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Reportage, Ritratti

Ritratto dell’artista da giovane

di Sebastiano Iannizzotto

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Nella prima scena, Zlatan Ibrahimović è in una stazione, in Svezia. Ha 19 anni e sbadiglia come una matricola che deve prendere il treno all’alba per andare all’università. È vestito in un modo che dovrebbe risultare elegante. Indossa una giacca beige di pelle e una maglioncino salmone da cui fa capolino una camicia a quadri, ha i capelli pettinati col gel in un modo ancora tremendamente anni ’90: a guardarlo non sembra proprio a suo agio. Forse preferirebbe essere in tuta su un campo da calcio gelato di Rosengård, protetto dalla nebbia densa. Eppure, al di sotto di quella patina tardoadolescenziale, si intravede quello che in questi anni abbiamo imparato ad amare o a odiare. Sempre sul treno è lui a dire a Hasse Borg, il direttore sportivo del Malmö seduto al suo fianco, che dovrebbe stare tranquillo e rilassarsi. Poi si volta e fissa qualcosa oltre il finestrino, accigliato o forse solo concentrato o preoccupato da qualcosa che gli galleggia in testa. In aereo si sporge per guardare il giornale che Borg sta leggendo: ci sono 24 calciatori il cui valore è di 50 milioni di Euro. Ibra ci pensa un po’ su, poi dice: “Io valgo più di tutti e 24”.

Eccolo qui, lo spaccone, l’arrogante, l’Ibra che ci aspettiamo di vedere in un documentario sui suoi primissimi anni da professionista. Coinciderebbe con l’immagine che ci siamo fatti di lui: l’antieroe, l’individualista, il calciatore che crede di essere Dio. Quest’immagine, consolidatasi di stagione in stagione, sta subendo negli ultimi anni una sorta di restauro: come se Ibra voglia rendersi più simpatico, più umano, un dio che si fa uomo.

La chiave per capire Ibra si trova lì, nel passaggio da Rosengård ad Amsterdam prima e a Torino poi. Da zigge, zingaro, a leggenda.

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I fratelli Fredrik e Magnus Gertten stavano girando un documentario sul Malmö, la squadra della loro città. Si accorsero in fretta che, tra i calciatori che stavano seguendo quasi quotidianamente, ce n’era uno straordinario. Un ragazzone di nemmeno diciott’anni, altissimo e fortissimo, con una personalità e un ego che oscuravano tutto il resto. Decisero così che il documentario non sarebbe stato sul Malmö, ma su questo calciatore ancora semi sconosciuto.

Ibrahimović – Diventare leggenda, è un film sul talento. Su quanto sia difficile gestirlo, su quanto la consapevolezza del talento sia un peso che può schiacciarti anche se hai un ego abnorme. Andy Van der Meyde, uno dei compagni con cui Zlatan lega di più all’Ajax, racconta che in allenamento Ibra era il migliore. Faceva cose pazzesche. Poi andava in campo, la domenica, e qualcosa lo bloccava. Eccolo lì, il peso del talento. Chi l’avrebbe mai detto che anche Ibrahimović è insicuro? Quando qualcosa si inceppa nella testa di Zlatan, arrivano i fischi dell’Amsterdam Arena, un posticino che può farti sentire l’ultima merda passata su un campo da calcio. E quando arrivano quei fischi e le pressioni dei media (un giornalista simpaticissimo, Hugo Borst, lo chiama “immigrato scansafatiche”, rievocando lo spettro dello zigge, lo zingaro, come lo chiamavano i ragazzini di Rosengård) le insicurezze si moltiplicano e nel cervello di Ibra scatta qualcosa, una specie di interruttore che accende la rabbia. Era già successo con la maglia del Malmö, quando il nemico si chiamava Patrick Eriksson-Ohlsson, uno che aveva capito il trucchetto per fregarlo.

La carriera di Ibra può essere letta come un percorso difficilissimo di addomesticamento del talento e della rabbia. In Zlatan, rabbia e talento sono strettamente legati, l’una nutre l’altro: David Endt, team manager dell’Ajax, ricorda i suoi occhi di fuoco alla prima amichevole, “si sentiva fisicamente, si sentiva quasi l’odore della sua ambizione”. Il legame talento-rabbia attraversa in modo sotterraneo la carriera di Zlatan e, a volte, prorompe in superficie con prepotenza, diventando manifesto a tutti. Ne è un esempio il suo gol più bello segnato con la maglia del Malmö, quello contro il Djurgårdens.

“La nostra linea difensiva fermerà il grande talento, oggi”, avevano dichiarato ai giornali i difensori della squadra di Stoccolma. Eh, sì.

È un atto di forza, la dimostrazione della superiorità di Zlatan sugli arcirivali del Djurgårdens, l’umiliazione definitiva e irrimediabile del nemico, quel Patrick Eriksson-Ohlsson che, l’anno prima, aveva vinto una battaglia e, per questo, si vantava di conoscere la formula per fermare Ibra, il giovane “arrogante e pieno di sé senza un reale motivo per esserlo”, quello che preferiva dribblare anziché segnare, quello che “se riusciva a ridicolizzare un avversario, si gasava”, secondo l’ex difensore del Djurgårdens.

Anche il gol più bello dei tre anni ad Amsterdam è un connubio inscindibile di rabbia e talento. Arriva nell’estate dell’addio, dopo le polemiche per il fallo sul capitano dell’Ajax, Van der Vaart, durante un’amichevole tra Svezia e Olanda, con i 60.000 dell’Amsterdam Arena che lo fischiano di nuovo. Contro il NAC Breda Zlatan segna due gol e non esulta. Resta serio, corrucciato. Poi fa questa meraviglia qui, un capolavoro di forza, tecnica, rabbia, un’attitudine più animalesca che umana.

Vedi alla voce devastazione.

Dopo questa assurda dimostrazione di forza, Ibra esulta, uno sfogo verso un pubblico con cui non c’è mai stato davvero feeling, mai reciproca comprensione: di lì a una settimana Zlatan sarebbe andato a Torino, altro passaggio cruciale per la sua trasformazione in leggenda.

All’Ajax Zlatan incontra due figure importantissime per la sua crescita. Il primo è Jari Litmanen. Secondo lo schema del viaggio dell’eroe teorizzato da Chris Vogler, il finlandese potrebbe essere l’aiutante che sorregge l’eroe nel suo percorso di crescita e, nel caso di Ibra, di controllo del talento. Il secondo è Marco Van Basten. Sempre seguendo il modello di Vogler, il Cigno di Utrecht è il mentore perfetto. Una specie di Maestro Yoda per il giovane e irrequieto Zlatan: “hai un temperamento forte ed è una cosa buona, ma devi usare quest’energia che hai dentro nel modo giusto”. Ibra assorbe piano piano i consigli di Litmanen e di Van Basten. Se Koeman, l’allenatore dei lancieri, dice che ha delle qualità da sviluppare, per lui è una sfida. E le sfide, Zlatan non accetta perderle. Questo carattere è merito, o colpa, dipende dai punti di vista, di un padre molto esigente. Šefik ha sempre alzato l’asticella: “ogni volta che pensavo di aver fatto bene, lui era negativo: devi giocare meglio, diceva”.

Quello del rapporto col padre è un altro aspetto interessante approfondito in Ibrahimović – Diventare leggenda. Quel padre autoritario che raccoglie con orgoglio tutti i ritagli di giornale che parlano del figlio ci resta molto male quando vede che sulla maglia dell’Ajax non c’è scritto il suo cognome, ma soltanto Zlatan. È una ferita. Una piccola offesa che Šefik gli farà notare la prima volta che andrà a vederlo all’Amsterdam Arena. Solo nel 2003/2004, alla terza stagione con la maglia dei lancieri (quella del gran gol al NAC Breda e dell’approdo, la settimana successiva, alla Juve), Zlatan decide di far scrivere Ibrahimović sopra il numero 9: come se questo gesto segnasse un passo in avanti nella sua crescita, il raggiungimento di un nuovo livello di consapevolezza.

Anche l’ossessione per l’Europa nasce per merito, o anche in questo caso per colpa, di Šefik, che gli dice “non sei nessuno finché non conti in Europa”. E al primo appuntamento con la Champions, stagione 2002/2003, Zlatan fa centro: all’esordio contro l’Olympique Lione, in casa, incanta tutti con una doppietta.

Come se lui, in Champions, ci giocasse da sempre.

Quelli che prima lo fischiavano, adesso urlano il suo nome. Ma far pace con il proprio talento significa anche essere consapevoli della transitorietà della gloria.

E poi?

L’ultimo capitolo per completare il Bildungsroman di Zlatan è la Juventus. E un nuovo mentore, Fabio Capello: “non giocava per il gol. Giocava per il divertimento. […] Quello che stai facendo, gli dissi, sono numeri da circo per quelli che di calcio non capiscono niente e si divertono così. Ma la sostanza? Zero. E lui ha capito.”

Un nuovo Maestro Jedi per Zlatan

Lungo il percorso di addomesticamento del talento, Ibra sbaglia, cede alla tentazione di risolvere tutto sfruttando quel corpo così possente da diventare arma, un corpo che emerge con forza dallo schermo ed è la manifestazione visibile a tutti della personalità di Zlatan. Lo usa come uno scudo, un meccanismo di difesa imparato sul cemento di Rosengård. È anche lo strumento con cui impone il suo talento sia agli avversari che ai compagni di squadra. Van der Meyde racconta che, in allenamento, preferiva essere in squadra con Ibra, perché averlo da avversario era difficile. Al suo arrivo all’Ajax, mentre scattano una foto con la nuova maglia, Leo Beenhakker lo guarda come se stesse guardando un monumento o una bestia feroce. Negli occhi del dirigente olandese c’è un misto di ammirazione, paura, profondo rispetto. È l’effetto che ha su chi gli sta intorno. Una roba che succede da quando aveva diciott’anni e riportava a suon di gol il Malmö nella massima serie svedese.

È in quegli anni che i fratelli Gertten seguono spesso Zlatan anche lontano dai campi di calcio: in casa sua, quando gioca a Hitman e a IssPro, quando è con la fidanzata Mia, durante i trasferimenti in treno con la squadra. In tutti quegli spazi di non-calcio, Zlatan sembra avere sempre un pensiero che non lo lascia sereno. Sembra sempre concentrato su qualcosa, distante da tutto e da tutti. È un ragazzo che ha imparato in fretta a prendersi cura di sé, dopo il divorzio tra i genitori. Quando parla del suo rapporto con loro, è commovente. Traspare una tenerezza che fa un certo effetto rispetto alla ferocia mostrata da Ibrahimović sul campo. Quando parla dei suoi genitori, negli occhi di Zlatan si intravede un fondo di tristezza, un dispiacere per quello che non ha funzionato, un amore profondo e doloroso per entrambi. L’indagine della dimensione privata di Ibra, con lui che parla in prima persona, si concentra molto sugli anni svedesi e viene meno col passaggio all’Ajax. Per capire questa sottrazione, c’è un momento chiave nel documentario. All’Amsterdam Arena stanno scattando le foto prima dell’inizio della stagione. Zlatan è appena arrivato, non conosce nessuno, gli olandesi fanno gruppo a sé e lui non ha ancora fatto amicizia con Mido e Van der Meyde. È di nuovo un underdog, il diverso che sta ai margini a covare una voglia di rivincita grande quanto il suo ego. Mentre Van der Vaart si mette in posa come il membro di una boy band, Ibra è sfuggente. Un fotografo dice: “è come se non volesse esserci nella foto”.

L’essenza di Zlatan in una manciata di secondi.

È come se Ibra mettesse una distanza tra lui e il mondo. Un distacco necessario alla scoperta di sé, all’esplorazione dei limiti del proprio talento e del proprio carattere e, soprattutto, al superamento di questi limiti. Per Hasse Borg “nel profondo Zlatan è molto gentile e dolce”, ma resta guardingo, non riesce a fidarsi del tutto delle persone. Tra lui e il mondo deve mettere una certa distanza. Riuscire, quindi, a capire chi sia davvero Ibra è impossibile.

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Descrizione minimalista

David Endt si rammarica di non essere riuscito a penetrare quella corazza con cui si difende. La distanza tra Zlatan e il mondo sembra incolmabile. Solo una persona, forse, è riuscita ad avvicinarsi al vero Ibra. Si tratta di Mido, uno degli amici più cari, ma anche un nemico, un compagno con cui si è giocato il posto fin quasi alla morte, quando l’egiziano gli ha lanciato un paio di forbici dopo un’accesa discussione, nel cuore dell’Amsterdam Arena. Solo uno con un carattere simile poteva riuscire a varcare la soglia tra il mondo e Ibra. “La prima volta che incontrai Zlatan”, dice Mido, “riuscivo a vedere il suo ego. E a mio parere Zlatan non è cambiato molto, durante la sua carriera. Ora è più saggio, ma nel profondo non è cambiato. Zlatan è sempre stato Zlatan, fin da bambino. E questa è la parte più difficile del suo gioco, la qualità principale. È riuscito a far sì che tutti giocassero per lui. Tutti si sono adattati per giocare con Zlatan. E questo è Zlatan, non cambierebbe per nessuno.”

Ibrahimović – Diventare leggenda si chiude là dove tutto è cominciato, nell’unico posto in cui Zlatan si senta a casa: a Rosengård, all’inaugurazione di un campetto costruito da lui per i ragazzini del suo quartiere. Zlatan ha gli occhi lucidi, è emozionato: ricorda quando la madre lo chiamava dalla finestra e lui restava lì a rincorrere il pallone. Poi si mette a fare l’unica cosa che lo diverte davvero: giocare a calcio.

Sebastiano Iannizzotto

Dopo un'adolescenza rovinata da Héctor Cúper, abiura il 4-4-2 e scopre il tridente. Gioca a rugby fino a 21 anni, in tutti i ruoli della mischia. Abbandona la palla ovale per dedicarsi alle lettere. Cerca la reincarnazione di Roberto Bolaño sui campi scalcagnati dell'America Latina. L'unico sport praticato adesso è la Rayuela. @SebaIanni

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