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Olimpiadi, Tennis

Sono ancora vivo

di Marco Juric

delpotro

Trovo sempre divertente quando qualcuno riassume il gioco di un tennista attraverso l’uso di aggettivi tanto altisonanti quanto lontani da qualsiasi analisi tecnica. E spesso di Juan Martin Del Potro si parla della sua faccia d’angelo, della sua simpatia e del suo dritto. Catenate, badilate, bombe, ormai i termini che definiscono il suo colpo migliore non si contano più. Ma la Torre di Tandil vista questa notte è stata tanto di più. Servizio e dritto ovviamente, ma anche cuore, grinta e orgoglio. Sentimenti che indossati i panni albiceleste dell’Argentina escono fuori con la massima forza. Con quei colori addosso non ce n’è per nessuno. E questa notte, contro Novak Djokovic, ne ha dato un’ulteriore prova.

Il tabellino recita 7-6 7-6 per l’argentino. Ma è un doppio tie-break che dista anni luce da quelli che si potrebbero vedere tra due bombardieri. Quella di Rio è stata probabilmente la miglior partita dell’anno. Sul palcoscenico massimo che lo sport possa offrire. Perchè ieri si difendevano i colori dell’Argentina, non c’erano in ballo punti ATP. C’era l’orgoglio di una nazione intera. E Juan Martin è andato oltre. Oltre la sequela di operazioni al polso, oltre quel pensiero fisso di non esser più quello di un tempo. Ci ha messo tutto su quel campo centrale. I colpi, il cuore e la garra. Servizio e dritto che hanno disintegrato un Djokovic inerme di fronte alla potenza del ragazzone di Tandil. Il cuore che ad ogni punto veniva pompato dalle migliaia di argentini presenti sugli spalti. Ma anche quella garra che usciva fuori ogni volta che il pubblico brasiliano inneggiava a Djokovic, nell’eterna rivalità sudamericana.

Magari è tornato, Juan Martin. D’altronde, se questo fosse un ritorno, sarebbe ciò che non ha fatto altro che rincorrere in questi mesi. Ogni ruggito che veniva fuori dalla sua bocca dopo un punto conquistato, un dritto messo a segno o un rovescio tirato senza paura risuonavano di questa voglia che ora mi piace immaginargli addosso. Come se, nello stesso momento, urlasse ai suoi polsi e al mondo intero: “Sono ancora qui. E ho vinto io”.

Le lacrime che hanno accompagnato il suo abbraccio a fine gara con Djokovic dovrebbero testimoniarlo meglio del mio inchiostro. Lacrime di gioia per la vittoria ma soprattutto per l’affermazione, per la certezza di essere ancora vivo.

Marco Juric

Marco Juric

Si avvicina al calcio giocato, e alla Roma, grazie alla chioma fluente di Giovanni Cervone. Folgorato dalla prima autobiografia di Roy Keane, non si innamora del Manchester United, ma del Nottingham Forest. Dopo i primi trent’anni di osservazione partecipante, ha deciso di passare gli altri trenta che gli rimangono a scriverne.
Marco Juric

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Marco Juric

Si avvicina al calcio giocato, e alla Roma, grazie alla chioma fluente di Giovanni Cervone. Folgorato dalla prima autobiografia di Roy Keane, non si innamora del Manchester United, ma del Nottingham Forest. Dopo i primi trent’anni di osservazione partecipante, ha deciso di passare gli altri trenta che gli rimangono a scriverne.