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Crampi Olimpici, Olimpiadi, Tennis

Nostra Signora del Dritto

di Davide Giulietti

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Si è spesso parlato di matrimonio difficile fra Olimpiadi e tennis: nel farlo, si è altrettanto spesso motivata questa crisi sottolineando l’intrinseca natura amatoriale della competizione olimpica, contrapposta al professionismo dei tennis di vertice.

In realtà, questa disciplina è stata olimpica sin dall’inizio, dalla prima edizione di Atene 1986. Prima con gli uomini e quattro anni dopo, nel 1900, anche con le donne. E all’epoca non si parlava ancora di professionismo nel tennis….

I motivi che lo portarono fuori dal programma olimpico, nel 1924 a Parigi, sono più da ricercare nelle dispute fra due presidenti, che sono stati connazionali, ma non amici: uno del CIO, l’altro della Federazione Internazionale del Tennis.

Accadde che il torneo del 1924 fu organizzato male, in uno stadio improvvisato lontano dalle altre sedi di gara olimpiche, gradinate scoperte per il pubblico (si giocava a fine luglio) e senza raccattapalle: una situazione che non piacque ai tanti giocatori importanti presenti in tabellone.

Due Olimpiadi dopo, a Los Angeles nel 1932, quando ormai il tennis era fuori dal programma ufficiale, gli americani organizzarono un torneo invitando tutti i giocatori più forti, provando a crederci piu’ di quanto il CIO e il Federazione Internazionale avessero fatto dopo il 1924.

Nelle ultime due edizioni ufficiali prima del lungo divorzio – terminato a Seul nel 1988 – due Grandissime riuscirono a scrivere il loro nome nell’albo d’oro della competizione, la Divina Lenglen nel 1920 (Anversa) e Helen Wills nel 1924 (Parigi), probabilmente le più forti giocatrici – insieme a Maureen Connolly – della storia del tennis femminile prima dell’era Open.

Sempre a Los Angeles, ma poco piu’ di mezzo secolo dopo, nel 1984, il tennis tornò come disciplina dimostrativa. Fu fondamentale la comunione di intenti di due nuovi presidenti, Philippe Chatrier (Federazione Internazionale Tennis) e di Juan Antonio Samaranch (CIO). Los Angeles, era solo l’anticamera, perché quattro anni dopo a Seul si sarebbe fatto sul serio.

E il ritorno ai Giochi Olimpici di Seul nel Settembre del 1988 fu coronato da un evento tanto unico quanto difficilmente ripetibile nella storia del tennis, ovvero la conquista della medaglia d’oro da parte di un’altra grandissima, Steffi Graf, che in quell’edizione riuscì a completare quella cosa che tutti oggi ricordano come il Golden Grand Slam.

Tecnicamente Golden Grand Slam significa Grande Slam più la vittoria del torneo Olimpico: se a inanellare 4 Grande Slam nello stesso anno solare serve tanto talento e più di una congiunzione astrale, per aggiungere il torneo olimpico di tennis serve anche un po’ di fortuna.

La fortuna, o fortune, furono diverse. Proprio in quell’anno un torneo olimpico ufficiale tornava ai Giochi, che Graf amava particolarmente quella manifestazione (l’aveva già vinta 4 anni prima a Los Angeles, appena 15enne); si giocava sul cemento, la stessa superficie degli US Open vinti poche settimane prima; mancava in tabellone Martina Navratilova; inoltre, forse la pressione del Grande Slam era ormai alle spalle.

Le cronache raccontano di una Graf stanca e pronta a non aspettarsi granché dal torneo. Il tabellone femminile vedeva ben dieci delle prime 15 del ranking in lizza. Come detto, tra le big mancava solo la Navratilova, decisa all’epoca a puntare ai tornei del circuito per tornare numero 1 e poco convinta del tennis come sport olimpico (la Navratilova avrebbe poi giocato alle Olimpiadi di Atene nel 2004, ma solo in doppio, diventando la tennista più anziana a partecipare ad una Olimpiade).

navra2004

Torniamo al torneo e al cammino della Graf: perso un set solo contro Larissa Savchenco (n. 11 del ranking) nel quarti di finale, la tedesca (allora ancora “Federale”) vinse facilmente la semifinale con la statunitense Zina Garrison (6-2/6-0), arrivando così a giocarsi l’oro con Gabriela Sabatini (n. 3 del tabellone).

La numero 2 del tabellone, Chris Evert, era caduta al terzo turno in tre set per mano della nostra Raffaella Reggi, sconfitta poi nei quarti dalla bulgara Maleeva. Per la cronaca, l’altra italiana in gara era Sandra Cecchini, omaggiata di una wild card e sconfitta proprio dalla Evert nel turno precedente.

In quell’anno di Grande Slam, Graf arrivava alla finale olimpica dopo aver battuto l’argentina nella recente finale degli US Open. Non solo: la Graf arrivava da 39 match vinti di fila, 67-2 nell’anno. Quelle uniche due sconfitte erano giunte proprio in match con la Sabatini, in primavera ad Amelia Island (terra verde) e Boca Raton (cemento).

Del match c’è poco da dire: risultato finale 6-3/6-3, forse il meno combattuto fra i match giocati tra le due in quell’anno. Il match point, chiuso di potenza, racconta più di qualsiasi cronaca:

Una Graf finalmente contenta dopo la conquista dell’ultimo punto (aveva fatto tanto discutere la poca esultanza dopo il match point dell’US Open, che aveva voluto dire Grande Slam, mica nulla). Forse il coronamento della piu’ grande impresa della storia di questo sport.

Forse (mi piace vederla cosi) animata, quella giovane Graf, dallo stesso spirito di cui scrive qui Giorgio De Stefani, leggenda del tennis italiano prima come giocatore e poi come presidente della Federazione (3 volte!), che in un vecchio articolo pubblicato nel Luglio 1992 da “Il Grande Tennis” (diretto da Rino Tommasi) racconta del suo amore per il nostro sport, i valori olimpici e l’assurdità di questa lunga separazione.

Articolo a cura di Davide Giulietti

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Davide Giulietti

Davide Giulietti

Riminese di nascita, un giorno ha risalito il Po per fermarsi a Torino. Crede ancora nel serve&volley e nel rovescio ad una mano (a due mani solo se e' Gattone Mecir).
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Riminese di nascita, un giorno ha risalito il Po per fermarsi a Torino. Crede ancora nel serve&volley e nel rovescio ad una mano (a due mani solo se e' Gattone Mecir).