Crea sito

Articoli Recenti

Olimpiadi, Tennis

La ballata di Andy e Delpo

di Raoul Ruberti

murraydelpotro

Il tennis olimpico è uno sport in penombra. Con il gran numero di gare più “tipiche” dei Giochi, non è raro che venga trascurato il reale significato delle medaglie che assegna. Questa estate a Rio, il tabellone di singolare maschile ha premiato tre tennisti assai diversi, abitanti tuttavia dello stesso intervallo tra l’essere qualcosa e l’essere qualcosa di più.

 

ORO – ANDY MURRAY (GBR)

Andy Murray ha vinto il suo secondo oro olimpico in carriera, è il primo nella storia del singolare maschile a vincerne due consecutivi, e come quasi tutte le sue imprese anche questa rischia di passare quasi sotto silenzio. I successi del Ringo Starr dei Fab Four entrano da un’orecchio del grande pubblico per uscire in fretta dall’altro. Stretto tra la morsa dei due o tre più vincenti di lui, con il loro stuolo di fan adoranti, e il resto dei colleghi meno forti e perciò sostenuti in quanto underdog, al di fuori dell’erba di casa è raro sentire un gran tifo per Andy.

È anche questa la ragione per cui, a domandare in giro, la stagione tennistica del 2016 era stata quella dell’infortunio di Federer, della positività di Sharapova, di Djokovic che vince finalmente il Roland Garros, quella dello stesso Djokovic che doveva completare il Golden Slam e che invece che fallisce, quella di Nadal che prima era finito, poi era tornato quello di un tempo, poi era finito di nuovo… ma non quella di Andy Murray. Almeno fino a ieri notte, al termine della battaglia tra lui e Juan Martin del Potro. Un match epico, di livello altissimo sia negli scambi sia nei singoli colpi e insieme emozionante, pur in un modo così lontano dalla frenesia del tour ATP.

Nello scrivere il resoconto di una sfida tra Regno Unito e Argentina è davvero facile cedere alla tentazione, e infarcirlo di retorica. Gli spunti sono tanti – la guerra delle Falkland/Malvinas, la “mano de dios” di Maradona e così via – ma la ragione per la quale può essere necessario citarli è una sola. Le racchettate di Murray contro del Potro rispettavano alla perfezione la legge non scritta di queste sfide: ancora una volta la favola di riscossa era albiceleste, e la figura coronata d’Albione era quella dell’oppressore che vuole rovinarla. Del resto, non era il primo match del torneo che vedeva lo scozzese lottare contro un avversario vicino all’impresa, per poi schiacciarlo in modo terribilmente anticlimatico. Prima Fabio Fognini e la sua striscia di 8 game consecutivi vinti a metà match, poi il grande cuore di Steve Johnson che rimonta dopo aver perso il primo set per 0-6. E alla fine, la fine che sappiamo.

Britannico quando vince e scozzese quando non ci riesce, padre prima che tennista, né guru né giullare, né protagonista né anti-agonista. Il più normale degli speciali e il più speciale dei normali. Questo è Andy Murray e, nel torneo dove i soldi contano un po’ meno e la classifica non cresce, lo ha dimostrato ancora.

ARGENTO – JUAN MARTIN DEL POTRO (ARG)

“Del Potro non si butta via niente”. Alcuni anni fa mio padre coniò questo gioco di parole, che riprende il motto popolare secondo il quale persino il taglio meno pregiato del porco, ossia del maiale, ha una sua utilità. Col senno di poi, il tormentone di famiglia si è rivelato in qualche modo profetico: le frattaglie di tennis con il quale in febbraio Juan Martin del Potro si è ripresentato sul circuito, dopo una infinità di operazioni chirurgiche e una lunghissima assenza, sono riuscite nel giro di sei mesi a portarlo fino alla finale del torneo olimpico.

Durante le prime apparizioni di Palito nel 2016, al fianco del suo solito dritto – fulmineo come quei sassi larghi e piatti che da ragazzini si facevano saltare sull’acqua – c’era un rovescio pavido e interlocutorio, giocato soltanto in back per evitare di affaticare il polso. L’impressione che ogni sua partita andasse presa come un piccolo miracolo che prescindeva dal risultato era acuita, più che dai suoi occhi umidi e dalle sue dita rivolte a Dio prima di ogni stretta di mano conclusiva, dal video comparso su YouTube nel bel mezzo della scorsa estate. Si tratta di quindici minuti a camera fissa in cui l’argentino, seduto dentro una polo sul divano di casa, dice di voler tornare a giocare a tennis con la voce tremola di chi non è troppo sicuro che ce la farà. Le sue parole, in spagnolo sopra i sottotitoli gialli, ricordano quelle di un bambino che vuole opporsi alla realtà cattiva ripetendone una diversa.

Il suo calvario è stato già ricompensato e nel modo più nobile: una medaglia olimpica non va difesa la stagione successiva, non porta intangibili punti ATP pronti a svanire allo scadere della cinquantaduesima settimana. È la seconda della carriera di Juan Martin, un passo avanti rispetto al bronzo di quattro anni fa più per la ricchezza narrativa che per quella del metallo nella quale è forgiata. Da quel giorno di Londra il tennis sembra aver deciso chi promuovere e chi bocciare, tra i tennisti della sua generazione, e perciò è ormai difficile credere che la carriera di del Potro rispetterà mai le aspettative originali.

Eppure quando il ragazzone è sceso in campo oggi, sapeva che stavolta il “peggiore dei casi” lo avrebbe visto in piedi sul secondo gradino, con al collo un disco d’argento. Mi aspetto un sms da mio padre, con scritto “Juan Martin del Podio” o qualcosa del genere.

BRONZO – KEI NISHIKORI (JPN)

Dire che Kei Nishikori ha ben figurato a queste Olimpiadi suona strano, ma non è falso. Come non è falso che la sua prestazione sia stata ben lontana da quell’eccezionalità alla quale, solitamente, corrisponde una medaglia. Eppure, in questa epoca tennistica che molti vivono come un limbo, anche le definizioni devono accettare questa situazione di perenne ambiguità. In un certo senso la medaglia di bronzo è un premio a tutti quelli nella condizione di Nishikori: è un riconoscimento meno nobile dell’argento, assegnato al termine di un incontro di rilevanza inferiore, ma consente di chiudere il torneo con una vittoria dopo aver subìto una sconfitta.

Una seconda occasione per i perdenti è qualcosa che nel mondo del tennis non esiste. Kei l’ha avuta in regalo dallo spirito olimpico, ma si è dovuto sudare persino quella perché il tabellone, nonostante gli assenti ingiustificati e gli upset, gli ha messo davanti come ultimo ostacolo un pluricampione Slam. Rafa Nadal si è presentato a Rio de Janeiro dopo due mesi di inattività ma l’incognita delle sue condizioni fisiche è servita più a farlo avanzare sottotraccia che a inibirlo realmente. E dopo l’oro nel doppio maschile, non aveva alcuna intenzione di accontentarsi.

Chiunque abbia visto un po’ di tennis sa che contro Nadal non esiste un momento “è finita”, dal quale l’avversario può amministrare il vantaggio per navigare verso il termine del match. Come se non bastasse, Nishikori non è certo un cuor di leone: l’allievo di Michael Chang ha il difetto di sciogliersi nelle grandi occasioni, più che davanti ai grandi avversari lo testimoniano gli zero set vinti nelle finali dei Masters 1000 di quest’anno, oltre alla poca resistenza opposta a Marin Cilic in quella degli US Open 2014. Così, quando Nishikori ha servito per la medaglia sul 5-2 nel secondo set ed è stato rimontato, la finalina di Rio non sembrava dover fare eccezione. Invece la formichina giapponese ha sì perso i chicchi di grano accumulati e il set, ma è riuscita a non farsi schiacciare: ha avuto un’altra seconda occasione e la ha sfruttata, chiudendo 6-3 al terzo ed esultando con lo sguardo stravolto di chi è sopravvissuto più a sé stesso che al nemico.

Alle Olimpiadi di Tokyo 2020 un Kei Nishikori trentenne difenderà, da padrone di casa, la medaglia di bronzo ottenuta ieri. Quattro anni sono lunghi, ma Kei sa essere un ragazzo paziente e se il suo destino è quello di non compiere mai grandi imprese, forse per quel giorno si sarà abituato almeno a quelle un po’ più piccole.

Articolo a cura di Raoul Ruberti

Raoul Ruberti