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This is the end? – Guida al fine carriera

di Luigi Di Maso

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Non posso cominciare una giornata senza caffeina, allora mentre mi stropiccio ancora gli occhi mi dirigo verso la moka, svuoto il caffè che s’è fatto vecchio e ne preparo uno caldo. Non tutte le giornate iniziano bene: mi accorgo di aver finito il caffè e mi tocca vestirmi per andare a comprarlo sotto casa. È sabato, magari passo anche al bancomat ché un po’ di soldi in tasca è meglio averli. Per fortuna non c’è fila, se non un signore calvo davanti a me che mentre sta lì a prelevare tiene una conversazione telefonica, parlando un italiano dalla cadenza spagnola. Quando il signore ispanico si gira per andar via mi accorgo di aver già visto quei lineamenti scavati sulle guance: davanti a me alle Poste c’è Borja Valero. Stupito dal fatto che una bandiera della Fiorentina stesse condividendo una pratica quotidiana uguale a quella di un comune mortale come me, la curiosità sovrasta la discrezione da mantenere in momenti come questi. “Borja ma che ci fai allo sportello delle Poste?”. Dopo un sorriso spezzato a metà, l’ex viola mi chiarisce i dubbi: “Eh, che ci faccio… dopo anni di contributi finalmente la pensione! Sennò qua non si va avanti…” Io quasi non ci credo, chiedo a Valero se posso rubargli qualche minuto per chiacchierare. L’ex giocatore della Fiorentina, non più sotto i riflettori dopo il ritiro alla bellezza di 41 anni e uno scudetto vinto in Toscana con l’Empoli (ultima squadra in cui ha militato), mi racconta di avere necessità del sussidio pensionistico perché negli ultimi anni di carriera ha versato tutti i guadagni alla Chiesa Tottiana, comunità di ex calciatori istituita da Francesco Totti. Si tratta di un istituto religioso dove i calciatori più anziani versano tutti i soldi guadagnati in carriera, per garantirsi un’indulgenza verso le noie muscolari e i crampi all’85esimo minuto, posticipando il ritiro dal gioco. Poi Borja prima di liquidarmi per tornare a casa, mi chiede una sigaretta: “Sai – mi dice – da quando ho smesso ho preso a fumare, lo stress…”

La scoperta mi lascia a metà tra lo shock e l’euforia, subito penso che rendere pubblica l’esclusiva sia l’unica cosa da fare. Così prendo in mano il mio iPhone 22 Plus per comunicare al mondo ma all’improvviso mi sale una sensazione di angoscia e mi ritorna in mente un pezzo che avevo scritto circa 30 anni prima su Crampi Sportivi, un decalogo che raccontava le carriere dei calciatori per categorie. Ma è giusto, mi sono detto, svelare certe oscure verità? O meglio lasciare i tifosi senza sapere niente, liberi di pensare ai vari Cannavaro e Nesta come grandi nababbi che esportano calcio in Qatar o negli Stati Uniti. Così mi sono messo a ricercare quel vecchio articolo, la figlia di Siri ci ha messo 0,2 secondi…

Un decalogo, per raccontare la vita post ritiro dei calciatori, diviso per categorie che stimoleranno i sentimenti atavici degli haters e dei nostalgici. Da quando Baggio non gioca più e da quando l’ENPALS (l’ente di previdenza di sportivi professionisti e lavoratori dello spettacolo) non esiste più, il periodo successivo all’addio al calcio di un professionista è tutto in questi esempi.


El Pibe…e l’agrume

#1 L’iconico – futuro dirigente. Vivere una vita extra calcistica affiancato da Gianluca Vacchi pretende uno standard di dolce vita elevato, anche se ti chiami Marco Borriello, visto che secondo una stima potrai percepire la tua pensione nel 2042. Allora pensare di restare nel calcio dopo il ritiro può essere un’ottima idea. Meglio ancora se ti chiami Pavel Nedved o Javier Zanetti e allora le scorribande sulla fascia e centinaia di contrasti a centrocampo possono valerti un futuro da dirigente. Requisito minimo è elevarti a icona della squadra in campo e diventare specchio dello stile del club in cui hai giocato. Per le squadre di calcio, inserire figure di consiglieri da delegare a ex calciatori può migliorare l’immagine e la riconoscibilità della società, aumentare la fiducia del gruppo e creare la continuità di stile; esemplare la Juventus che ha trovato un Nedved a propria immagine e somiglianza.

#2 L’iconico – scaricato. Non c’è TFR peggiore di quello sentimentale, lontano dalle cifre con tanti zero. A quanto pare, sfoggiare con gloria la fascia da capitano dello stesso club per tutta la carriera, impregnarla col sudare di mille battaglie sul campo, non ti assicurerà la vita eterna con i colori di sempre. O meglio: resterai nel cuore dei tifosi storici e delle nuove generazioni, ma non sempre nel cuore dei dirigenti. Questa è una categoria totalmente opposta alla prima in cui ci inserisco i nomi di Paolo Maldini e Alessandro Del Piero. Giocatori da Hall of Fame o da formazione Fifa Legend che per divergenze con i vertici societari o per diffidenza, non hanno intrapreso il cammino sul ponte che ti porta direttamente dal campo alla tribuna autorità, affiancati dal direttore sportivo, amministratore delegato e per i più fortunati anche sua maestà il presidente.


L’iconico scaricato esulta per l’ingresso in società dell’iconico futuro dirigente.

#3 Il temerario. L’idea che una carriera da calciatore possa rivelarsi stressante e ad un certo punto satura di stimoli, per quanto utopica sembrerebbe invece alquanto realista. Chiedete informazioni ad Ibra. Allora nostalgia-portami-via, possibilmente il più lontano possibile da un rettangolo verde. A spiegarcelo sono gli esempi del mito Macellari, oggi falegname e membro di una band per passione, Giovanni Galli e Paolo Nervo che hanno intrapreso l’esperienza politica, Francesco Flachi oggi proprietario della paninoteca Il Panino di Categoria nella sua Firenze ma anche dulcis in fundo Dario Hubner, anche lui “paninaro” a Muggia nel suo locale dall’insegna nostalgica: il “Tatanka”, do you remember qualcosa? P.S. Potevo continuare all’infinito ma avevo finito i fazzolettini.

#4 La candela. In questa categoria citerò un solo giocatore. Uno che nel periodo poco prima dall’ingresso alla moneta unica ha condizionato il mio modo di vedere e interpretare il talento, anche in contesti dove il calcio era poco attinente. Antonio Cassano è una candela che si accende in una serata buia e fredda nel dicembre del 1999 e da quel momento, come ogni candela, ha alternato istanti di fuoco vivo a spifferi di vento che hanno rischiato di spegnerlo. La carriera di Fantantonio è sempre stata così: quando sembrava che potesse diventare la candela più luminosa del castello del calcio, un colpo di corrente metteva a rischio la sua luminosità. La candela (cd) è anche l’unità di misura riconosciuta per quantificare l’intensità luminosa. L’apice di intensità radiante di Cassano veniva raggiunto quando vinceva le partite praticamente da solo. Ogni appassionato di calcio ha la sua candela, una rarità tra i calciatori, uno che dà l’addio al calcio giocato lo stesso momento in cui compie l’esordio con una prodezza. Secondo la mia discutibile teoria, Antonio Cassano da Bari si è ritirato dal calcio il 18 dicembre del ‘99.


Sia ad Ibra che a me, Cassano mancherà sempre.

#5 Il RIP (Resta In Patria). Non abbiate paura dell’acronimo usato. Con RIP definisco i giocatori che hanno fatto di una squadra la propria patria e che quindi anche dopo il ritiro sono rimasti nella famiglia che li ha cresciuti o fatti diventare grandi. Per questa categoria nomino due nomi illustri – nell’era del calcio-nostalgia –, due professionisti come Gianpaolo Bellini e Antonio Di Natale che un principio di lacrimuccia la fanno scendere. Il primo, nato nella periferia bergamasca di Sarnico è riuscito a militare nell’Atalanta dalle giovanili alla prima squadra collezionando 425 gare ufficiali e debuttando da titolare all’età di 19 anni, periodo in cui molti ragazzi fanno il debutto con i brufoli. Bellini nasce il 27 marzo 1980 e gioca con la Dea dal 1986 al 2016.
Il secondo invece è originario di Napoli e ha scelto come patria in cui essere profeta la fredda Udine, distante circa 843 km di macchina dalla città partenopea. Decise di entrare nella categoria RIP quando per il bianconero friulano rinunciò al bianconero torinese. Escluse le parentesi all’Iperzola, Varese e Viareggio, oltre a quella più nota di Empoli, Totò conta 12 anni in Friuli e dopo il ritiro ovviamente, decide di restare in patria, preferendo il frico al casatiello. Stando alle sue dichiarazioni e a quelle di Pozzo, Di Natale potrebbe vivere l’ubiquità del RIP e dell’iconico – futuro dirigente.

#6 Zio Sam. L’Italia stando a quanto raccontato dai libri di storia e dalla tv generalista è paese nativo di grandi esploratori e allenatori. Lode quindi ai Pirlo, Nesta e Giovinco negli States, esportatori del prodotto italiano nel mondo. Pensare che andare a giocare in MLS sia esclusivamente una questione di denaro è una retorica troppo pregna di populismo. Gli americani hanno pensato di mettere su il business dello sport totale e l’esempio è una città come Toronto: basket, football, baseball e ora calcio. Ma, per creare una continuità di intrattenimento ludico sportivo anche con il calcio, nel breve periodo sembrava più plausibile acquistare grandi nomi europei più che costruire una fucina di talenti fatti in casa. Quindi noi esportiamo loro calciatori e gli americani portano serie tv in Italia. Per adesso sembra il giusto compromesso.
Continuando la mia ricerca sul web ho scoperto anche che, all’epoca dell’uscita del decalogo, l’allora direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio, fece il retweet dell’articolo scagliandosi contro i giocatori che dopo il ritiro dal calcio continuavano a vivere da nababbi, mentre i “compagni” occupavano le piazze per protestare contro il prolungamento dell’età pensionabile per docenti e operai di aziende per metà di appartenenza statale e privata. Al cinguettio di Travaglio rispose Borriello con un “Giusto così, noi calciatori vi abbiamo fatto emozionare con i nostri gesti atletici frutto di allenamento e talento innato. Noi siamo l’oppio dei popoli”.
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Decido di andare oltre, esattamente alla seconda pagina di Google dove trovo un articolo de La Nazione che racconta la lite scolastica avvenuta tra il figlio di Borja Valero e un suo compagno di scuola che lo intimava da tempo a pagare la merenda a tutta la classe, vista i guadagni e la pensione d’oro che riceveva il padre ex calciatore. Ho deciso. Non pubblicherò il post con le confessioni di Valero. Non posso cambiare il corso della vita da divano. Non voglio offendere la memoria e l’immaginario collettivo di appassionati che hanno fatto del calcio più di un semplice sport. La carriera di un calciatore finisce, lì comincia tutta un’altra storia.

di Luigi Di Maso

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Luigi Di Maso

Nato in provincia di Zemanlandia ma attualmente in missione a Firenze. Laureato in media, comunicazione e giornalismo. Preferisce la provincia alle grandi squadre, perché sono le prime a rendere tali le seconde.

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Nato in provincia di Zemanlandia ma attualmente in missione a Firenze. Laureato in media, comunicazione e giornalismo. Preferisce la provincia alle grandi squadre, perché sono le prime a rendere tali le seconde.