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Etica, Pallone

L’etica, il pallone e il ruolo del calciatore – Intervista a Damiano Tommasi

di Michela Monferrini

tommasi

Copertina di Fabio Imperiale

C’era un calciatore, nell’estate del 2004, che aveva da poco compiuto trent’anni quando un grave scontro di gioco in amichevole gli procurò la rottura del legamento crociato. Molti dei suoi colleghi avrebbero preso in seria considerazione l’ipotesi di riporre gli scarpini. Molti: ma non Damiano Tommasi. Appeso al chiodo il pensiero di un addio per infortunio, il centrocampista della Roma e della Nazionale cominciò una lunghissima riabilitazione.

Dopo oltre un anno e mezzo di preparazione, di carica, di pazienza, Tommasi chiese alla società di rinegoziare il suo contratto. La notizia fece il giro dei media: avrebbe giocato per un anno con il salario minimo sindacale di 1.500 euro al mese. Sarebbe bastato questo per assegnargli definitivamente il ruolo di “esempio” – ruolo che però da tempo respingeva («Non voglio esserlo. Potrei esserlo se qualcuno avesse il mio stesso infortunio. E spero in questo senso di non esserlo mai»). Ma accadde di più. Accadde, a Tommasi, di scrivere una delle più belle pagine della storia romanista.

Il 27 novembre 2005 Damiano tornava titolare in casa, contro la Fiorentina. Nelle cronache di quel giorno si legge: «Serata fredda, terreno in buone condizioni. Spettatori: 50.000 circa». Immaginate 50.000 tifosi guardare Damiano Tommasi segnare da attaccante, al suo rientro, dopo due minuti dall’inizio della partita.

C’è altro? Sì. Perché quella sera, intervistato da trasmissioni e giornali sportivi, Damiano Tommasi punta il dito contro i razzisti che a Messina, in quello stesso turno di campionato, hanno insultato il calciatore Zoro fino a farlo smettere di giocare. Ecco, Damiano Tommasi è stato (ed è ancora oggi) tutto questo. Un esempio.

L’omicidio di Fermo dello scorso luglio e l’insistenza dei giornali sulla parola “ultrà” per indicare l’assassino: cosa ne pensa? Se dovesse spiegare a un bambino che cosa è una curva, cosa gli direbbe?

L’identificazione territoriale è un aspetto profondamente radicato nella mentalità di molti gruppi di tifosi. La curva è il luogo dove vige un codice – quello degli Ultras – che spesso e volentieri non è in linea con le aspettative del resto dei tifosi che si recano allo stadio. Conoscere questo ambiente aiuta senz’altro a capirne pregi e difetti, ma senza dubbio dobbiamo distinguere per bene il concetto di tifo calcistico e gruppo organizzato che, con la scusa del calcio, si propone come ‘altro’ rispetto ai soli cori o striscioni sportivi. Ad un bambino potrei dire semplicemente che gli Ultras sono quelli che allo stadio fanno più rumore, poi crescendo capirà che il rumore è sì una distorsione dei suoni, ma che con gli Ultras rappresenta anche una distorsione della parola tifosi.

Crede che negli stadi si stia facendo tutto il possibile per sensibilizzare sul problema del razzismo?

Credo che non si possa delegare agli stadi il compito di sensibilizzare. Purtroppo sono in tanti che nascondendosi dietro l’antipatia del calciatore, la fede calcistico/territoriale o la goliardia si lasciano andare a messaggi di sfondo razziale inaccettabili nel 2016. Credo che nella nostra società, nelle scuole, al lavoro o per strada ci sia da lavorare molto per combattere queste forme di intolleranza che “sembrano” un problema da stadio, ma che in realtà lo sport aiuta a superare. Si può sempre fare meglio, ma il risultato migliore sarà quando il razzismo non sarà più presentato come un problema degli stadi, appunto. 

Il vetro divisorio nella curva Sud: è una soluzione utile? Cosa è stato sbagliato se qualcosa è stato sbagliato: la tempistica, la comunicazione? Posizionare il vetro quando i tifosi si erano già abbonati alla Sud per la stagione 2015/16 non potrebbe aver esacerbato gli animi?

La divisione in settori delle due curve dello stadio Olimpico vista da “lontano” ha fatto più rumore del previsto. Penso che chi va allo stadio per tifare e vedere la partita non ha subìto nessun danno a meno di risultare abbonato insieme ad amici a cavallo delle barriere. Senz’altro la tempistica poteva essere migliore, ma credo anche che sarebbe stato facilmente risolvibile cambiare di posto a chi fosse stato realmente danneggiato. Non credo sia questo il vero disagio di una curva divisa, credo piuttosto che lo stadio, per qualcuno, sia diventata zona franca e metterci mano non è semplice, purtroppo, neanche per le forze dell’ordine.

Quindici anni dall’ultimo scudetto della Roma: qualche nostalgia? Qual è il ricordo più bello di quell’anno o di quel giorno?

Quindici anni significa che si invecchia in fretta, senza nostalgia ma di corsa. Il ricordo personale è legato a quei compagni di squadra che purtroppo l’anno successivo sono stati ceduti e con i quali non abbiamo potuto gioire con lo scudetto sul petto. Il ricordo più emozionante è senz’altro lo stadio Olimpico un’ora e mezza prima dell’inizio della partita Roma-Parma, già pieno con decine di migliaia di bandiere che sventolavano.

L’inserimento della clausola etica nei contratti dei calciatori può essere la strada per la lotta al calcio scommesse? L’inserimento di sempre più clausole nei contratti dei calciatori sembra conferire ai giocatori stessi un sempre maggiore potere: “l’attaccamento alla maglia” in un’epoca povera di bandiere ne risulta minacciato?

Nessun calciatore firma per una squadra contro la volontà del presidente. Credo che l’attualità ci dica di un numero sempre maggiore di investitori tra i presidenti/proprietari delle squadre di calcio e per ogni investimento è prevista una redditività. Purtroppo un investimento diventa redditizio quando si monetizza e non c’è clausola che tenga per bloccare il mercato. Il calcioscommesse è ampiamente normato e sanzionato con le attuali regole; rimane la delusione e l’impotenza di fronte a sportivi che vendono il proprio orgoglio a discapito di una passione. L’Associazione Italiana Calciatori si è costituita parte civile nel processo di Cremona perché il danno all’intera categoria c’è e purtroppo anche grave.

Da cosa è stata resa possibile la favola del Leicester, la scorsa stagione?

Il progetto sportivo da anni è passato in secondo piano rispetto a tutto il resto e chi riesce a seguire una pianificazione sul campo riesce a ottenere risultati anche sorprendenti. In Premier il budget delle squadre anche medio-piccole è cresciuto molto e si riescono a comporre rose competitive nonostante il gap sia ancora enorme. Nello sport è vero che l’aspetto economico incide, ma molto di più incidono la programmazione, la preparazione e la continuità: aspetti, questi, che spesso le grandi squadre trascurano in nome del business e del calciomercato.

Il suo ex compagno di squadra Francesco Totti ha compiuto quarant’anni ed è ancora il Capitano della Roma: un ricordo, un augurio, un aggettivo che lo definisca.

Totti è la Roma. L’ho sempre detto che Totti senza Roma non sarebbe quello che è diventato e la Roma senza Totti non sarebbe quello che è per molti ragazzini tifosi giallorossi. Avanti con i record! 

Quand’è che il ragazzino Damiano Tommasi ha capito che poteva arrivare ad ambire a una carriera da professionista nella massima serie? Quali erano i sogni e le speranze di quel ragazzino, i suoi miti nel calcio e oltre il calcio?

Sono il terzo di cinque figli e da sempre il mio obiettivo sportivo è stato quello di poter competere con i più bravi: i miei due fratelli più grandi, appunto. Non ho mai avuto il sogno di giocare in serie A, ma l’ambizione di giocarmela contro i migliori, sempre. Alla fine sono arrivato davvero a giocare con e contro i migliori interpreti dello sport che più mi appassiona e aver disputato un campionato da titolare con Fabio Capello in panchina mi ha confermato che davvero ho fatto il calciatore di professione.

Che libri legge e che film vede Damiano Tommasi? Cosa ama fare nel tempo libero?

Sei figli, pochi film e poca televisione, la sera, quando sono a casa. Libri invece ne leggo, per lavoro e per hobby. Storie di vita, racconti di vicende della Storia che ci ricordano come spesso si viva un film già visto. Ogni tanto qualche “scappatina” con Hermann Hesse o libri di questo tenore.

Michela Monferrini

Michela Monferrini

Nasce a Roma il 6 gennaio 1986.
È stata nuotatrice agonista senza successi e ha insegnato nuoto per più di dieci anni.
Adesso lavora in una casa editrice e scrive. Ha pubblicato un romanzo per Mondadori, Chiamami anche se è notte (2014), che ha dentro anche un po’ della sua passione calcistica per la Roma.
Michela Monferrini

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Michela Monferrini

Nasce a Roma il 6 gennaio 1986. È stata nuotatrice agonista senza successi e ha insegnato nuoto per più di dieci anni. Adesso lavora in una casa editrice e scrive. Ha pubblicato un romanzo per Mondadori, Chiamami anche se è notte (2014), che ha dentro anche un po’ della sua passione calcistica per la Roma.