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Champions League, Pallone, Sport

Cinque cose che abbiamo imparato guardando la finale di Champions

di Simone Vacatello

ronalto

Nel cinema un buon film, uno coerente, generalmente lo riconosci dal fatto che già dalle prime scene si intuirà quale sarà il tema narrativo/l’argomento principale della pellicola (senza che venga necessariamente spoilerato il finale), poiché questo sarà trasposto attraverso il linguaggio formale della macchina da presa e dalla composizione della scena. Vedi il labirinto del giardino di Shining, che si ripropone nella fantasia delle mattonelle dell’Overlook Hotel, a simboleggiare i labirinti della mente, o il Cristo che campeggia sul ring, in apertura, nel primo Rocky, a simboleggiare la promessa di una riscossa, di una vita nuova, di una resurrezione.

Ecco, Godìn che la spazza via in tribuna al primo minuto come se fosse già il 90esimo è la garanzia che se questa finale fosse un film sicuramente prometterebbe di essere coerente.

E questo era il punto n. 5.

4. Il primo gol l’ha segnato Ramos su assist del parrucchiere di Bale. Ne consegue che: a) ogni volta che uno del Real ha qualcosa da dire all’arbitro, questi comunque avrebbe il dovere morale di rispondergli “ma pettinati”; b) ok menare così tanto Bale come i Colchoneros hanno fatto per tutta la partita, ma se non gli si estorce il nome e l’indirizzo del parrucchiere diventa un po’ un esercizio inutile.

3. Non importa per quale squadra abbiate tifato ieri sera l’importante è essere d’accordo su due cose: a) chi ama il calcio non può amare Pepe; b) chi ama il calcio non può non amare Ferreira-Carrasco (per essere stato uno dei pochi, ieri sera, a dare del tu al pallone senza paura di osare troppo e anche perché quando Griezmann entra in modalità cannone sparaneve o compensa qualcun altro o l’unico in grado di far recuperare la partita all’Atletico rimane Nibali).

2. Il gol del pareggio dell’Atletico arriva dopo un’occasione fallita del Real in cui più di una merengue cincischia davanti a Oblak. Ergo il cosmo non punisce necessariamente i più forti ma più che altro quelli tra essi che sotto porta fanno più gli stronzi.

2 e 1/2

Dolce Oblak, se i rigori te li tirano tutti a sinistra, almeno un tentativo di buttarsi a sinistra – un atto di coraggio in questi tempi, ce ne rendiamo conto – andrebbe comunque osato.

1. Se non altro abbiamo capito che #cholismo contro cholismo non bastano 90 minuti per capire chi vince. Mesi e mesi di bla bla bla e bastava giocare a specchio partendo da una base superiore di cinismo (chinismo vs. cholismo). Non poteva riuscirci chiunque, certo, ma di sicuro il Real non era la squadra più smaliziata con cui riprovare lo stesso trucco. Più che altro dopo una partita del genere è già positivo che i calci di rigore non siano stati segnati con ripartenza e contropiede.

In generale, dopo due finali dell’Atletico in tre anni e una del Borussia Dortmund se contiamo gli ultimi quattro, duole constatare come nonostante gli exploit e le imprese delle squadre meno blasonate è evidente che rimanga un gap da colmare con squadroni come Bayern, Real e Barça i quali, anche quando giocano male (vedi il Real -e poi muori-), comunque riescono a portare un trofeo a casa.

È stato giusto? No. È stato crudele? Sì. Era prevedibile? A questo punto non crediamo sia rilevante.

tifosi

Simone Vacatello

Simone Vacatello

Direttore e co-fondatore di Crampi Sportivi, collabora anche con Rivista Undici e cura un blog sul Fatto Quotidiano. Quando non può scrivere di supereroi, scrive di pallone.
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Direttore e co-fondatore di Crampi Sportivi, collabora anche con Rivista Undici e cura un blog sul Fatto Quotidiano. Quando non può scrivere di supereroi, scrive di pallone.