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Americanate, Pallone

Prima gli americani

di Gabriele Anello

arena

«Penso che la nazionale statunitense debba esser allenata da un manager americano. E penso che la maggior parte di questa squadra debba provenire dalla Major Soccer League».

Oppure:

«I giocatori della nazionale – e questa è la mia opinione personale – dovrebbero essere americani. Se sono nati in altri paesi, non penso che potremmo parlare di miglioramenti per il nostro calcio. Neanche conosco alcuni di questi giocatori, che è strano per un coach».

Potrebbero sembrare nuove dichiarazioni da parte del presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump, ma vi state sbagliando. Anche se siamo sicuri che The Donald le condividerebbe. E che buona parte del popolo americano – lo stesso che ha messo Trump alla Casa Bianca dal prossimo gennaio – magari appoggerebbe un punto di vista del genere.

Anzi, per alcuni sarebbe forse un concetto fin troppo edulcorato. In fondo, vantarsi della propria ignoranza (vedi questione blind trust) è in linea con la nuova condotta presidenziale.

Auguri quando dovrai costruire un muro, non viene bene con i mattoncini Lego.

Le dichiarazioni di cui sopra, però, non appartengono al neo-presidente, bensì a Bruce Arena, un pezzo di storia del soccer a stelle e strisce e, al tempo stesso, il potenziale promotore di un incredibile passo indietro da parte del pallone americano.

Amore possibile

Nel 2016 gli Stati Uniti han dovuto fronteggiare una pessima campagna elettorale – con dei toni di discussione francamente infimi, ma con il Referendum costituzionale qui da noi ci stiamo avvicinando – tra due candidati che erano ugualmente osteggiati per motivi differenti. Alla fine, ha semplicemente vinto quello che più rappresentava la vera mentalità americana.

Se l’8 novembre è stato uno shock per molti cittadini negli USA, la Nazionale non se l’è passata meglio. Cinque anni fa, l’arrivo di Jürgen Klinsmann è servito per dare quello step in più che il soccer cercava, soprattutto a livello di mentalità internazionale. In fondo, si può dire che il tedesco sia stato un buon ct e si era intravisto, dato che ha anche posto alcune basi per la rinascita tedesca negli anni pre-Loew.

D’altronde nel rapporto tra Klinsmann e il calcio americano c’era un’intesa particolare, tanto che Jurgen aveva persino disputato una stagione da dilettante in California con lo pseudonimo di Jay Göppingen. Nonostante Bob Bradley avesse fatto il possibile per la Nazionale, nell’estate 2011 si è scelta un’altra strada.

L’avventura di Klinsmann da ct degli Stati Uniti è partita male (quattro sconfitte in sei gare), ma dalla vittoria in amichevole a Genova contro l’Italia di Prandelli (la prima in undici confronti con gli Azzurri) la fortuna è girata. Il 2012 è stato l’anno di svolta, visto che gli Stati Uniti hanno centrato anche la prima vittoria nello storico impianto dell’Azteca contro il Messico, decisa per altro dal gol di Michael Orozco, nato in California da genitori messicani.

Il successivo biennio di Klinsmann alla guida dell’USMNT è stato pieno di successi e sorprese. Gli Stati Uniti hanno battuto la Germania a Washington per 4-3, riuscendo a completare una striscia da 12 vittorie consecutive, che ha portato alla conquista della Gold Cup 2013. La qualificazione al Mondiale 2014 è arrivata con largo anticipo e il seguito per il soccer è cresciuto.

Non è stato raro vedere celebrità, tifosi e semplici curiosi riuniti nello stesso bar per osservare le gare della Nazionale in Brasile, dove gli Stati Uniti sono arrivati in gran forma (tre vittorie in altrettante amichevoli pre-Mondiale). L’ultima Coppa del Mondo è stata una buona vetrina per l’USMNT, che ha passato la fase a gironi e ha poi ceduto agli ottavi al Belgio solo ai supplementari.

Due considerazioni su questo video: a) Teddy Goalsevelt? La mascotte? b) Will Ferrell è un pazzo appassionato di calcio, presente a Recife per sostenere la nazionale. E dal 2018 sarà uno degli owner – assieme a Mia Hamm e Magic Johnson – della neonata franchigia Los Angeles FC. Un altro segno che il soccer sta lentamente spopolando negli States.

Nel mezzo, Klinsmann ha cambiato un po’ il roster della nazionale. Ha fatto esordire diversi giocatori, spesso provenienti anche da campionati esteri e magari con doppio passaporto. Ha comunque portato a casa il trofeo continentale. Insomma, una serie di soddisfazioni che han fatto felice lui e il Paese. Peccato che le sorprese fossero dietro l’angolo.

A terrible year

Il climax dell’amore tra l’America e Klinsmann è arrivato a giugno 2015, quando in cinque giorni la nazionale rimonta e vince due amichevoli. Ma le avversarie sono notevoli, perché si tratta dell’Olanda ad Amsterdam (da 3-1 sotto!) e della Germania campione del Mondo a Colonia.

Fino al 22 luglio, tutto bene. Poi il buio all’improvviso. Si gioca la Gold Cup e gli Stati Uniti sono attesi alla conferma del titolo o quantomeno alla finale. Peccato che nella semifinale ad Atlanta la Giamaica lasci stupiti i 70mila riuniti al Georgia Dome: non basta il gol di Bradley nella ripresa a rimontare i due gol da fermo dei Reggae Boyz ed è 2-1.

Non solo: gli Stati Uniti perdono anche la finale per il terzo posto contro Panama ai rigori, mentre il Messico – con diversi e indimenticabili errori arbitrali – si assicura il titolo continentale.

Da quel momento in poi per Klinsmann le cose sono iniziate a precipitare. Le critiche sono tornate e si sono acuite dopo lo spareggio per andare alla Confederations Cup 2017, previsto in quanto la Gold Cup si gioca ogni due anni e il confronto Messico-USA è inevitabile. El Tri vince 3-2 ai supplementari: la volèe di Paul Aguilar porta i messicani alla Confederations Cup e lascia Klinsmann basito.

Se guadiamo il calendario del 2016, gli Stati Uniti hanno vinto 12 partite sulle 19 giocate. Il problema è che sei di queste vittorie sono arrivate in amichevole contro avversari fattibili; tre sono giunte in quelle che sono state gare ufficiali, ma giocate contro Guatemala, St. Vincent e Trinidad & Tobago; altre tre nella Copa América Centenario, contata più per il carrozzone che per i risultati.

Le sconfitte, invece, sono state pesanti e potrebbero esser letali a lungo andare. Gli Stati Uniti sono stati travolti dall’Argentina e hanno poi perso il terzo posto nella Copa América di quest’estate. L’autunno ha chiuso il cerchio: pareggio in casa contro la Nuova Zelanda, ma soprattutto le due sconfitte nelle prime due gare della fase finale di qualificazione a Russia 2018.

Prima il 2-1 patito a Colombus sempre il Messico, che ha persino rotto l’incantesimo del MAPFRE Stadium, nel quale gli Stati Uniti erano imbattuti. Poi il 4-0 tremendo a San José, dove il Costa Rica ha scherzato gli Stati Uniti. I timori per la possibilità di un Mondiale visto alla tivù, unito alle critiche, ai risultati e forse a un filo di risentimento per il trattamento riservato alla leggenda London Donovan han fatto il resto.

#KlinsmannOut è stato un hashtag molto in voga negli ultimi giorni. La federazione ha preso la palla al balzo e ha licenziato il commissario tecnico a furor di popolo, nonostante un contratto in vigore fino al 2018 e il fatto che il tedesco si dicesse tranquillo sulla sua posizione.

Per il nome del sostituto non si è dovuto aspettare molto.

 

Ritorno dal passato

Un protagonista non sarebbe tale se non avesse un suo contraltare narrativo. Se Klinsmann ha rappresentato una novità per il calcio americano, al tempo stesso Bruce Arena è la base da cui tutto è partito. Non solo: è l’allenatore con più presenze sulla panchina dell’USMNT (130) e due Mondiali disputati.

Nato a Brooklyn da genitori italiani, ha avuto una carriera inesistente sul campo, ma da tecnico ha fatto strada. Ha giocato appena una gara con la nazionale nel ’73, prima di diventare un santone alla University of Virginia: per otto anni ha alternato lacrosse e calcio, prima di virare sul secondo, nonostante abbia fatto parte della nazionale di lacrosse campione del Mondo nel ’74.

Lo stint ai Cavaliers di Charlottsville è durato 17 anni, nei quali Arena ha fatto crescere alcuni dei protagonisti del soccer negli anni ’90: tra di loro Tony Meola, Jeff Agoos e soprattutto Claudio Reyna, uno dei primi statunitensi a giocare in Europa, nonché capitano della nazionale e pretoriano dell’era Arena.

Dopo l’università, infatti, c’è stato un periodo di successi con il D.C. United a Washington: mentre conduceva la squadra a tre titoli nazionali e alla vittoria in quella che all’epoca era l’antenata della Champions League nord-americana, Arena ha anche guidato la nazionale U-23 ad Atlanta ’96. Naturale che lui fosse il primo candidato a guidare i senior dopo la pessima Coppa del Mondo ’98.

Oggi abbiamo una MLS in continua espansione, ma all’epoca l’atteso professionismo faticava a trovare una sua struttura logica e una consacrazione nel paese. Eppure Arena ha portato gli Stati Uniti alla miglior partecipazione a un Mondiale dal 1930, quando nel 2002 l’USMNT sfiorò la semifinale dopo aver perso in un match combattuto contro la Germania per 1-0. Inoltre, la nazionale ha raggiunto anche il posto più alto nel ranking FIFA sotto la sua guida (4° nell’aprile 2006).

Il Mondiale 2006, però, ha rotto il giocattolo: una pessima prova – due sconfitte contro Repubblica Ceca e Ghana, nonché il pareggio contro un’Italia ridotta in inferiorità numerica per un’ora – hanno mostrato come l’approccio di Arena potesse arrivare fino a un certo punto. C’era solidità, ma mancava prospettiva. Con il suo addio e l’arrivo del suo assistente Bob Bradley, il soccer ha continuato a crescere in ogni caso.

E allora è strano vedere come grossi amori facciano un giro e poi tornino in campo. In questi dieci anni di separazione, Arena si è trasferito a New York sponda Red Bull, raccogliendo poco o nulla. Meglio è andata a Los Angeles, dove i Galaxy sono stati guidati da lui per otto anni a cinque trofei. Bruce Arena è oggi l’unico manager ad aver vinto il premio di “Coach of the Year” per tre volte.

La scelta del nuovo-vecchio ct è stata ufficializzata da qualche giorno, ma è sembrata un incarico a tempo, almeno dalle parole del presidente della federazione americana Sunil Gulati: «La sua esperienza a livello internazionale e la capacità di costruire un team di successo sono aspetti vitali: Bruce è concentrato per i prossimi otto impegni nel girone di qualificazione verso la Russia».

Sembra quasi che Arena sia un’opzione ad interim per evitare di perdere la partecipazione all’ottavo Mondiale di fila, nulla di più. Ma allora dov’è la prospettiva? Dov’è il livello di crescita che si voleva raggiungere con Klinsmann?

Lo dice pure Alexi Lalas: «Arena non è progressivo o un visionario: è un pragmatico, che ci restituirà una migliore versione di noi stessi e la partecipazione alla Coppa del Mondo».

 

Good luck, Bruce (and Sunil)

A pensarci bene, probabilmente sarebbe stato tempo per un cercare un profilo più moderno e magari voglioso di far crescere ancora gli States calcisticamente (Blanc, Bielsa, Mancini?). Arena ha sicuramente dalla sua l’esperienza («Sono più pronto per il posto da ct ora che dieci anni fa»), ma le sue parole sui giocatori della nazionale selezionati da Klinsmann sembrano di un’altra epoca. Appunto, la sua, nella quale gli Stati Uniti erano più indietro nel processo di crescita.

Per quanto contestato o criticato, Klinsmann ha aperto una strada. I risultati a un certo punto non l’hanno più sostenuto ed è giusto che ci si separi se un ciclo è finito (specie se i giocatori hanno dubbi sul tuo operato), ma è possibile negare un percorso di cinque anni da un giorno all’altro?

Arena ha provato a correggere il tiro già da quest’anno, quando ad aprile in un’intervista con Alexi Lalas ha promesso di accettare in Nazionale chiunque avesse un passaporto americano, perché «il nostro paese è un miscuglio culturale». L’ha ribadito nella prima conferenza stampa, citando l’orgoglio di rappresentare gli Stati Uniti come punto critico per le sue scelte (si sottintende che gli americani nati all’estero non ne abbiamo? Boh).

Purtroppo per Arena, nulla è cambiato dalla sua prima esperienza. Magari non sembrava fosse così ai suoi occhi, ma l’America è un melting pot fin dai suoi tempi fondativi. Essere così ingenui, uscirsene con dichiarazioni del genere e correggere il tiro solo quando si è di nuovo chiamati a svolgere un determinato lavoro è un atteggiamento che lascia perplessi, specie se lo si mette in parallelo con l’effetto Trump.

Fossero scarsi, poi…

Inoltre, sono dichiarazioni non supportate dai fatti. Arena ha portato con sé in vari tornei Pablo Mastroeni (un argentino trasferitosi con la famiglia da piccolo), Earnie Stewart (figlio di militari americani in Olanda e cresciuto lì), David Regis (nato in Martinica, mai apparso in una partita di MLS) e Jeff Agoos (nato a Ginevra, poi cresciuto in Texas). Questo fermandoci solo alle situazioni descritte da Arena qualche anno fa, perché in realtà il mestizaje americano è sempre in atto.

E che dire dell’accusa per la quale Klinsmann avrebbe chiamato pochi giocatori dalla MLS? Il tedesco ha chiamato più giocatori locali (9 + Michael Bradley da Toronto) per Brasile 2014, molti più di quanti ne avesse chiamati Bob Bradley in Sudafrica (4); in ogni caso, pochi in meno di quelli che Arena aveva scelto per Germania 2006 (11). La frase è più che altro sembrata un modo per consolare Landon Donovan, escluso da Klinsmann all’ultimo Mondiale e totem di Arena per la nazionale e i Galaxy.

Checché ne dica anche Abby Wambach («Sembra strano che gente che non ha mai vissuto negli States giochi per noi. Hanno il killer-instinct necessario? Non lo so»), oggi buona parte di quei giocatori dalla doppia nazionalità rappresentano una speranza per gli Stati Uniti. Jermaine Jones, Fabian Johnson, Timothy Chandler e John Brooks – tutti nati in Germania – sono in realtà stati tra le note liete della gestione Klinsmann.

Si può rinunciare a parte del tuo blocco centrale, magari insinuando che sì, sono americani, ma non come noi, e che in realtà non hanno il “nostro” spirito? Forse no. Specie se si vuole arrivare in Russia. Perché se The next big thing, Christian Pulisic, è nato e cresciuto in Pennsylvania (ma ha discendenze croate e ci risiamo), non basterà solo quel talento per arrivare al Mondiale 2018.

https://twitter.com/MenInBlazers/status/801129863625240576

Twitter regala sempre perle.

 

Se quindi va dato atto ad Arena almeno di aver capito che il calcio (e il mondo) vanno in un’altra direzione, bisogna comunque chiedersi che prospettiva possa avere la nazionale americana a breve termine. Veramente il soccer si allineerà alla politica? Veramente la restaurazione è l’unica via americana al successo? Sarebbe deludente per un paese fondato da migranti.

Gabriele Anello

Gabriele Anello

Passaporto italiano, ma cuore giapponese, sogna un posto al Mondiale per l'Oceania.
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