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Piccola Enciclopedia Interstellare del Calcio

Catalogo degli eroi

di La Linea Difensiva del Pianeta Terra

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Copertina di Fabio Imperiale
(->Episodio 1 – I brasiliani)
(->Episodio 2 – Gli olandesi)
(->Prequel – Il sogno di Samaras)

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E ora bando alle ciance, disse con la voce del pensiero quello più bassetto tra gli alieni invasori, quello con gli occhi spiritati che nella nostra testa aveva lo stesso tono di voce squillante e tiroideo di Joe Pesci. Bando alle ciance, ora faremo passare attraverso il Nullificatore quel piccolo Paese il cui pensiero è alla base della vostra cultura umanista.

La nostra mente corse in un attimo a quei verdi campi da calcio alle pendici del monte Fuji, dove Holly e Benji si allenavano, come in un film che ci scorreva davanti agli occhi, in salita come i campi su cui i nostri eroi d’infanzia si erano sfidati.

No, stronzi, non stiamo parlando del Giappone, sibilarono i visitors, in dolby surround nei nostri timpani atterriti.

Ah, ok.

Fu presto chiaro anche a chi tra noi non aveva fatto il Classico che quegli esaltati avevano puntato la Grecia, sperando di trovarci impreparati sulle sue storie di calcio, sui suoi dei e i suoi eroi col pallone di cuoio al piede.

Oh, si sbagliavano. Avremmo salvato anche l’Ellade, e la soddisfazione mentre preparavamo le nostre storie era doppia, perché avevamo l’occasione insperata di sottrarre i fratelli greci non solo alla minaccia venuta da Proxima Centauri, ma anche al Fiscal Compact.

Episodio 3 – I greci

Nikos ANASTOPOULOS

Una delle maggiori risorse per la memoria di un appassionato di calcio, in Italia, le Figurine Panini. E allora se hai tentato di completarle negli anni Ottanta di certo te lo ricordi, Nikos Anastopoulos, attaccante ma non era Altobelli, coi baffi ma non era Virdis, dell’Avellino ma non era Schachner. Eppure per quanto uno se lo ricordi, in Italia ci ha fatto giusto la stagione ‘87-’88, deludendo più o meno in ognuna delle occasione in cui è sceso in campo e terminando anzitempo, a febbraio, l’esperienza irpina con 0 gol all’attivo. Ma di gol la punta di Dafni ne aveva fatti tanti in Grecia e ha continuato a lungo, diventando il miglior marcatore della sua Nazionale. E allora qualcosa non quadra. Un attaccante che non fa gol è come Nutella senza olio di palma, come un armadio senza grucce, un po’ come una figurina senza colla. Ché così non attacca, l’attaccante.

Antonis ANTONIADIS

Ogni squadra che si rispetti ne ha uno: altissimo, non propriamente aggraziato, avvezzo a colpire il pallone di testa, non velocissimo ad attendere che la palla scenda al livello dei piedi eppure, quando si ha la pazienza necessaria, è già l’ora delle bordate. Antonis Antoniadis in Nazionale faceva panchina, ma al Panathinaikos faceva sognare- Per dieci anni in maglia verde fu come guardare un albero fare gol. Nella stagione 1970-71 la sua squadra fu protagonista di una cavalcata in Coppa dei Campioni che si interruppe in finale, sul più bello, contro l’Ajax di Cruijff, Neeskens, Haan, Muhren e Keizer. Il sogno svanì ma nessuna squadra greca arrivò mai più così vicina a tramutarlo in realtà. In quella competizione, l’albero verde, segnò ben 10 reti. E all’epoca chi arrivava in finale aveva solo cinque partite a disposizione.

Stratos APOSTOLAKIS

Difensore operaio dal nome celeste che, con una traduzione forzata e forzosa, può far pensare a un messaggero dal cielo. Stratos Apostolakis non aveva la velocità esplosiva di chi avrebbe coperto tale distanza con la terra in 90 minuti più recupero, ma aveva di sicuro la forza di volontà di chi ci avrebbe provato. Pietra dello scandalo, nel 1988 tradì l’Olympiakos per il Panathinaikos, dove visse gli anni migliori della sua carriera. Quell’anno le autorità sportive annullarono la Supercoppa di Grecia, per timore di tafferugli.  Perché mai tanto rumore per un gregario? Perché era disposto a giocare più ruoli (da terzino a mediano) e perché era il tipo di giocatore del quale non vuoi fare a meno, tanto che sfiorò le 100 presenze in Nazionale.

Angelos BASINAS

Bassetto, pochi capelli, fronte perennemente corrucciata indice di un cervello sempre in movimento, Angelos Basinas fu il regista oscuro di quella Grecia vincente all’Europeo nonché anima del Panathinaikos. Qualche esperienza all’estero: Maiorca per tre anni, comparsate al Portsmouth e all’Arles-Avignon. Se Zagorakis era il polmone di quella selezione, Angelos ne era il cervello: suoi il gol che permise alla Grecia di vincere la partita d’apertura contro il Portogallo e l’assist per la zuccata di Charisteas in finale.

Angelos CHARISTEAS

Una carriera in un istante. Un colpo di testa pure un po’ ingobbito, di quelli che in genere ci fai un gol della bandiera, che nemmeno esulti dopo, ma se invece proprio con quel colpo di testa si mettono dritti i pianeti su cui non hai mai messo piede, che non hai mai visto nemmeno al telescopio, allora il discorso cambia. E ci diventi campione d’Europa. Non è facile immaginare quante volte lo rivedrà quel gol al Portogallo nella finale di Euro 2004, Angelos Charisteas, che pure ne aveva fatto più di qualcuno sia nei giorni precedenti che in una carriera di grande rispetto, ma poi ci sono quegli istanti che ti porti dietro come quella volta che hai dato il primo bacio, quella volta che hai aspettato sotto la pioggia il tuo amore ballerina, quella volta che eri solo in area di rigore. E poi sotto la pioggia, la ballerina, sei diventata tu.

Lampros CHOUTOS

Il 21 aprile del ’96 Lampros Choutos ha 16 anni e siede sulla panchina della Roma. All’Olimpico i giallorossi stanno vincendo 4 a 1 contro il Napoli. Mazzone allora decide di chiamare il ragazzino greco. Lo fa riscaldare e lo fa entrare al posto di Francesco Totti.
Sette anni dopo, Choutos è all’Olympiacos. È nel giro della nazionale, da quando è tornato in  Grecia, nel ’99, ha segnato 22 reti in 44 presenze. Sembra che tutto stia girando per il verso giusto: Lampros è abbastanza sicuro di andare in Portogallo a giocare gli Europei. Un giorno, però, arriva una chiamata da Milano: per qualche imperscrutabile disegno astrale, l’Inter è interessata a Choutos e vorrebbe prenderlo a parametro zero, visto che il suo contratto è in scadenza.
A lui non sembra vero: tornerebbe in Serie A dopo gli esordi giallorossi. Accetta. All’Olympiacos non la prendono bene. Lo mettono davanti a un bivio: o rinnovi o ti mettiamo fuori rosa. Lampros se ne infischia: vuole giocare in Serie A. Risultato: Otto Rehhagel non lo convoca e Lampros guarda la più grande impresa della nazionale ellenica dal divano di casa, annegando il dispiacere nell’ouzo. L’unico pensiero che lo consola, mentre capitan Zagorakis bacia la coppa, è la maglia nerazzurra che indosserà di lì a pochi mesi. Non può sapere ancora che lo attende l’oblio.

Nikos DABIZAS

Dabizas ha le spalle larghe, la mascella squadrata, i capelli ricci e gli occhi scuri e profondi dentro cui sognare un’avventura di sesso sulle spiagge di una piccola caletta sull’Isola di Corfù. Dabizas però non viene da Corfù, ma da un posto più conforme al suo modo rassicurante e un po’ grigio di stare in campo: Amyntaio, una regione della Macedonia molto lontana dal mare. In realtà Dabizas non si chiama neanche “Dabizas” ma “Ntapizas” ma era un nome talmente brutto e cacofonico che nessuno se l’è mai sentita di chiamarlo così.

In tutte le sue brevi auto-biografie, quando descrive il momento in cui, a 16 anni, ha firmato il suo primo contratto professionistico, si sente in dovere di precisare «Nonostante non avesse mai pensato di poter lavorare con il calcio».Dentro i confini di questa umiltà sta tutta la carriera di Dabizas, il cui acuto principale è stato un gol segnato con la maglia del Newcastle nel derby contro il Sunderland. Nel 2004 è stato convocato per gli Europei, ma alla fine un infortunio lo costrinse a guardare i compagni della panchina lungo tutto il torneo. Dabizas era un difensore centrale dal fisico possente, ma soprattutto un bravo cristo.

 Ironia della sorte, nonostante il lungo periodo in terra d’Albione, chiuse la sua carriera al Larissa, club in cui alla fine disputò il numero più alto di stagioni, e dove vinse una coppa di Grecia con la fascia da capitano al braccio.

Georgios DELIKARIS

Lo chiamavano il “Gianni Rivera greco”, perché era elegante nel dribbling, ma a dire il vero non esisteva youtube, e quindi nelle pause in ufficio gli addetti ai lavori trovavano più comodo associare il nome del dirimpettaio più forte al più forte dei tuoi.

Georgios Delikaris, in realtà, era più un George Best al retrogusto di olive, anche per la sua irregolarità in campo. Aveva gamba e agilità, segnava poco ma spesso lo faceva in acrobazia, lanciava bene l’attaccante, ma puntava molto di più l’uomo, i due uomini, i tre uomini, quelli che erano, e se ne andava in porta. Durante un incontro con la Germania Ovest pare abbia addirittura dribblato sul posto Beckenbauer. Iniziò a giocare a 16 anni e già a 18 era già insostiuibile per l’Olympiakos.

A dirla tutta, più che Rivera e Best, è giusto dire che è stato un Kurt Cobain ante litteram, non perché avesse tendenze autodistruttive ma per il suo rapporto con la popolarità e la sua parabola professionale. Dopo diversi anni da stella al Pireo inanellò una serie di prestazioni altalenanti e quindi scosse le fondamenta del calcio greco passando al Panathinaikos, dove giocò le ultime tre stagioni della sua carriera in totale sordina. Unico highlight, un gol spettacolare alla Juventus in una vittoria dei verdi di Atene per 4 a 2 contro i bianconeri del Trap, era il 1980.

Si ritirò a 30 anni dal calcio giocato per motivi ancora sconosciuti, e sparì dal radar dei media, un po’ come Mina (sono sicuro che su Proxima Centauri l’avete sentita cnatare, anche solo per l’eco della sua voce), un po’ anche per non essere obbligato a diventare l’icona che non pensava di essere. Ma, come spesso accade, chi fa di tutto per evitare la leggenda se la tira appresso.

Traianos DELLAS

Ah Traianos Dellas, quanto sarebbe facile cadere in facili giochetti rimandati alla mitologia greca! Quanto facile descrivere magnificamente le tue sorti, associare al nome tuo la congiunzione tra l’Attica verdeggiante e filosofica alla Roma pragamatica e conquistatrice!  Quanto facile ricordare l’appellativo ambiguo che i Romani ti offrirono – grande come un monte e orbo come un mostro; quanto facile far similitudo tra il capitano degli Argonauti che contro il destino e gli dei avversi conquistava l’aureo vello; e per quell’atto di hybris contro gli atlantici più forti di sempre punito fosti tu e gli Achei tutti, che da quel giorno funestati caddero sotto ogni tipo di calamità, e oggi, a 12 anni che 12 secoli paion, da quell’impresa eroica vi mangiate tra padri e figli, che altro sull’umil desco manca.
Ma non lo farò, anche perchè il capitano non eri manco tu ma Zagorakis, la colpa di tutto è sua.

Mimis DOMAZOS

Forse il miglior 10 classico che il calcio greco abbia prodotto, quantomeno nella generazione ricca di talento nata in Grecia negli anni ‘40. Baricentro bassissimo ma personalità da titano,  faceva viaggiare il pallone con lunghi lanci calibrati con cui scardinava le schiere avversarie. Capitano del Panathinaikos che in Europa si arrese solo all’Ajax di Cruijff, venne soprannominato il Generale nel periodo in cui in Grecia comandavano i colonnelli. Ora, se uno si lascia alle spalle la fissa per il militarismo si può comunque concordare sull’impatto impressionante che ebbe sul calcio del suo Paese.

Giorgios DONIS

Laggiù un libro, forse una tavola incisa, forse racchiude tutta la sapienza di cui c’è bisogno per compiere il viaggio più grande, quello verso l’eternità. Questo Giorgios Donis deve aver pensato quando ha abbandonato il Panathinaikos per l’Inghilterra, dove non ha raccolto quanto aveva fatto precedentemente. Risvegliatosi in un bagno di sudore da un sogno ricorrente, ha preso la via del deserto convinto di ritrovare quel segreto alla guida dell’Al-Hilal. Ancora una volta il destino l’ha abbandonato a pochi secondi dalla finale della Champions League asiatica. “Stronzate” dice Donis, quando gli chiedono se abbandonerà il deserto dopo il fallimento. Ma per riprovarci cambia squadra. Se volete trovarlo cercatelo ai 50 gradi di Sharjah, capitale dell’omonimo emirato alle dipendenze dello sceicco Sultan bin Muhammad Al-Qasimi, dottore in filosofia all’Università di Exeter.

Dimitrios ELEFTHEROPOULOS

Dimitrios Eleftheropoulos, il mio canto libero sei tu. Tu che hai esordito a 16 anni nell’Olympiakos e che per i successivi otto anni hai vinto ben sette campionati greci e una coppa di lega. Tu, anima antica nel corpo di giovane, che nel 2001 hai parato un rigore a Van Nistelrooy mentre tutta Europa guardava, come il più esperto degli incantatori di serpenti. Tu che sei sbarcato in Magna Grecia e hai percorso tutto lo stivale in su e in giù, tra capitali e periferie. Messina, Milano, Roma, Ascoli, Siene, e non sei mai stato titolare. Mai. Da miglior portiere giovane europeo a terza scelta. In mezzo tanti problemi muscolari e un mistero. Cosa non hanno capito di te? Cosa non hai capito tu di loro? Poi il ritorno a casa, il lento recupero e la scoperta soprannome d’Aquila tra i pali. E l’immensità si offre nuda a noi. Dimitrios Eleftheropoulos, profeta in patria.

Takis FYSSAS

No, è che ci eravamo accorti che in questa lista c’erano pochi terzini sinistri, e nessuno che abbia vinto un Europeo. Fyssas l’ha vinto, e ha anche girato un po’ l’Europa. Statisticamente parlando uno col suo curriculum onesto può risultare utile.

Grigorios GEORGATOS

Il piede vellutato di Beckham.

La faccia cattiva di Stam.

La corsa vellutata di Maldini.

Il dribbling elegante di Candela.

Il carisma potente di Zanetti.

La saudade devastante di Edmundo.

Georgatos, quel giocatore meraviglioso che arrivò in Italia con una reputazione pazzesca ma che chiese, dopo una sola stagione, di tornare a casa, non importa in quale squadra, purché a casa. Georgatos, il fine dicitore della fascia sinistra che, con purezza, si rifiutò di prendere farmaci per andare più forte, che tanto con quel piede. Georgatos, che litigò con Otto Rehagel e non prese parte alla storia più clamorosa di sempre, la Grecia campione d’Europa.

Georgatos, brutto come Tersite, ma che peccato non averlo visto di più sui campi che contano.

Vassilis HATZIPANAGIS

È possibile per un giocatore indossare la maglia della Nazionale soltanto una volta eppure venire considerato uno dei più forti calciatori di ogni epoca proprio di quel Paese. Solo nel caso di Vasilis Hatzipanagis e della sua incredibile parabola umana e sportiva. Che comincia dal lontano Uzbekistan, dove il nostro vede la luce nel 1954 da una coppia di greci di origini cipriote in fuga dalla guerra civile: farà ritorno nella terra natia dei genitori solo dopo venti anni, quando cade la dittatura dei colonnelli.

Fantasista dalle movenze sinuose, prima di saltare l’uomo lo portava a spasso per segmenti di campo che sembravano non esistere fino a poco prima. Soprannominato il “Nureyev del calcio” per via delle sue danze leggere e forsennate, firma per l’Iraklis Salonicco e i tifosi sgomitano ai cancelli dello stadio Kaftanzoglio per ammirarne i virtuosismi: la convocazione in Nazionale per l’amichevole contro la Polonia il 6 maggio 1976 è inevitabile. Però ha già indossato la maglia dell’Unione Sovietica in ambito giovanile: non può giocare per la Grecia.

Lo farà una seconda e ultima volta nel dicembre 1999 per il suo commiato dal calcio proprio al Kaftanzoglio: rimane in campo una ventina di minuti, il tempo di propiziare, a 45 anni suonati, il gol del vantaggio. Tutto scorre, sosteneva Eraclito, ma la classe resta intatta.

José HOLEBAS

Questi qui li vorresti sempre in campo. Sì ok è pieno di tatuaggi, va bene ammetto che non sia proprio un terzino sinistro mago delle diagonali, forse non ha il dono del posizionamento ma José Lloyd Holebas, che poi si scrive Cholevas ma vai a capire, quando sta in campo ha una fisicità esplosiva, capace di progressioni violente e improvvise deflagrazioni di un sinistro terra-aria. Quando è arrivato a Roma, sponda giallorossa, era un tipo strano che pareva già romano, si sapeva solo che aveva una storia alle spalle, e si vedeva, una figlia da minorenne, per essere precisi, e per questo aveva smesso di giocare; aveva poi ripreso, non più in Germania dove è nato da padre greco, ma proprio in patria in quell’Olympiakos che vantava la linea difensiva della Nazionale. E allora arriva un giorno, quello che sogna ogni calciatore: è il 30 novembre 2014, sei sulla fascia sinistra, nessuno ti contrasta, allora superi la metà campo, ci prendi gusto, raggiungi una velocità che ti fa saltare facile il primo uomo, aggirare il secondo, riprendere palla sul sinistro e devastare ogni pensiero di fermare il tiro. Capite, cari alieni, perché di uno così non potete fare a meno? Ci mette il cuore Holebas, lo mette in tutto ciò che sa fare. Per fare, in tal modo, tutto ciò che non sa fare.

Kostantinos IOSIFIDIS

Terzino sinistro considerato tra i migliori nel suo ruolo nel calcio ellenico e soprattutto unico giocatore nella storia del PAOK di Salonicco ad aver vinto quattro titoli. Uno che porta bene, insomma.

Ioannis KALITZAKIS

Centrale difensivo dall’entrata decisa e della stazza imponente. Dieci anni al Panathinaikos e dodici in Nazionale in cui ha rappresentato la quota ‘armadio delle retrovie’ di tutta l’Ellade riunita quando il mondo guardava. E infatti.

Era titolare nel Mondiale americano del 1994, quando la Grecia non superò il girone perdendo tutte e tre le partite, segnando zero gol e subendone dieci. Il fatto che nonostante tutto questo Kalitzakis venga considerato ancora oggi nel suo Paese uno dei migliori centrali greci di sempre ne fa comunque un candidato alla ricollocazione su Proxima Centauri, a furor di popolo.

Giorgos KARAGOUNIS

Giorgos Karagounis all’Inter, nel 2003, rappresentò per me la materializzazione delle versioni di greco del ginnasio. Quando lo guardavo in campo, lo vedevo bidimensionale e piatto e arancione come la terracotta, una figura rossa su fondo nero, come se la pittura vascolare greca avesse raccontato, da sempre, gente in armatura che correva appresso a una sfera. Giorgos, ogni volta che entrava in campo, verificava i cinque postulati della geometria euclidea (e, se aveva tempo, pure i corollari). Profeta della trasmigrazione delle anime sulla trequarti, è stato poco compreso dal nostro campionato, ma si è tolto la soddisfazione più grande: vincere Euro 2004 con quella Grecia miracolosamente epica.

Orestis KARNEZIS

Bello e impassibile, ha le spalle sufficientemente larghe. Per sostenere il peso delle valanghe di gol che subisce tra i pali dell’Udinese più fragile della sua storia sportiva, per dominare il silenzio quando spicca il volo o effettua un salvataggio su campi meno seguiti dal grande pubblico, contro squadre meno blasonate. Orestis Karnezis è un ottimo portiere, e gli basta sapere questo. La media gol subiti rimane comunque inferiore alla circonferenza delle sue spalle.

Kostas KATSOURANIS

Love long distance. Uno dei pochi eroi del 2004 a esser ancora in campo con la Nazionale al Mondiale di un decennio più tardi, Katsouranis ha frequentato (quasi) tutte le maggiori realtà greche. Mediano duro e puro dopo un inizio da box-to-box, ha avuto esperienze in Portogallo, India e in una squadra australiana fondata da emigrati greci, con cui ha chiuso la carriera. All’apice della sua carriera la sua considerazione a livello europeo era tale che la Juve aveva puntato il suo destro feroce da fuori, una volta risalita in A, dimostrandosi disposta a fare a cambio con Tiago per assicurarselo.. Mai più senza, quando si parla di calcio greco.

Panagiotis KONE

Uno dei più puri servitori della Bellezza transitati nel calcio italiano nella prima metà degli anni dieci del ventunesimo secolo. Esteticamente ha incarnato, forse più di ogni altro, lo spirito del suo tempo, semplicemente portandoselo in volto giorno dopo giorno: così come Chris Waddle per il mullet e Kevin Keegan per i lunghi ricci anni ’70, Konè è stato fiero portabandiera dell’accoppiata baffo-acconciatura a doppio taglio tanto in voga nella sua epoca. Calcisticamente è stato uno dei tanti ibridi mezzala-trequartista anch’essi molto di moda ai suoi tempi, troppo poco lucidi nell’ultimo passaggio per dominare il limite dell’area e troppo tecnici per potersi permettere di perdere tempo nel traffico del centrocampo. Stilisticamente, ha brillato per l’ossessiva ricerca del gol perfetto, provando, acrobazia dopo acrobazia, tiro da fuori dopo tiro da fuori, a spingersi verso un’esecuzione possibile solo a chi decide di ignorare il pacchetto standard delle possibilità.

Giorgos KOUDAS

Ala destra estremamente tecnica, parte integrante di quella meravigliosa generazione di talenti anni ‘70 nati in Grecia e sostanzialmente rimasti lì, perché non esisteva Transfermarkt. La sua carriera fu al centro di un vero e proprio giallo calcistico: arrivato giovanissimo al PAOK di Salonicco, dopo qualche anno fu corteggiato a lungo dall’Olympiakos che di fatto, nel 1966, lo acquistò. Ne è prova il fatto che Koudas giocò un’amichevole in maglia biancorossa. All’epoca il calcio in Grecia non era completamente professionale, soprattutto per quanto riguardava il calciomercato, A Salonicco girava voce che fosse stato prelevato dagli ateniesi con modalità non proprio limpide, fatto sta che, con l’ascesa della dittatura dei colonnelli, fu chiamato per due anni di leva militare, al termine dei quali, altrettanto misteriosamente, tornò al PAOK, su insistenza del presidente. Chi di dovere acconsentì, prevalentemente per evitare ulteriori disordini rispetto a quelli che già c’erano stati dopo il suo trasferimento. Il risultato di questo bizzarro ed estenuante tira e molla fu che Koudas spese tutta la sua carriera al PAOK, dove divenne una leggenda e fu soprannominata Alessandro il Grande, giusto perché i nomignoli i greci li vanno a pescare in Scandinavia.

Nikos MACHLAS

Se vi recate in una qualsiasi piazza di Atene e strillate ai quattro venti “Nikos!” è assai probabile che si volterà la metà dei passanti, tanto diffuso è il nome. Machlas, invece, è un cognome senza eguali nella storia del calcio greco: è l’unico tra i suoi compatrioti ad avere in bacheca la Scarpa d’Oro che premia l’attaccante più prolifico tra i campionati d’Europa. Nato sull’isola di Creta, ha incarnato fin da giovanotto lo spirito guerriero della civiltà minoica: sua a soli 20 anni la rete che portò la Grecia ai Mondiali di USA 94, invero conclusi con una figura meschina. Pochi mesi dopo si tolse lo sfizio di rifilare una doppietta al Milan a San Siro con la maglia della selezione delle Christmas Stars: sognava di giocare in Serie A, ma Babbo Natale si dimenticò della sua letterina. Ripiegò più tardi nei Paesi Bassi, dove vinse il succitato trofeo con il Vitesse Arnhem infilando per 32 volte i portieri avversari: per assicurarselo, l’Ajax allargò i cordoni della borsa come mai aveva fatto in passato, ma l’esito fu deludente. Nonostante la crisi greca è rimasto attaccato alle sue radici, facendo il mercato per lo stesso Ofi Creta che lo lanciò tra i professionisti.

Kostas MANOLAS

Rapidissimo cyborg, impetuoso e lagnoso, tosto e testardo, impavido e ipocondriaco, infero e paradisiaco: the true bastard son of Dioniso all’anagrafe fa Kostantinos Manolas, difensore roccioso e rissoso dall’accelerazione praticamente impareggiabile nel suo ruolo, oplita dai mille volti e dalle scivolate omeriche. In certe inquadrature sembra un hipster effemminato, in altre un sopravvissuto all’agogè. Se doveste decidere, in questa generazione, chi mettere a salvaguardare la porta di Micene o lo stretto di Dardanelli, dovreste seriamente prenderlo in considerazione. Ricordate, però: come tutti gli ellenici, esso è imprevedibile. La sua mano (e soprattutto il suo piede destro) può essere ferro e può essere piuma. Non fategli organizzare la falange o potreste prendere una sacco di contropiedi. Post scriptum: quando lo prelevate, ricordatevi di non usare i magneti perché una volta, durante un impetuoso derby contro l’Olimpiacos, Kostas andò addirittura in gol, ma il rivale Mitroglu non gradì e gli ruppe uno zigomo. Kostas uscì dal campo ma rifiutò di andare in ospedale finché la partita non fosse finita. Ergo, ha probabilmente ancora una placca di metallo in faccia. Siete avvisati (in tutti i sensi).

Stelios MANOLAS

Non abbiamo purtroppo prove concrete in merito, ma ci piace immaginare che Aristotele avesse preconizzato la nascita di Stelios Manolas quando teorizzò il “sinolo”, l’unione di materia e forma. Perché Manolas e l’Aek Atene rappresentano, ben appunto, un tutt’uno. Questo difensore centrale dallo sguardo torvo e dalla cofana di capelli che neanche le signore appena uscite dal parrucchiere ha indossato solo ed esclusivamente la maglia giallonera – oltre a quella della Grecia, beninteso -, giocando qualcosa come 700 partite in venti anni. Al pari di Ulisse, volle sentire il canto delle sirene di Porto e Monaco senza però cedere alle loro lusinghe: l’Aek era e sarebbe rimasto l’amore della sua vita. Una luna di miele che è proseguita anche una volta appesi gli scarpini al chiodo, facendo da traghettatore in panchina per ben due volte e vincendo pure la Coppa di Grecia. Roba da poema epico.

Thomas MAVROS

Guardatevi da un dio affamato, poiché scatenerà il caos tra tutti coloro che gli si opporranno, finché non avrà ottenuto ciò che ritiene sia suo di diritto. Guardatevi da un dio affamato, perché non si fermerà dinanzi all’evidenza di una vittoria, ma prenderà ciò che vuole finché non si sarà saziato. Allo stesso modo guardatevi da Thomas Mavros, dio cannibale dalle vesti dorate, che per 501 volte è sceso tra i verdi campi dei mortali e per 260 volte ha reclamato il suo tributo con un pallone in rete. Con un cenno volitivo del capo, con un destro feroce, con un’acrobazia audace o un sinistro sibilante. Cannoniere assoluto dall’Alpha Ethniki e del Monte Olimpo tutto.

Demis NIKOLAIDIS

Nikolaidis è da tutti conosciuti come Demis. Ma all’anagrafe i genitori lo registrarono con il nome di Themistoklis, celebre militare che guidò gli ateniesi alla vittoria delle guerre persiane. Come l’omonimo stratega, Nikolaidis prese per mano i compagni di nazionale e la Grecia intera con la doppietta che decise una gara di qualificazione a Euro 2004: gli ellenici venivano da due sconfitte, da quel momento non avrebbero più perso né subito gol nel girone. Rischiò, invece, di diventare il pomo della discordia a poche settimane dal grande evento, quando avrebbe sguinzagliato un gruppo di facinorosi per punire i calciatori dell’Aek Atene restii al piano di risanamento della società proposto da alcuni imprenditori sostenuti dal centravanti stesso. Apriti cielo: qualcuno si rifiutava di giocare con lui in nazionale, ma il ct Rehhagel rimise tutti in riga. E portò Nikolaidis agli Europei, dando così modo al moderno Themistoklis di vincere le ultime e più importanti battaglie prima di ritirarsi. Un “lieto fine”, come il titolo di una canzone incisa quello stesso anno dalla popolarissima moglie Despina Vandi.       

Antonis NIKOPOLIDIS

Nikopolidis era probabilmente brizzolato fin dalla nascita. Classe ’71, ha fatto parte della storia delle due maggiori squadre greche: Quindici anni al Panathinaikos (diventando titolare solo nel ’97, all’ottava stagione), sette all’Olympiacos. Un salto della quaglia – avvenuto nell’estate pre-Euro 2004 – che ha lasciato una ferita, tanto che i tifosi fischiarono Nikopolidis addirittura durante le celebrazioni per il titolo vinto. Ipnotizzatore di serpenti dagli undici metri (tra le vittime Totti e van Nistelrooy), l’IFFHS l’ha persino inserito nel 2011 nei dieci migliori portieri del primo decennio del nuovo secolo. Una personalità abnorme, capace di parare un rigore in finale di coppa contro l’AEK e poi segnare quello decisivo. In più non so quanto sia popolare su Proxima Centauri, ma un sosia di George Clooney fa sempre comodo.

Sotiris NINIS

Esordio a 17 anni in campionato, esordio a 17 anni in Europa, primo gol da professionista a 17 anni.

Nel 2007 l’erede di Messi viene dalla Grecia. Un folletto, rapidissimo e tecnicamente eccelso, che segna e fa segnare.

Nel 2008 non fa parte della rosa della nazionale all’Europeo perché forse “è ancora giovane”.

Nel 2010 è fra i talenti che sicuramente saranno top player, ma resta in Grecia perché “è ancora giovane”.

Nel 2012 arriva il grande calcio, la Serie A, il Parma. Gioca praticamente niente, 13 spezzoni di partita senza segnare mai. “È ancora giovane”, e torna a casa.

Nel 2016 è alla periferia del calcio, in Belgio e nemmeno all’Anderlecht o al Club Bruges, no. È allo Charleroi.

Dimitris PAPADOPOULOS

Chi di noi pagherebbe oro per finire in una canzone di Caparezza? Se hai per cognome un numero di sillabe adeguato che già pare uno scioglilingua di suo, se poi in una lunga carriera in giro per l’Europa sei finito mezza stagione a giocare in Puglia, a Lecce, senza troppi apparenti motivi, ecco che improvvisamente le probabilità aumentano e ti ritrovi che “cross di papadopoulos” ci sta perfetto in un pezzo del cantautore pugliese; per quanto Dīmītrios Papadopoulos di cross deve averne realizzati pochi in quella breve esperienza, ma certo l’agile e rapido attaccante non è stato un rapace dell’area e ha preferito le vie esterne per affermarsi anche nella Nazionale vittoriosa a Euro 2004, squadra che fece di una sorprendente staticità l’arma vincente e a cui forse quei cross facevano proprio l’effetto di una Messa in moto.

Kyriakos PAPADOPOULOS

Se ti hanno fatto la faccia da pugile cosa vuoi fare, la ballerina? Kyriakos Papadopoulos diciamo che trovarselo così mentre si litiga un parcheggio, in fila alla Posta senza numeretto, già non è che proprio stimoli un rapporto di reciproca stima e placida amicizia sul divano di casa a guardarsi un film, ma se poi mettiamo il caso tu fossi un attaccante che ha avuto la sfortuna di incrociare lo Schalke 04 tra 2010 e 2014, ecco che improvvisamente il tuo sguardo si riempie di una paura assassina. In cui l’assassino è l’altro. Poi però il Bayer Leverkusen, anni difficili, infortuni, ora il prestito all’RB Lipsia a 24 anni e una carriera, iniziata prestissimo, da rimettere dritta. Alcune caviglie, invece, per dovere di cronaca, dritte non ci sono più tornate.

Mimis PAPAIOANNOU

Sideris e Mavros vengono considerati i centravanti più forti che l’Ellade abbia mai avuto, Bene, Papaioannou ha segnato più di Sideris e di chiunque altro in Grecia, tranne Mavros, soltanto Mavros: lui ha segnato di più, per molti anni anche con la sua stessa maglia (quella dell’AEK), ma Papaioannou è venuto prima di Mavros e ha vinto più campionati di Sideris: ben cinque, più tre coppe nazionali, e più di una menzione come giocatore greco del secolo. Con quello sguardo alla Celentano e quel monociglio alla Frida Kahlo, Papaioannou era il classico attaccante che non volevi trovarti contro negli anni ‘60, perché in barba alle somiglianze artistiche, l’unica arte che dava l’impressione di coltivare era quella del gol.

Sokratis PAPASTATHOPOULOS

In Grecia i difensori pare proprio li sappiano fare. Di varia taglia, più o meno abili a impostare, di certo tutti molto coriacei e in grado di mettere su una diga con argini piuttosto rinforzati. Sōkratīs Papastathopoulos a un certo punto sulle magliette non c’entrava, così ha dovuto scegliere solo il nome ché il cognome già da solo recava problemi. Però di magliette ne ha viste di buone, provando quella del Genoa e pochissimo del Milan, ma poi assestandosi in Germania prima a Brema e poi a Dortmund dove ha imparato la straordinaria arte del controllo armato dell’area di rigore. Dopo la partenza di Hummels e l’infortunio di Subotic, Sōkratīs dalla linea estrema giallonera non è più uscito, formando una di quelle muraglie difensive talmente larghe che anche se ci scrive il nome intero, alla fine, ce lo fai entrare.

Dimitris SALPINGIDIS

Tuttofare dell’attacco (capace di giocare ala, seconda punta o centravanti), la figura di Salpingidis si lega inevitabilmente al PAOK. Sarebbe dovuto diventare un lottatore di greco-romana con sogni olimpici, ma quando il pallone chiama non si può mettere in attesa. Nonostante non abbia mai giocato all’estero, forse è stato uno dei migliori attaccanti mai prodotti dalla Grecia. Ha vinto poco (appena una coppa nazionale con il suo amato PAOK), ma è stato due volte giocatore greco dell’anno e soprattutto ha segnato un paio di gol fondamentali per la nazionale. Il primo è quello contro la Nigeria nel 2010, la prima marcatura ellenica in assoluto a un Mondiale; il secondo quello contro la Germania a Euro 2012.

Giorgos SAMARAS

Dopo Maratona la storia non fu più la stessa, era impensabile rimanesse tale. La vittoria ateniese aveva bisogno di un ultimo sacrificio però, quello di un uomo probabilmente mai esistito che corse senza riprendere mai fiato e con l’armatura completa fino ad Atene per avvertire chi era rimasto in città che era successo. “Nenikèkamen”, poi stramazzò al suolo. Morto. “Abbiamo vinto noi”. Per Plutarco si chiamava Filippide, per Eraclide invece Tersippo, per tanti altri Eucle. Tempo dopo ci abbiamo ripensato un po’ tutti. A questo giro aveva i capelli lunghi e una maglietta bianco-verde. “Samaras”, aveva scritto sulle spalle.

Dimitris SARAVAKOS

Seconda punta scattante, abile nell’inserirsi tra le linee avversarie quanto nel metterle letteralmente col sedere per terra, ha giocato per quasi 20 anni tra gli anni ‘80 e la fine dei ‘90, con le maglie di Panionios, Panathinaikos e AEK Athene, vincendo 3 campionati e 14 coppe nazionali. Cecchino su punizione e, nonostante l’altezza, anche insospettabilmente bravo sui colpi di testa, ebbe l’unico momento di gloria internazionale nella Coppa Uefa 1987-88 che non portò a casa ma durante la quale si laureò capocannoniere del torneo con 6 reti.

Nikos SARGANIS

Primo portiere della Nazionale greca per tanti anni. Gioca cinque anni all’Olimpiakos, cinque al Panathinaikos, dove gioca molto meno ma vince una coppa di lega parando due rigori alla sua ex squadra e segnandone uno. Pensa come ci sono rimasti quelli in biancorosso.

Giorgos SIDERIS

Giorgos Sideris è la risposta alla domanda: cosa succede se dal 1958 al 1972 libero un armadio di un metro e ottantacinque, a strisce biancorosse, per giunta pie’ veloce,  in giro per i campi da calcio greci? Succede che ogni pallone all’altezza della testa diventa suo, che ogni rimpallo in area è già suo prima di trovare la deviazione birichina. Bandiera dell’Olympiakos e della Nazionale greca, Giorgos Sideris è stato l’upgrade tecnologico di cui avrebbero avuto bisogno le navi achee per vincere la guerra in quattro e quattro otto: un bel cannone a prua della triremi.

Panagiotis TACHTSIDIS

Dite di no? Ma come no. Sì, lo so che ha un sembiante buffo, vostra aterrestrialità. E’ altissimo e pesante, ne ha passate di cotte e di crude, ma sapete dov’è nato costui? Ebbene, egli nabbe nell’incavo tra pollice e indice dell’antica manus ellenica, il peloponneso. Sì, in un borghetto sul mare chiamato Nauplia. Come “che c’entra”. Vi pare che sia facile uscire da un posto del genere e finire in serie A, essendo peraltro lento e un po’ legnoso, e soprattutto così grosso, a fare il mediano d’impostazione, o meglio, addirittura il regista? Vi pare sia facile rasentare il metro e novanta e i novanta chili e lanciare col mancino per 50 metri gente come Erik Lamela, o il (probabile) cugino Feftatzidis, o Goran Pandev? Vi pare poco conquistare il cuore del boemo più pazzo del mondo spingendolo a spostare fuori ruolo uno come Daniele De Rossi e fare impazzire mezza capitale d’Italia pur di farlo giocare? Se vi pare poco, tralasciate pure Panagiotis Tachtsidis, ma poi non voglio sentire scuse sciocche come “era difficile da pronunciare”.

Vasilis TOROSIDIS

Agosto 2015. I campi da calcio sono verdi e soffici come soltanto nei giorni in cui non c’è vero agone, in cui i passi distratti che li calpestano si concedono peso ozioso. Il prato su cui cade lo sguardo degli Olimpi è quello di Barcellona, capitale del calcio oggi come Atene lo fu allora della democrazia. Vasilis è un terzino onesto al cospetto di un calcio ciclopico, Vasilis è un oplita che fatica a trovare lo spazio che in patria gli valse sei campionati e tre coppe, e un posto d’onore nel catalogo delle navi achee. Quand’ecco che un pallone gli si para davanti e insieme ad esso lo scatto famelico del divo Leonida, uccisore di record, record-fonte. Simile a Ermete, Ermes e Ermesside, è ‘r Messi, terrore di Achille pie’ veloce e Cristiano e Ronaldo pie’ smaltato, si avventa sul pallone di Vasilis sconfitto, di speranze e di risultato, e di speranze di risultato, privo.  Anche la saggia Atena volge lo sguardo scintillante dell’altra parte, ma Vasilis non teme. La stoppa di petto e distende il suo destro, quindi infligge alla sfera parabola dorata, che come il carro di Helios su Sfera ben maggiore, sorvola il capo di Leonida Ermesside. Si raffreddano le infuocate acque dello Stige, si gela il cuore in bocca alle Muse riunite. Dapprima sgomento, ammutolisce anche il coro, poi riprende fiato ed esclama: “Sombrero”.

Vassilis TSIARTAS

La retorica sui dieci, sulla loro fantasia tutta mancina e sui culti non di dei, ma di eroi, trova qui terreno più che fertile. Basilio Tsiartas si è rivelato peccatore di ὕβϱις un po’ troppo odissiaco per essere un Telamonio, e sembra che quando Teresa si arrabbiò con dio stesse lavorando come impiegato presso una ditta di ripulitura di incroci e traverse, messo lì da Jodorowsky in persona. Una certa indecisione nella qualifica da affibbiargli, in bilico tra la regalità che l’etimo del nome suggerisce e il titolo di mago conseguito in Spagna. Trequartista archetipico, pur tuttavia persino capocannoniere di Grecia. Campione in Portogallo, come molti degli altri membri dell’Heroikos (perché di pantheon, agli Alieni, non si parla: è per via di quel vecchio decreto a nome di Kodos e Kang). Un peccato che ciò che ha combinato fino al ’96 sia di fatto materiale d’archivio, specie per noi italiani, adulti ma non troppo, che ci abbiamo fatto caso al massimo nelle Coppe, quando capitava che all’AEK riservassero qualche secondo di sintesi RAI. A lui si deve, in prima istanza, il ritorno del Siviglia nella Liga a sei mesi dal Duemila, obiettivo che ha colto anche al Colonia dopo circa un lustro. Al suo sinistro di quella notte, Traianos Dellas rende grazie ancora oggi.

Zisis VRYZAS

C’era nel Perugia di Gaucci, insieme a Obodo, Ahn Jung-Hwan, Rezaey e Muslimovic. Quel Perugia che voleva schierare una donna e che poi prese Nakata e Ma Mingyu. Ad oggi è il bomber di tutti i tempi in serie A per gli umbri (25 gol in più di 100 partite). C’era nell’unico campionato a 24 squadre della storia d’Italia, quella serie B in cui vennero promosse 6 squadre. Lui era nella Fiorentina di Cavasin e Mondonico, la Fiorentina appena risalita dalla C2 dopo il fallimento, quella che aveva Di Livio come capitano. C’era nel Torino appena fallito, quello del passaggio da Romero a Cairo, quello con Taibi, Rosina, Stellone e Muzzi Come giocava? Boh, a parte la tripletta alla Viola non me lo ricordo, ma non è questo il punto: Zizis Vryzas, se non l’avete ancora capito, è Cagliostro, che passa di evento storico in evento storico sotto altre identità, immortale ed eterno. Oggi Vryzas è sparito, per cui è più che logico pensare che stia vivendo la storia da un’altra parte. Non ne sono sicuro, ma è probabile che oggi sia Zuckerberg.

Theodoros ZAGORAKIS

Capita di assurgere al mito per conto di una realtà ristretta, per un club, per una nazione. Ma possono bastare 22 giorni per arrivare 5° nella classifica del Pallone d’Oro? Forse Theo Zagorakis è l’incarnazione delle debolezze del premio dato da “France Football”: per capirci, quell’anno è finito dietro Shevchenko, Deco, Ronaldinho e Henry, ma davanti a Nedved, Rooney, van Nistlerooy e Cristiano Ronaldo. Tre l’avevano votato anche come vincitore. Capitano della Grecia campione a Euro 2004 (nonché MVP della finale e del torneo). Mediano o esterno destro, è stato un riferimento per l’AEK Atene, ha giocato in Premier e soprattutto è stato capitano, giocatore e presidente del PAOK Salonicco. Dato che ogni mito vive di luce e tenebra, lui ha raggiunto la sua quota di poca simpatia non tanto in quel grigio anno a Bologna, disputato proprio dopo il trionfo europeo e conclusosi con la retrocessione in B, quanto nel 2014, mentre qui strepitavamo per Tsipras, quando pensò bene di farsi eleggere al Parlamento Europeo di Bruxelles per conto di Nuova Democrazia, partito conservatore. Fessi noi a immaginare che la Grecia potesse vincere con un compagno per capitano.

***

Ci stiamo prendendo gusto. La Grecia è salva ma peggio per voi, ci dissero gli alieni invasori, perché adesso ci stiamo davvero prendendo gusto. E stavolta, allontanandosi, non ci diedero nessun indizio sul prossimo Paese che avrebbero preteso di annientare.

La linea difensiva della Terra, in questo episodio, è stata composta da: Simone Vacatello, Simone Pierotti, Adriano D’Esposito, Flavio Iannelli, Alessandro Fabi, Valerio Savaiano, Simone Nebbia, Gabriele Anello, Sebastiano Ianizzotto, Alessandro Colombini, Simone Donati, Damiano Cason e Emanuele Atturo.

La Linea Difensiva del Pianeta Terra

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Quando la Terra era in pericolo loro hanno preso in mano la penna e si sono messi a scrivere. Al PC, tra l'altro.
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