la difesa a 4 sacrificando Barzagli – nonostante dal suo ritorno dall’infortunio abbia sempre fornito le solite tonnellate di esperienza e sicurezza – e puntando sulla coppia Bonucci-Chiellini con Evra (alla 96esima apparizione in CL) e Lichtsteiner sugli esterni. In mezzo al campo sempre quei tre: tuxedo Marchisio, bum-bum Vidal e poi Pirlo, che in questo periodo della sua carriera e della sua stagione in particolare alterna momenti celestiali a situazioni di nostalgia fisica e atletica preoccupanti, ma che se parliamo di colpi è uno che nelle partite X non puoi non mettere dentro. Spalla di Tevez sarà probabilmente Morata, anche qui per una questione di colpi che lo spagnolo ha dimostrato, pur senza una grandissima puntualità, di possedere. Ruolo determinante sarà quello di Pereyra, che agirà da variabile impazzita e assalitore di spazi quando la Juve si presenterà in avanti e da importante ingranaggio del meccanismo tattico in copertura, quando dovrà accompagnare gli inserimenti su una delle due fasce da parte di Marcelo qui e Carvajal là.

juve

Il Real, come già detto in precedenza, nonostante una bella striscia aperta di risultati – 8 vittorie nelle ultime 10 uscite – ha qualche problema di organico, dovendo rinunciare a causa di problemi fisici a Benzema, top-scorer tra gli umani (≠CR7) in maglia blanca, ma soprattutto a Modric, fondamentale pedina per l’equilibrio del centrocampo di Ancelotti. Per stabilire chi saranno gli undici dei Blancos don Carletto dovrà decidere se schierare o meno come terminale offensivo Chicharito Hernandez, determinante per il passaggio dei quarti. In caso della sua presenza, il messicano affiancherebbe Ronaldo nel 4-4-2 atipico degli spagnoli, con Bale e James sulle corsie, Kroos a pitturare la manovra con Ramos a colmare il vuoto di Modric, chiaramente in termini di sostanza, mai di qualità. Dietro staranno Psycho-Pepe, difensore atleticamente e tecnicamente con pochi pari ma con voragini di concentrazione e gestione dei nervi; insieme al miglior central-back dei prossimi 15 anni Raphael Varane, e a Marcelo e Carvajal terzini con chiare velleità offensive. Ancelotti ha altre 1000 soluzioni per muovere centrocampo e attacco, sia tenendo il 4-4-2, con Bale ad affiancare Ronaldo e Isco sull’esterno; sia passando al 4-3-3 con Isco e James ai fianchi di Kroos e CR e Bale di supporto a Chicharito, con Ramos che scalerebbe in difesa e Varane in panca.

Le chiavi.

La Juventus sa giocare a calcio, e lo ha dimostrato in svariate occasioni sia in campionato che in Champions, grazie alla capacità di difendere di squadra, eredità di Conte, unita a una spietatezza e cattiveria offensiva che invece appartiene alla nuova gestione, grazie alla quale riesce a capitalizzare anche in partite in cui crea relativamente poco. C’è da dire che la Juventus in questa stagione non ha mai incontrato nessuna squadra partendo da sfavorita nel pronostico: in campionato ha sempre segnato il passo e in Champions ha giocato alla pari con l’Atletico Madrid, affrontato un Borussia incerottato e a fine ciclo, sofferto contro un Monaco dai valori individuali nettamente inferiori. Il dover affrontare una squadra con il pronostico sfavorevole potrebbe essere un punto a favore per i bianconeri, che senza la pressione di dover vincere a tutti i costi e con il fomento di poter fare un impresa può superare lo scoglio. Di certo questa sfida rappresenta una cartina tornasole importante per stabilire a quale sia il livello reale della squadra più forte d’Italia. Il giocatore dal quale probabilmente dipende il destino di questa doppia sfida è Arturo Vidal: la stagione del cileno è stata complicata, in assoluto è quello che ha patito di più l’avvicendamento di Conte in panchina. Se per il coach leccese era lui a rappresentare la mentalità furente e ipercombattiva che la Juve doveva avere, la squadra di Allegri ha preso più le sembianze di Marchisio, precisa, cadenzata e intelligente. Nel ruolo di trequartista in cui lo aveva inquadrato Allegri, e che lui stesso diceva di apprezzare, la foga di Vidal andava dispersa in rincorse a tutto campo e nel traffico delle trequarti faticava a trovare le combinazioni e gli spazi che invece era abituato ad attaccare partendo da dietro. Da mezz’ala destra il suo raggio di azione è limitato, e questo lo imbriglia il giusto permettendogli di coprire bene una zona anziché coprire male tutto il campo. In più da qui ha la possibilità di vedere sempre la porta senza giocare mai di spalle e quindi vedere gli spazi per inserirsi, arma che lo ha reso uno dei centrocampisti più prolifici del campionato italiano fino alla scorsa stagione. Vidal ha la capacità di far aumentare i giri a questa Juve, ed è uno che nelle partite che contano sa mettere la zampata.

L’ultimo incontro tra Vidal e il Real Madrid è rimasto ai posteri per questa bomberata.

Il Real Madrid è una squadra da sempre difficile da prevedere. È composta da giocatori spettacolari in ogni zona del campo, ma la loro consapevolezza della propria forza li mette nella condizione di dover sempre dimostrare, di dover continuamente fare i conti con la giustificazione del proprio stipendio, della propria fama, del proprio blasone. In una situazione del genere il compito di un allenatore – anch’esso coinvolto nelle stesse dinamiche – a livello psicologico prima ancora che tattico e organizzativo è complicatissimo. Ancelotti allena il Real Madrid come se allenasse una squadra di amatori: fa giocare i giocatori più forti senza rinchiuderli in troppi tatticismi, senza pretendere troppo di quello che non rientra nelle loro caratteristiche, senza mai fare mosse eclatanti e rivoluzionarie, ma riconoscendo e sfruttando le caratteristiche di ognuno per dare a quel catino di ingordi di bel calcio che è il Bernabeu lo spettacolo per cui pagano, pure tanto, il biglietto. Al di là dei dispositivi tattici, Ancelotti si affida alle capacità tecniche e di conoscenza del gioco di alcuni dei suoi gioielli: Ramos ha il timone della difesa, governa le uscite di Pepe e le salite dei terzini e tiene in pugno le gare sul piano nervoso, atteggiandosi da leader anche con arbitro e avversari. Kroos rappresenta quello che Xabi era lo scorso anno per i blancos, un leader silenzioso, uno scacchista di centrocampo che vince i duelli in mezzo al campo di pura tecnica e lettura. Modric, come detto, è la qualità ambulante: uno che se corresse meno sarebbe Kroos, però ha poca voglia di aspettare che i compagni gli diano il pallone e quindi si muove per farselo dare di più o corre dietro agli avversari per riprenderselo. James Rodriguez è diventato il nuovo Di Maria, meno interessato a correre all’indietro, ma più ordinato ed elegante; meno valido atleticamente, ma più affidabile col pallone tra i piedi e capace di dare i tempi all’attacco. Poi ovviamente c’è Cristiano Ronaldo, che sarà l’uomo chiave del Real Madrid e che se imbrocca quella partita che gli riesce l’impossibile vanifica qualsiasi considerazione tattico-tecnica-morale-ideologico-filosofica fatta fin qui. Certo, il Real non è solo Cristiano Ronaldo, ma il Real con un Cristiano Ronaldo che fa il Cristiano Ronaldo è qualcosa di molto vicino all’invincibile. Per dare un idea: Ronaldo ha trovato lo specchio della porta con 28 tiri nel corso di questa edizione della Champions; la Juventus tutta 49.

Che spettacolo l’internet.

Il Pronostico.

Non prendiamoci in giro: che una squadra che ha speso 300 milioni nelle ultime due campagne acquisti sia favorita contro una che ne ha speso 75 è lapalissiano, e nonostante tutte le questioni che possono dipendere da un aspetto prettamente tattico, a parità di concentrazione, motivazioni e lucidità vince e stravince il Madrid. Fortunatamente in questo gioco le variabili sono tante e non tutte controllabili, ed essendo il calcio uno sport in cui le connessioni e l’organizzazione tra individui conta esponenzialmente di più rispetto agli individui stessi l’esito di questa partita, e in generale il confronto tra andata e ritorno, non è del tutto scontato. La Juventus può giocarsela con convinzione e cattiveria, ma anche con una certa spensieratezza che le deriva dal non avere l’assillo di vincere o mori. Con la spinta dello Stadium, con la capacità da parte degli undici in campo di andare oltre i propri limiti tecnici e con una buona dose di fortuna, la Juve questa sera può fare risultato contro questo Real, soppesando l’avversario anche per la gara di ritorno, che a prescindere dal risultato dovrebbe rivelarsi molto più complicata.

Matteo Serra

Matteo Serra

Sardo di montagna fuorisede a Roma, laureato in comunicazione e istruttore di scuola calcio. Se solo avessi un gatto lo chiamerei Birindelli. @resoett
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