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Americanate, NBA

Non è facile essere noi

di Marco Antonio Munno

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Primo scorcio di stagione NBA, primi risultati conquistati: la squadra con il miglior record dell’intera Lega sono i Los Angeles Clippers, e non è uno scherzo.
Si tratta esattamente di quel team che nel 2000 da Sports Illustrated fu indicato come il peggiore della storia. In effetti dal passaggio a Los Angeles del 1984 non c’è stato miglior sinonimo di debacle sportiva dei Clippers.
In totale, non sono mai arrivati alle finali di Conference; hanno vinto in tutto solo 4 serie di playoffs, disputandoli per sole 12 volte. Dall’altra parte della città, se non bastasse, i Lakers hanno rappresentato uno dei team sportivi più dominanti di tutti i tempi, con una lunga serie di stelle inserite nella Hall of Fame e 16 titoli conquistati.

LOS ANGELES, UNITED STATES: A Los Angeles Clippers basketball fan wears a bag over his head which reads "just win once" during a 01 December 1994 game between the Clippers and the Indiana Pacers. The Clippers lost, 93-84, to remain winless so far this season with a 0-14 record, as they get closer to the NBA record of 17 straight losses. (Photo credit should read Vince Bucci/AFP/Getty Images)

(1994: pessimo inizio della franchigia, da 0 vittorie e 13 sconfitte… i tifosi le provano tutte)

D’altro canto, il proprietario era Donald Sterling: oltre ai vari episodi conditi di razzismo e sessismo, che alla fine gli son costate la cacciata a vita da parte della NBA, la sola gestione del club fu un riflesso della personalità particolare del multimilionario.

Sterling comprò acquisto il team nel 1981 per 13 milioni di dollari (ricordiamo che al momento della vendita del 2014 la franchigia è valsa 2 miliardi).
Sotto la sua gestione, i Clippers hanno perso 50 partite in stagione per 21 volte; non era questo però ad interessare troppo al proprietario, il quale capì che sotto il sistema NBA di ridistribuzione dei guadagni avrebbe potuto guadagnare una buona cifra perdendo spendendo il minimo indispensabile.

Piano da subito in esecuzione: durante il primo anno da proprietario, provò ad esempio a risparmiare sullo staff chiedendo al coach Paul Silas se avesse voluto occuparsi lui delle fasciature ai giocatori.
Durante il secondo, propose la riduzione del budget attraverso tagli alle spese relative al training-camp  da $50,000 a $100 dollari circa, a quelle relative allo scouting da $20,000 a $1,000 dollari circa, a quelle relative alla pubblicità da $200,000 a $9,000 dollari circa, a quelle mediche da $10,000 a $100 dollari circa.

Inoltre, pare che Sterling si rifiutasse di ingaggiare nuovi giocatori anche quando, dopo infortuni, il roster fosse lasciato al minimo obbligatorio della Lega, fissato ad 8. Una volta, ad esempio, i Clippers furono vicini a dare forfait dopo l’operazione ai denti dell’ala Michael Brooks, il quale fu obbligato ad essere in completo da gara (e giocò anche) con i postumi in atto.

Fuori dal campo fra i vari aneddoti possiamo ricordare che Sterling era uno che occupava da solo il ricchissimo ufficio denominato “Sterling Plaza”, composto da due piani, dichiarando che “andare su e giù da solo negli ascensori gli dava soddisfazione ed era un lusso che si era guadagnato”; oppure di come andasse alla ricerca di gentili “hostesses” per feste private ed eventi sociali legati ai Clippers.

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(il vostro presidente ideale a bordocampo)

Quel senso di grottesco inevitabilmente si trascinò nelle vicende di campo: ad esempio, gli addetti alle statistiche di routine nei tardi anni ’90 sbagliavano i conteggi relativi agli assist dei giocatori losangelini. Che il gesto fosse deliberato o meno, le sue conseguenze furono quelle di abbassare i valori di mercato degli atleti.

Varie furono poi le scelleratezze compiute con le scelte al draft. Nel 1987, con la quarta scelta assoluta, fu selezionato Reggie Williams; probabilmente vi saranno più noti alcuni dei ragazzi che i Clippers non scelsero lasciandoli nel lotto, come Scottie Pippen o Reggie Miller.

Nel 1988, con la prima scelta assoluta, selezionarono Danny Manning; che fu ottimo nella sua carriera ai Clips, ma che giocò una stagione da sole 26 partite causa intervento ai legamenti crociati.

Nel 1989, con la seconda scelta assoluta, selezionarono Danny Ferry; ecco, si rifiutò di far parte di una franchigia perdente e sbarcò a giocare in Italia, a Roma (erano davvero altri tempi…) per poi avere una carriera NBA nella media.

Nel 1998, con una nuova prima scelta assoluta, selezionarono Michael Olowokandi, il quale durante la carriera tenne le cifre di 8,3 punti e 6,8 rimbalzi di media (risultando una delle peggiori prime scelte di sempre); anche questa volta si poteva scegliere un pò meglio, visto che nello stesso draft erano disponibili Dirk Nowitzki, Paul Pierce e Vince Carter.

Nel 2004, con una nuova quarta scelta assoluta, fu selezionato invece Shaun Livingston: dopo 3 anni di adattamento (le premesse erano quelle di essere al cospetto dell’erede del meraviglioso Magic Johnson), il ragazzo con una brutta caduta subisce rottura dei due legamenti crociati, di legamento collaterale mediale, di menisco laterale e lussazione della rotula, col rischio (poi scampato) di amputazione della gamba ma che inevitabilmente minò il suo valore da giocatore.

(gran schiacciata da un big man dominante su un povero Cristo: quale dei due è la prima scelta dei Clippers?)

Dopo qualche raro buon passaggio (con protagonista Elton Brand e spalla Sam Cassell), solo una forzatura della lega ha poi dato la svolta definitiva nel 2011, negando all’immenso Chris Paul il passaggio ai Lakers nonostante una trade conclusa (visto che il Boards of Director all’epoca gestiva i gialloazzurro, temporanamente senza proprietario) e spedendolo alla metà più triste di Los Angeles.

Il suo tandem con Blake Griffin ha pian piano preso quota, sia metaforicamente coi risultati ottenuti, sia letteralmente (guadagnandosi l’appellativo di “Lob City”):

senza dimenticare gli altri del quartetto sempre più importante, ovvero il DeAndre Jordan volante:

e il mortifero JJ Reddick:

I nostri, ormai fra le migliori squadre dell’intera costa Ovest, per un motivo o per un altro non riescono mai a raggiungere almeno le finali di Conference. Nel 2012, dopo la vittoria al primo turno in una dura serie con Memphis ribaltando il fattore campo, un 4-0 con gli Spurs li manda a casa.

Nel 2013, nuova serie con Memphis; fattore campo ribaltato, a favore dei losangelini, ma parimenti ribaltato il risultato dello scontro, dopo le prime due gare vinte (la prima agevolmente, la seconda con un buzzer beater di Chris Paul) dai Clippers.

Nel 2014, serie vittoriosa contro dei Warriors che per la prima volta si accorgono del talento che hanno in casa con l’allora panchinaro Green; tuttavia, in un’altra serie equilibrata coi Thunder, gara 5 persa vanificando con due errori di CP3 (e due chiamate arbitrali equivoche) un vantaggio di 7 punti a 49 secondi dalla fine. Sconfitta anche in gara 6 e fine della corsa.

Nel 2015, serie meravigliosa contro i campioni dei San Antonio Spurs, battuti in gara 7 dal miracoloso buzzer beater di un Chris Paul che nel primo quarto della gara aveva subito uno stiramento:

Da suicidio sul 3-1 della serie contro i Rockets, i ragazzi passano dal +19 del terzo quarto di gara 5 a perdere sia quella gara sia, imbambolati di colpo, le ultime due partite e quindi l’intera serie.

Nel 2016, l’anno che doveva essere del riscatto, finalmente i Clippers superano Minnesota abbandonando lo status di franchigia in attività ad aver vinto meno partite (in percentuale); tuttavia la sfortuna continua a perseguitarli: triste la vicenda di Blake Griffin che si infortuna tirando un cazzotto a un magazziniere del suo team (con conseguente squalifica).
Lascia interdetti il tentativo di nascondere la tensione fra i due sui canali ufficiali:

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tentativo che, tra l’altro, portò solo a prese in giro. Per esempio qui vediamo un tweet bello aspro con tag canzonatorio, in cui Matt Barnes abbraccia Derek Fisher il quale fu beccato a provarci con la sua ex moglie.

(Metta World Peace è sempre stato un signore)

(chi conosce la storia di Delonte West e Lebron James sa che questa è la presa in giro migliore)

Nei playoff, oltre all’infortunio della talentuosa ala, se ne aggiunse un altro ai danni di CP3, così da portare all’eliminazione al primo turno da parte di Portland.

Non che la stagione fosse iniziata con le premesse giuste, che potessero scrollare di dosso quella brutta etichetta di squadra sventurata; dopo un mercato senza scossoni, dedito al solo rafforzamento della panchina, l’idea di ravvivare l’interesse dei fan per il 2016/2017 non andò benissimo, con il sondaggio aperto su twitter e la risposta degli stessi rivali dei Blazers:

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Nel dettaglio:

e questo è quello che seguì alla cancellazione repentina del sondaggio:

Quest’anno, tuttavia, ad un attacco già esplosivo la squadra ha abbinato una difesa d’elite, capitalizzando al massimo sulla presenza a protezione del canestro di DeAndre Jordan e sull’applicazione di Chris Paul, da anni fra i migliori difensori sugli esterni della lega, e con ferocia agonistica se possibile ancora superiore:

(incarnazione perfetta del detto: “non mollare mai”)

Il famigerato festival durò 3 giorni, in cui il mondo si illuse di una rivoluzione e di un cambiamento. Come allora, le premesse sembrano buone; come allora, la storia della redenzione sembra conservare dietro di sé l’ombra dall’ineluttabilità del destino di eterni sconfitti, resta solo da vedere quanto durerà la Woodstock dei Clippers.

Marco Antonio Munno

Rimbalzo di Gregor Fucka, Jason Kidd guida la transizione, a rimorchio Chris Paul, scarico per Cassano e assist per Montella che realizza.
Mourinho applaude.

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