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Americanate, NBA

In the Shoes of Melo

di Crampi Sportivi

NEW YORK, NY -  FEBRUARY 2: Carmelo Anthony #7 of the New York Knicks dribbles up the court against the Los Angeles Lakers during the game on February 2, 2015 at Madison Square Garden in New York, New York . NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this Photograph, user is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. Mandatory Copyright Notice: Copyright 2015 NBAE (Photo by Nathaniel S. Butler./NBAE via Getty Images)

Copertina di Michael Herradura

New York City, NY, USA, 2016.

Non dev’essere per niente facile essere Carmelo Anthony, oggi.  Oddio, ovviamente non è poi così male, se comparato alla media dei pari età: nato nel 1984, quest’anno varcherà la non trascurabile soglia dei 200 milioni di dollari di soli salari da pro, al netto dei non trascurabili introiti da parte degli sponsor, in quella che sarà la sua settima stagione NBA in maglia Knicks dopo le sette trascorse nelle Montagne Rocciose in maglia Denver Nuggets.

Ovviamente, però, il “non dev’essere per niente facile” va parametrato alla sua condizione di giocatore NBA, anzi, di membro e soprattutto leader dei New York Knicks. Che sono – per inciso – una delle sole due franchigie a essersi sciroppate tutte le stagioni della storia della Lega e contemporaneamente una delle meno vincenti. Due soli titoli (datati 1970 e 1973), più sei finali NBA perse, che in settant’anni di storia equivale a dire “bene, ma non benissimo”.

Anche perché il computo della storia recente è abbastanza inquietante: UNA serie playoff vinta nelle ultime sedici stagioni, record negativo di sconfitte in una regular season fresco di ritocco a quota 65 giusto un paio di anni fa. Tuttavia, nonostante la tradizione non sia proprio paragonabile a quella di altre franchigie storiche della NBA, il solo fatto di essere a New York – una città dove si respira sport (e in particolar modo, basket) in ogni angolo dell’area – equivale ad avere addosso un carico di pressione che probabilmente non ha uguali in altre città degli USA.

Anche a Boston e a Los Angeles – per dire di due franchigie MOLTO più vincenti dei Knickerbockers – per motivi diversi, si respira un’altra aria. Il fatto è che a New York sono nati tanti, ma veramente tanti, dei giocatori più forti della storia di questo sport: tanto per dirne due, scriviamo Kareem Abdul-Jabbar e Julius “Dr. J” Erving. Ne volete un altro? Bob Cousy. Ne volete ancora un altro? Tiny Archibald. Insomma, ci siamo capiti.  E questo ci porta al punto vero della questione, ovvero perché non deve essere per niente facile essere Carmelo Anthony.

drjaj

Nemo propheta in patria

Non dev’essere per niente facile essere ‘Melo, perché ‘Melo è un nativo di Brooklyn. Ed è anche uno che è rimasto nello stato di New York anche nel suo unico anno di pallacanestro collegiale, in maglia Orange con quella Syracuse che da quarant’anni è guidata da Jim Boeheim: se non siete avvezzi al basket NCAA, vi può essere comunque capitato di vederlo seduto accanto a Mike Krzyzewski (si, abbiamo fatto copia e incolla) a Rio 2016.

Che Anthony fosse un prodotto di quelli buoni si era capito già in quel periodo, quando – viaggiando a 22 punti e 10 rimbalzi di media, da freshman – guidò i suoi al primo e finora unico titolo universitario nazionale. I suoi, per inciso, erano gente tipo Gerry McNamara (visto brevemente in Grecia dopo una carriera collegiale più che discreta), Hakim Warrick (che almeno è passato dalla NBA, magari senza fare le onde), Josh Pace (transitato anche lui dall’Europa con scarse fortune): non esattamente il Dream Team.

Il draft del 2003 lo vide chiamato al terzo posto, destinazione Denver Nuggets, dopo LeBron James (e ok) e Darko Milicic (i commenti metteteceli voi: a Detroit si sente ancora l’eco delle imprecazioni). Per un nativo della Grande Mela, passare sette stagioni in Colorado deve essere all’incirca come sciropparsi sette anni in Tibet. E in effetti, è quello che ha fatto ‘Melo.  Sette anni a Denver da protagonista assoluto, con il soprannome meritatissimo di Captain Clutch per la sua attitudine a mettere canestri sulla sirena: i Denver Nuggets. che dal 1990 all’arrivo di Anthony erano stati pressoché impalpabili in NBA (eccezion fatta per la clamorosa eliminazione dei Sonics nel 1994 da ottava contro prima), tornarono ad essere una franchigia NBA con cui bisognava fare i conti.

Nei suoi sette anni con le pepite, ci sono sette apparizioni ai playoff, tre titoli di division e una finale di Conference persa contro i Lakers. Ma è lì che il palcoscenico di Denver comincia a stare stretto a ‘Melo ed è a quel punto che si apre una finestra per tornare a casa, per indossare la maglia dei New York Knicks. Per lasciarsi alle spalle le Montagne Rocciose, il freddo, una città un po’ troppo piccola in tutti i sensi, il fallimento del tandem con Allen Iverson, il rapporto complicato con coach George Karl, la sensazione sempre più strisciante di non stare andando da nessuna parte.

Eppure questa cosa che nessuno è profeta in patria risuona nella cultura occidentale da quasi duemila anni, quindi magari un pensierino Carmelo ce l’avrà pure fatto.  Con la maglia dei Knicks si sono scottati in tanti, perché nella Grande Mela c’è una voglia pazzesca di basket ad alti livelli e tuttavia i risultati non arrivano quasi mai.  Ultimo in ordine temporale, Stephon “Starbury” Marbury, un lustro al Madison Square Garden e una carriera rovinata. E sì che Anthony quando arriva ai Knicks ha già vinto una medaglia d’oro alle Olimpiadi 2008, con quello che sarà soprannominato il Redeem Team, la squadra che ha lavato via l’onta del bronzo ad Atene 2004 dietro Argentina e Italia.

Inoltre, non benissimo le apparizioni che vedevano contro Marbury e Anthony.

«Che ce frega der cileno…»

Quando si scrive in italiano di personaggi sportivi che vanno (o tornano, nel caso di Carmelo Anthony) a giocare nella squadra della loro città, è inevitabile misurare il tutto alla parabola della carriera di Francesco Totti.  Che però un po’ propheta in patria lo è stato, anche se siamo tutti abbastanza d’accordo sul fatto che se avesse ceduto alle lusinghe che in questi anni gli sono arrivate da tutte le più nobili piazze d’Europa – la sola idea di vederlo giocare con un’altra maglia di squadra italiana è talmente assurda che le sinapsi cerebrali non riescono a mettere insieme i due concetti – il suo palmarès sarebbe ben più nutrito di UNO scudetto, DUE coppe Italia e DUE supercoppe italiane.

Ma torniamo a ‘Melo, alle affinità e divergenze con Francesco Totti, del conseguimento dello status di superstella, per dirla con quelli lì. Anthony a New York arriva e disputa tre stagioni MOSTRUOSE, sia a livello personale sia di squadra: i Knicks fanno tre regular season consecutive sopra al 50% di vittorie (l’ultima stagione con saldo positivo vinte/perse risaliva al 2001), e dopo due eliminazioni al primo turno per mano dei Celtics e dei Miami Heat, nel 2013 New York disputa la miglior stagione del nuovo millennio.

Primo titolo divisionale dal 1994, miglior saldo vinte/perse dal 1997, prima vittoria di una serie playoff dal 2000: la rotazione di quei Knicks aveva ai primi cinque posti per minutaggio, oltre ad Anthony, Raymond Felton, J.R. Smith, Tyson Chandler e Jason Kidd, più una serie notevole di veterani del parquet come Kenyon Martin, Stoudemire, Prigioni, ‘Sheed, Camby e Kurt Thomas.  Ecco, di tutti quelli che abbiamo appena elencato, nella stagione che sta per iniziare, il solo a vestire ancora la maglia arancioblu è proprio Carmelo Anthony. Che nel frattempo, in queste ultime tre stagioni, è passato tra le grinfie di Mike Woodson, Derek Fisher, Kurt Rambis e tra poco Jeff Hornacek.

In tre stagioni NBA si giocano 246 partite e di queste i Knicks ne hanno vinte solo 86 e perse 160. I playoff sembrano un lontano miraggio, ‘Melo ha 32 anni suonati e comincia a farsi strada un po’ in tutti l’idea che non sarà neanche lui il profeta che porterà i Knickerbockers alla Terra Promessa, al terzo anello NBA. Eppure c’è da dire che l’idea di portare un titolo a New York solletica tutti in NBA, solo che la crème de la crème della Lega ha paura di scottarsi le dita, e dai Boston Celtics di fine anni zero in qua, preferisce affidarsi ai super-dream-team (KD, are you reading this?).

Così ‘Melo, che in realtà un’opportunità così non ce l’ha mai avuta: sta lì, in questo limbo dei “grandi-senza-un-titolo” di cui la storia della NBA è piena zeppa. In realtà pure Totti-gol, nell’anno di grazia 2001, era sì il leader dei giallorossi nonostante avesse solo 25 anni, ma la campagna acquisti quell’estate gli aveva portato Samuel, Emerson e Batistuta, oltre ad avere già in rosa gente tipo Cafu e Montella, solo per citare i più famosi. Quindi facendo il computo delle divergenze tra Totti e ‘Melo, a parte i sette anni trascorsi in Colorado dal secondo, bisogna partire proprio da qui: Totti ha vinto quando ha avuto dei compagni attorno che l’hanno aiutato a vincere. Negli sport di squadra fondamentalmente funziona così.

Attestati di stima ne abbiamo?

Eppure c’è una cosa che li accomuna, al di là di tutto, questi due: entrambi sono stimati a livelli incredibili da compagni, avversari, addetti ai lavori, molto più di quanto non lo siano dal “pubblico”. Sì, la gente li stima, solo che c’è un piccolo “però”, legato alle prestazioni delle loro squadre, quasi sempre a un passo dalla gloria: restando su Anthony, in un post su The Players’ Tribune di un annetto fa, Paul The Truth Pierce lo definiva “il giocatore più difficile da marcare contro cui abbia mai giocato”. E questa, permettete, è una di quelle cose che ci si possono appuntare al petto.

Ce ne sarebbero altre mille, in realtà. perché ‘Melo – 9 All-Star Game disputati, 2 volte secondo quintetto e 4 volte terzo quintetto All-NBA (mai primo quintetto, curiosamente neanche nel 2013 quando arrivò terzo nella votazione per l’MVP della Lega, e fu anche il miglior realizzatore) – già entrato nei primi trenta realizzatori di ogni epoca in NBA, è un giocatore che si è guadagnato sul parquet il rispetto di un’intera Lega. E non dovrebbe esserci troppo bisogno di spiegarvi quanto sia importante essere rispettati da compagni e avversari, quando si arriva ad un certo livello.

melo

Ora abbiamo ancora qualche anno per godercelo – difficile che arrivi ai quaranta come il 10 in giallorosso, ma mai dire mai – aspettando che magari il management newyorkese tiri fuori un qualche coniglio da un qualche cilindro e permetta a ‘Melo di potersela giocare davvero, in squadra coi Montella, i Batistuta, i Samuel e i Cafu del caso. Perché il sogno di Anthony è probabilmente quello di vedere un giorno – per lui che da bambino lasciò Brooklyn per andare a Baltimore e crescere nel quartiere di Pharmacy, che è un po’ il contrario di quello che era successo a Willy il principe di Bel Air – è vedere la sua maglia numero sette issata sul tetto del Madison Square Garden, accanto a quella di Pat Ewing, di Willis Reed e dei pochi altri che sono entrati nella storia della franchigia della Grande Mela.

Possibilmente con un anello al dito, che insieme al titolo NCAA e alle tre medaglie d’oro olimpiche, ci starebbe proprio bene nei progetti di Carmelo. Prima che a qualcuno di voi venga in mente di controllare, no, non c’è nessun altro giocatore ad aver vinto tre ori olimpici (più un bronzo, se non l’ha buttato nel cestino) nella pallacanestro: va bene che giochi con Team USA, ma se non altro è sinonimo di longevità ad alti livelli, ne converrete.

E con questa direi che possiamo mandare i titoli di coda. Su questa nostra digressione, non sulla carriera di ‘Melo, che – ne siamo certi – ha ancora qualche capitolo da scrivere. Come quella di quell’altro là, del resto, come quel Francesco Totti che ancora oggi, a quarant’anni quasi suonati, entra e come per magia te la risolve.

Articolo a cura di Roberto Gennari

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