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Pallone

Non è tutto oro quello che luccica

di Massimiliano Chirico

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Dai massicci portoni delle sale FIFA di Zurigo, la never ending story del Pallone d’Oro sta per arricchirsi di un nuovo capitolo, un altro giocatore che solleva il trofeo individuale più ambito del panorama calcistico mondiale.

Potrebbe essere Cristiano Ronaldo, magari portando in dote la sacra certezza che è sufficiente segnare carrelli di gol e giocare in uno dei cinque top club europei per vincere. Oppure potrebbe spuntarla Neymar, l’ennesimo prescelto della terra brasiliana, capace di ritagliarsi uno spazio a Barcellona e convivere col miglior giocatore della nostra epoca. Infine potrebbe farcela Lionel Messi, che aspira a essere il definitivo imperatore della storia del calcio.

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Si, potrebbe essere Messi a mettere in saccoccia il quinto Pallone d’Oro della sua carriera, con la sua facca pulita e filiforme, con i suoi nuovi tatuaggi e una domanda martellante nel cervello, il quesito fondamentale che divora la sua metà calcistica sacrificata al senso di competizione: devo davvero vincere il Mondiale per essere il migliore di tutti i tempi?

Forse si. Ma potrebbe non bastare.
Non sono bastati i tre campionati del Mondo di Pelè contro il solo Mondiale dell’86 vinto Maradona a stabilire chi tra i due sia il più forte giocatore della storia. Lionel Messi ha provato e prova ancora oggi a insidiarli, ritoccando al rialzo un numero indefinito di statistiche, a volte creandole anche da zero. Ha anche vinto ben cinque Palloni d’Oro contro gli zero di Pelè e Maradona.

Sì, perché i due assi sudamericani non hanno mai avuto l’onore di stringere tra le mani il France Football Ballon d’Or ed essere incoronati come miglior calciatore dell’annata appena conclusa.

 

A tal proposito si è pronunciata proprio la redazione di France Football, la rivista francese che ha ideato il premio nel 1956 e che quest’anno ne ha celebrato i sessant’anni, facendo chiarezza con un numero interamente dedicato alla storia di questo trofeo. Tra le pagine del mensile, uno speciale interamente dedicato a Pelè ha posto l’accento sulla discutibile regola che, dal 1956 al 1994, impediva ai giornalisti chiamati in sede di voto di nominare giocatori non europei (i cosiddetti extracomunitari).

Un’imprecisione iniziale, perpetuata per 38 anni: senza questa regola, Pelè avrebbe vinto ben sette Palloni d’Oro, risultando il più premiato di sempre e assieme a lui avrebbero trovato posto nel palmarès anche Maradona, Kempes, Garrincha e Romario, anche loro estromessi dalla vittoria durante la loro carriera. Insomma, mezzo pezzo della storia di ogni pallone che rotola.

Un errore, una svista, un fattore mai considerato ha impedito a due colonne portanti del gioco del calcio di scrivere il proprio nome nell’albo d’oro del premio, come se il riconoscimento in sé li rifiutasse.

Nella categoria “non premiabili” per il Pallone d’Oro, c’era anche lui.

 

Ma come potevano immaginarlo, i giornalisti di France Football, che il loro gioco del «Decidiamo chi è il migliore» sarebbe diventato così importante, tanto da venir utilizzato come metro di giudizio per stabilire addirittura il migliore del pianeta? Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un Pelè in lacrime, nel 2013, alla consegna del Pallone d’Oro alla carriera. Incoronato direttamente dalla FIFA, il brasiliano è stato prontamente ripreso da Maradona.

El Diez argentino non ha perso tempo a ricordare che nel 1995 –  quando i responsabili del trofeo erano ancora gli addetti ai lavori di FF – è stato lui il primo a ricevere un Pallone d’Oro alla carriera. Anche allora gli addetti ai lavori provarono a scusarsi con Maradona: ancor prima del premio in sé sono arrivate le scuse. Prima a Diego, poi agli altri.

E se nel 1963, mentre Pelè mieteva vittime in Brasile travestito da implacabile giustiziere con la maglia del Santos, se in quell’anno appunto il premio fosse andato a lui e non a Lev Jasin, nessun portiere si sarebbe mai laureato Pallone d’Oro nei 60 anni della sua storia, nessuna presa guantata avrebbe fatto suo il trofeo e magari Gianluigi Buffon sarebbe potuto essere il primo nel 2006. Ma questa è un’altra storia.

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Il Pallone d’Oro nasce e rimane in mano al noto settimanale sportivo fino al 2010, quando viene rilevato dalla FIFA e fuso con il FIFA World Player a Johannesburg, mentre si giocavano i Mondiali di calcio sudafricani. La FIFA forgia un nuovo trofeo, con una storia tutta nuova che prova a cancellare gli errori di quello precedente: dal 1956 (vittoria di Stanley Matthews) al 1994 (Hristo Stoichkov), nessun giocatore privo di nazionalità europea riesce a mettere le mani sul trofeo. Nessuno prima del Re Leone.

Anno 1995. France Football si concede una storica apertura e permette ai giornalisti di inserire nelle votazioni giocatori di qualsiasi nazionalità dando vita a quello che sarà qualcosa di molto simile a un plebiscito: con 144 voti George Weah, attaccante del Milan e della Liberia, vince il Pallone d’Oro, relegando ai gradini restanti del podio Jurgen Klinsmann e Jari Litmanen. Weah diventa così il primo giocatore non europeo a vincere il Pallone d’Oro e nel suo stesso anno, scorrendo la classifica, trovano posto Batistuta, Finidi, Esnaider, Zamorano, Bebeto, Ronaldo.

Lo stesso Ronaldo trionferà due volte in questa speciale graduatoria, provando a dimostrare per buona parte della sua storia calcistica che il premio è un affare per soli brasiliani: Rivaldo nel ‘99, Ronaldinho nel 2005, Kakà nel 2007.

L’ex Milan vincerà il primo trofeo in cui i giornalisti possono scegliere giocatori di qualsiasi squadra e quindi dentro al listone finiscono anche Riquelme, tornato al Boca, Rogerio Ceni del San Paolo, Ochoa dell’America e persino Younis Mahmoud, capitano iracheno e vincitore della Coppa d’Asia 2007.

Kakà è stato l’ultimo a vincere questo trofeo prima del duopolio Messi-CR7.

 

Il Pallone d’oro si evolve, cambia forma e sostanza. Nel 2010 si stravolge definitivamente: nelle ultime cinque edizioni, i campioni di France Football e quelli della FIFA sono risultati perfettamente coincidenti e così via di fusione, le due parti trovano un accordo. Il Pallone d’Oro così come lo conosciamo tutti viene pensionato e lascia spazio al FIFA Ballon d’Or, che al suo primo anno incorona (guarda caso) Lionel Messi, che aveva trionfato anche l’anno precedente. Messi diventa il collante tra due epoche: la seconda, quella attuale, si apre con un premio totalmente innovato. La giuria è composta da 208 giornalisti, 208 capitani e 208 commisari tecnici, uno per ogni nazione facente parte della FIFA.

A qualche mese dalla premiazione di gennaio vengono annunciati i cinquanta candidati (poi diventati 23), scelti direttamente dall’organo federale che decide arbitrariamente chi tenere dentro e chi fuori (vedi Buffon quest’anno). A poche settimane dalla cerimonia vengono rilasciati i nomi dei tre finalisti, scelti ancora una volta dalla FIFA che screma la lista e manda a casa i restanti venti giocatori. Il tutto per impedire votazioni anomale come nel 2013, ad esempio, con i voti distribuiti in base alle conoscenze dei votanti.

Alla fine ne rimane soltanto uno.
Se i tre finalisti giocassero in tre squadre diverse, appartenenti a tre continti diversi, il Pallone d’Oro finirebbe quasi sicuramente nel continente con più nazioni facenti parte della FIFA, al massimo lo vincerebbe il giocatore che, nella sua squadra di club, ha più capitani delle rispettive nazionali. Il Pallone d’Oro è stato ridotto a un semplice calcolo statistico.

E la FIFA lo sa.

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Manuel Neuer ci spiega cosa sta succedendo con il premio in questi anni.

Negli uffici di Zurigo qualcuno si sarà fatto qualche domanda, chiedendosi se questa benedetta fusione ha fatto più bene o male al prestigio del premio. Di certo ha nascosto le critiche che sistematicamente inabissavano il vincitore del FIFA World Player che, in 18 anni di storia del premio, per ben 17 volte è finito o in Spagna o in Italia, mai sono stati neanche solo nominati giocatori al di fuori del continente europeo. L’unico ad interrompere questo scambio tennistico tra Liga e Serie A è stato Cristiano Ronaldo che nel 2008, a Manchester, ha alzato la voce.

Eppure manca qualcosa. Ogni anno fa più notizia la lista degli eccellenti esclusi, gli spifferi ai giornalisti passati da chi sta all’interno: il Pallone d’Oro piace, fa gola, ma non come una volta.
Allora ecco pronto un altro premio, il UEFA Best Player in Europe Award, che rispolvera le regole di votazione di France Football, ma riguarda solamente i giocatori e le giocatrici tesserati da squadre europee.

Ma la storia non cambia: in dieci anni di premio, le uniche due anomalie sono stati Andrès Iniesta nel 2012 (campione d’Europa con la Spagna, ma solamente terzo nella corsa al Pallone d’Oro, vinto da Messi) e Ribéry nel 2013, campione di tutto col Bayern Monaco.

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Chissà che aria tira, oggi, nella redazione d France Football. Se i padri fondatori di questo trofeo sono finalmente contenti di aver reso grande, gigante e appetibile, qualcosa che in principio non aveva poi tanto senso, un premio nato magari durante una birra nel dopo-lavoro.

Chissà se i primi campioni scelti da FF lo hanno saputo in tempo, quale sarà stata la faccia di Sir Stanley Matthews quando qualcuno gli ha detto «Ma lo sai che dei giornalisti francesi ti hanno nominato miglior calciatore del Mondo?». Forse qualcuno rimpiange quei momenti in tono minore – in cui le cose erano importanti ma non troppo – e France Football nominava la squadra nazionale dell’Anno, il calciatore e l’allenatore francesi dell’anno, il miglior giocatore della Ligue 1, anche il miglior giocatore africano (grazie alla succursale africana, appunto).

Chissà.

Forse il destino del Pallone d’Oro è quello di non morire mai, ma di evolversi e adattarsi a quello che succede, alle dinamiche del calcio in tutto il mondo. Forse non siamo ancora pronti a un pallone d’Oro nord-coreano e forse non lo saremo mai: la nostra tendenza a prendere tutto troppo sul serio avrà sempre la meglio e comunque vada ci sarà sempre il Wesley Sneijder di turno, colui che avrebbe dovuto vincerlo davvero e invece niente, è finito a predicare calcio in Turchia.

Diciamo che Wesley Sneijder aveva delle buone credenziali nel 2010.

Saremo noi, mortali tifosi, a dare il peso alle coppe e ai premi, noi che abbiamo deciso che moralmente una Champions League vale molto più di un Mondiale per Club, mentre dall’altra parte dell’oceano darebbero il fegato per laurearsi campioni del Mondo. Abbiamo stabilito che Zlatan Ibrahimovic non sarà mai un vero vincente finchè non sarà campione d’Europa e Pallone d’Oro, che alla fine non conta davvero cosa vinci e quanto vinci, ma contiamo noi e quello che pensiamo di ogni giocatore.

Nel 2007 la Federazione Africana decide di incoronare Didier Drogba come giocatore africano dell’anno, le cose vanno più o meno così: Drogba riceve la comunicazione della data della cerimonia ma scopre della concomitanza con un impegno con la Nazionale ivoriana. Risponde facendo presente che purtroppo potrebbe non esserci quel giorno, la Federazione fa spallucce e il miglior giocatore africano del 2007 diventa Frederic Kanoutè, attaccante del Siviglia.

Magari potrebbe succedere quest’anno, coi tre finalisti impantanati in auto a 30 km da Zurigo, una finale del Pallone d’Oro con i tre finalisti che non hanno molta fretta di vincere, anzi hanno deciso di non voler vincere più, che non è l’unica cosa che conta.

Il Pallone d’Oro morirebbe. Poi verrebbe fuso con un altro premio minore. La storia ricomincia.

 

A cura di Massimiliano Chirico

Massimiliano Chirico

Massimiliano Chirico

Massimiliano Chirico (1993) è un abilissimo attore: riesce perfettamente nell’intento di fingere di essere uno studente universitario, il cameriere di un bar, il morboso appassionato del pallone che rotola nonché il malvagio imperatore del Fiffa Inda Street, torneo di calcio 3vs3 su asfalto.
Massimiliano Chirico
Massimiliano Chirico

Massimiliano Chirico (1993) è un abilissimo attore: riesce perfettamente nell’intento di fingere di essere uno studente universitario, il cameriere di un bar, il morboso appassionato del pallone che rotola nonché il malvagio imperatore del Fiffa Inda Street, torneo di calcio 3vs3 su asfalto.