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Americanate, Ciclismo

Tour de Trump Extravaganza

di Alessandro Corsaro

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Sulle Catskill Mountains il tempo è sempre imprevedibile. Anche a maggio, anche con una modesta altitudine, paragonabile a quella dei nostri Appennini, nelle giornate di brutto tempo raramente si superano i cinque gradi. Non c’è mantellina o giornale che tenga, vento e pioggia ti entrano nel subconscio.

Patria di tru hikers più che di tru cyclers, queste montagne che lambiscono la zona nord est degli Stati Uniti, sono diventate per qualche ora le Dolomiti a stelle e strisce, i Pirenei d’oltre Oceano. Il gruppo è fortunato: transita sull’altopiano con il sole a ore undici, venti gradi di temperatura e una splendida bucolicità primaverile in HD. Le fatiche per oggi sono finite, manca solo la discesa finale che proietterà il plotone fino al traguardo.

Più ci si prepara alla volata più la folla ai lati della strada aumenta. La folla del ciclismo, quella colorata, festante, euforica, quella che incita chiunque sia a tiro di applauso, quella a cui riesce proprio difficile tifare contro qualcuno, ma se trova quel qualcuno la situazione ottiene risvolti inverosimili.

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“Die Yuppie $cum,” “Hungry? Eat the Rich” “Trump = Anti-Christ.”

L’impressione più che distinta è che quella folla non proprio festante, in attesa dei corridori dopo le Catskill Mountains, non sia lì per il ciclismo ma per qualcosa che col ciclismo ha pochissimo a che fare. Quel qualcosa (o qualcuno) che 27 anni dopo parlerà del due ruote come di una chimera, una pagliacciata, il cui nome, volente o nolente è sulla bocca di tutti.

Pausa tecnica. Giugno 2015. Donald Trump annuncia ufficialmente che correrà per le primarie americane e conseguentemente si candida a diventare nuovo presidente degli Stati Uniti. Durante uno dei suoi discorsi che diventeranno un must per gli internauti depressi bisognosi di due risate, si scaglia sull’attuale Segretario di Stato John Kerry. Superate le promesse belliche di circostanza, sottolinea che in caso di Presidenza non si sarebbe mai servito di un uomo come Kerry, incapace di negoziare, pessimo e a tratti ridicolo nei discorsi pubblici, “a cui piace la bicicletta e che a 72 anni è riuscito a cadere e a rompersi una gamba durante una gara. Io non sarò così, e prometto che non prenderò mai parte ad una gara ciclistica. Potete contarci.

Il nostro Donald che non sia un luminare non lo scopriamo certo oggi, ma evidentemente difetta anche in fatto di memoria.

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È una storia che non ha bisogno di espedienti fantasiosi, hanno fatto tutto loro. I protagonisti sono il chiacchieratissimo Donald Trump, l’ex commentatore della CBS Billy Packer e un’idea stravagante quanto ambiziosa e costosa. Premessa doverosa: in questo thriller gli scioroccati sono due e Donald Trump fa la parte di quello riflessivo e sano di mente.

Indianapolis, 1987. Nel bel mezzo dei Giochi Panamericani, Billy Packer spinto dall’ardore sportivo di quelle giornate, decide, davanti ad un’ abbondante dose di margarita, di organizzare una corsa ciclistica che potesse essere l’equivalente a stelle e strisce del Tour de France. L’analyst americano, che negli anni successivi confesserà di non aver mai visto una gara di ciclismo e di non avere la più pallida idea di “quanta aria dovesse andare nelle gomme della bicicletta“, inizia a proporre un per nulla accattivante Tour de Jersey che avrebbe dovuto partire da Manhattan e terminare sotto gli imponenti casinò di Atlantic City. Il problema principale come in ogni grande evento è la necessità di una sponsorizzazione decisamente generosa per finanziare il tour. Inizia la rincorsa a Donald Trump, imprenditore che all’epoca non aveva subito ancora fallimenti all’interno delle società da lui controllate ma già da anni simbolo di un’America da non imitare. Il rituale di corteggiamento ha buon fine e nel 1989 tutto è pronto per il primo Tour de Trump della storia.

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Ci sono voluti 20 secondi all’attuale candidato repubblicano per realizzare quanto potesse essere assurdo quel nome per una corsa ciclistica a tappe.

Anche in un periodo storico in cui il matrimonio sport-corporate era (ed è) all’ordine del giorno, soprattutto negli Stati Uniti, tutti, eccetto Packer, avevano capito che si rischiava il classico passo più lungo della gamba. Dal ventunesimo secondo in poi la razionalità è nuovamente uscita dal corpo dell’imprenditore americano il quale entusiasta, ha cavalcato l’onda di un “marchio” che inevitabilmente avrebbe attratto la curiosità degli addetti ai lavori di tutto il mondo e dei semplici appassionati di sport. Un’equazione che nella sua testa voleva dire principalmente una cosa: soldi, tanti soldi.

Un marchio che ha la capacita di far accostare in tre parole, una gara ciclistica ad un commerciante di armi saudita, ad un bordello olandese e al principe del new age pop.

Pronti via, l’investimento iniziale è di circa 800.000$ (solamente promessi ma mai versati). La prima edizione comprende 10 tappe lungo la East Coast per 837 miglia complessive. Partenza da Albany e arrivo all’ombra del casinò di proprietà di Donald Trump ad Atlantic City.

19 squadre al via, 8 team di professionisti e 11 di amatori tra cui il team Sauna Diana, una squadra olandese sponsorizzata da un bordello. 50.000$ in palio per il vincitore della corsa. Quello che secondo i piani dei grandi capi avrebbe dovuto nel giro di pochi anni insidiare il Tour de France, tra gli addetti ai lavori è un evento ai confini del trash. Nonostante lo scetticismo generale tra i partenti troviamo nomi di assoluto livello.

Oltre agli statunitensi Greg Lemond e Andy Hampsten, vincitori rispettivamente della Gran Boucle e del Giro, partecipano alla corsa anche Davis Phinney, Olaf Ludwig e Steve Bauer, secondo alla Rubaix di quell’anno.

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Inevitabile sottolineare la presenza di team europei di prima fascia come Lotto, Panasonic, PDM e la nazionale sovietica con un agguerritissimo Viatcheslav Ekimov. L’attuale General Manager della Katusha, allora amatore, è vittima di un vero e proprio boicottaggio da parte dei pro che vedono in lui un serio rivale per la conquista della corsa. Vince la seconda tappa dopo il prologo di apertura, e mostra a tutti di che pasta sono fatti i corridori della madre patria Russia. Una coalizione di pro ricompensa la sua spavalderia mettendo più di una volta il classico quanto temibile sacchetto del rifornimento tra i raggi delle ruote di Ekimov che sarà costretto a fermarsi ripetutamente. E’ evidente che quel Tour de Trump Ekimov non lo ha vinto.

Per la vittoria finale il duello principale è tra due gregari di prima fascia: il norvegese Dag Otto Lauritzen, trionfatore della corsa e il belga Eric Vanderaerden, vincitore di quattro tappe, lanciassimo per conquistare i 50.000$ di bottino il quale nella crono finale sbaglia strada, seguendo una moto della direzione gara e dilapida tutto il vantaggio accumulato. Finirà terzo nella classifica generale. Le polemiche si protraggono fino ai giorni nostri e il fatto che il norvegese vincitore corresse sotto bandiera americana con il team 7-Eleven aumenta i dubbi su un probabile errore per nulla accidentale da parte della moto davanti a Vanderaerden.

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Il pubblico americano si avvicina circospetto ad uno sport che in quegli anni non aveva l’enorme seguito che ha avuto negli ultimi 25 anni. I contestatori ci sono, legittimi, sacrosanti, tanti, rumorosi e meno circospetti; sarebbe stato strano se fosse accaduto il contrario. Al termine della prima tappa in linea nella  cittadina hippy di New Paltz, i corridori vengono accolti da centinai di manifestanti intenti a deridere e insultare il simbolo dell’avidità degli anni ’80 in giacca e cravatte e parrucchino biondo. Uno spettacolo nello spettacolo.

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Il ciclismo negli Stati Uniti voleva dire soprattutto California e Colorado e portare anche sulla East Coast le due ruote è stata una scommessa apparentemente vinta.

La seconda edizione parte con grande entusiasmo e molti stati vogliono essere dell’evento. Tra questi anche lo stato del Maryland che vede di buon occhio il passaggio del tour nella città di Baltimore. La trattativa è ben avviata, grazie a tipi non proprio raccomandabili tra cui Joe De Francis. Francis, capo dei principali ippodromi del territorio, è il capo in pectore di tutto lo stato, più potente del governatore del Maryland e del sindaco di Baltimore messi insieme: avrebbe dato il suo benestare solo se Trump avesse portato nel porto della città il suo yacht da 281 piedi, Trump Princess, per essere utilizzato per mero scopo di intrattenimento. Questa volta i 20 secondi di riflessione non sono stati necessari. Accordo raggiunto senza esitazione.

Il mega yacht attracca con tutta la sua tracotanza nel porto di Baltimore. Al tempo si tratta del terzo più grande del mondo, costruito nel 1980 dal commerciante di armi saudita Adnan Khashoggi per la cifra di 100 milioni di dollari. Coinvolto nello scandalo Iran-Contra il Khashoggi è costretto a rivenderlo al sultano del Brunei il quale lo cederà allo stesso Trump per 29 milioni di dollari. Nel ’91 anche Trump è costretto a disfarsene ma ne ricaverà “solo” 10 milioni di dollari.

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I casinò del Delaware sono troppo invitanti ed ecco l’aggiunta di una tappa anche in quello stato, che avrà l’onore di ospitare la tappa iniziale del 1990.

Anche il secondo anno del Tour de Trump sarà un successo destinato a durare quanto la stabilità economica del suo portabandiera. Dalla Trump Airlines ai casinò di Atlantic City passando per il Taj Mahal hotel, il 1991 rappresenta il primo grande anno di catastrofi economiche in casa Trump, costretto a dichiarare più volte bancarotta. Il danno di immagine oltre a quello monetario lo costringono ad abbandonare la corsa e quel pazzo sogno di competere con i Tour de France.

Il clamore delle prime edizioni consentirà al tour una partecipazione sempre più massiccia di corridori d’élite anche in contumacia del miliardario americano, impegnato nel divorzio con la moglie Ivana e con tutti i quelli che erano caduti nel baratro a causa dei suoi scellerati investimenti. La corsa a tappe continuerà fino al 1996 sotto la denominazione Tour DuPont, dal nome del nuovo main sponsor DuPont Corporation. Nell’edizione 1993, una giovane speranza americana arriverà seconda nella classifica finale, per poi raggiungere la vittoria nelle edizioni del 1995 e del 1996. Quella giovane speranza si chiamava Lance Armstrong e da qui si potrebbero aprire milioni di nuovi capitoli.

Chiaro, da qui a dire che Trump abbia dato una grossa mano al ciclismo a stelle e strisce, ce ne passa.

Alessandro Corsaro

Alessandro Corsaro

Parma. Politologo fortunatamente mancato. Mangiatore seriale d’insalata, buzzer beater e gol al 95°. Ho prestato i miei servigi a Deer Waves e SonOfMarketing. Eurosport è la mia Bibbia, Watts il mio credo. @let_argo
Alessandro Corsaro

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Parma. Politologo fortunatamente mancato. Mangiatore seriale d’insalata, buzzer beater e gol al 95°. Ho prestato i miei servigi a Deer Waves e SonOfMarketing. Eurosport è la mia Bibbia, Watts il mio credo. @let_argo

  • Giuseppe Forino

    zio Ekimov (cuoricione)