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Di quella volta in cui Fidel a bordovasca strappò l’oro agli States

di Crampi Sportivi

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C’è modo e modo di festeggiare il proprio compleanno. Anche per i capi di Stato, certo. Il 13 agosto 1991 a L’Avana le nazionali di pallanuoto di Cuba e Stati Uniti si contendono la medaglia d’oro ai Giochi Panamericani e sugli spalti della piscina Baraguá un tifoso d’eccezione incita il settebello di casa: è Fidel Castro, che esattamente quel giorno spegne sessantacinque candeline.

Da anni il duello tra yankees e caraibici in questa sorta di Olimpiadi riservate ai Paesi americani ha assunto i toni dell’epica: il torneo di pallanuoto delle ultime tre edizioni – quattro in totale tenendo conto anche di quella del 1971 – ha visto arrivare sui primi due gradini del podio proprio cubani e statunitensi, sin qui sempre vincitori.

Quest’ultimi arrivano a L’Avana con parecchi galloni sul petto: oltre agli ori conquistati con cadenza quadriennale ai Panamericani hanno pure vinto l’argento olimpico a Los Angeles e Seul, cedendo soltanto alla Jugoslavia del santone Ratko Rudić. E pochi mesi prima, ai Mondiali di Perth, sono arrivati quarti alle spalle dei soliti slavi, dell’emergente Spagna e dei maestri ungheresi. Squadra con parecchie virtù e pochi punti deboli, quella allenata da Bill Barnett: ha uno dei migliori portieri in circolazione (Craig Wilson), un possente centroboa (Terry Schroeder), un arcigno difensore (Douglas Kimbell) e formidabili tiratori (Mike Evans e Chris Humbert). Un’eresia pensare che abdicheranno proprio questa volta.

Non che i cubani stiano a guardare, beninteso: i ruoli chiave sono occupati da ottime individualità, vedi il colosso Iván Pérez a boa – marcatelo voi un energumeno alto più di due metri e dal peso di un quintale… -, l’affidabile José Ramos a guardia della porta e il mancino Lázaro Fernández oltre al vecchio guerriero Bárbaro Díaz, l’unico in attività della spedizione che prese parte ai Giochi di Mosca. Già: il comitato olimpico cubano ha disertato quelli successivi, allineandosi al boicottaggio sovietico, mentre sarà regolarmente presente a Barcellona. Prima, però, c’è da fare un figurone davanti ai propri compatrioti.

Piazzate in gironi diversi, le due grandi favorite faticano a trovare avversari che reggano il confronto: i padroni di casa chiudono la fase eliminatoria come miglior attacco con 57 reti annichilendo Argentina, Canada e Porto Rico, i campioni in carica si lasciano alle spalle Brasile e Messico e la modesta Giamaica. L’epilogo, manco a dirlo, è sempre lo stesso: in finale sarà ancora Cuba contro Stati Uniti.

I benpensanti vorrebbero che questa fosse una partita scevra d’implicazioni e ripercussioni politiche. Beh, francamente è impossibile: i rapporti diplomatici tra i due Paesi sono ancora piuttosto freddini dopo le presidenze repubblicane di Reagan e Bush, l’embargo è ancora in vigore dagli anni Sessanta e il crollo del muro di Berlino ha ulteriormente affievolito la già claudicante economia cubana. In tribuna, oltretutto, si manifesta Fidel Castro che pure nel giorno del suo sessantacinquesimo compleanno non vuol perdersi l’attesissima sfida.

Gasati dal calore del pubblico di L’Avana, i giocatori cubani lasciano credere di poter compiere il miracolo: dopo pochi minuti sono sull’1-1 e passano in vantaggio con Arturo Ramos: le certezze degli Stati Uniti, fin lì mai costretti a rincorrere gli avversari, iniziano a vacillare. Più che un gol è un incantesimo, quasi una maledizione per gli yankees – anzi, yanquis, come impone la grafia spagnola – che sprecano qualcosa come otto superiorità numeriche mentre José Ramos vola leggiadro da un palo all’altro, subendo appena un gol in tre tempi. A sette minuti dalla fine Cuba è avanti 6-1, manco fosse una partita di tennis. E per il povero Wilson i cecchini avversari sembrano scagliare proprio imparabili palline nella sua rete.

Gli Stati Uniti provano a riordinare le idee e abbozzano un’improbabile rimonta, portando il risultato sull’8-5: hanno quasi dimezzato lo svantaggio, ma il tempo è ormai scaduto. E l’ennesima parata di Ramos sul disperato tiro di Jeff Campbell chiude definitivamente le ostilità: Cuba vince la sua prima medaglia d’oro nella pallanuoto ai Giochi Panamericani e, come se non fosse già sufficiente, pone fine all’egemonia statunitense. Castro e i suoi fedelissimi sono forse i più compiaciuti tra i tifosi in visibilio: no, non è una vittoria qualunque. Andy Burke, il capo-delegazione degli Usa, avvicina un membro cubano dell’Unión Americana de Natación, la federazione continentale delle Americhe degli sport acquatici, e gli chiede se può apporre una spilla dell’UANA proprio sulla divisa di Castro, chiamato ad assistere alla consegna delle medaglie. “Sì”, si sente rispondere. “Ma tiella bene in vista, non metterla in tasca”. Il líder máximo scende le scale scortato da sei agenti, due dei quali si piazzano ai lati di un attonito Burke che porge la spilla a Castro. Durante la premiazione ecco un inatteso siparietto: i giocatori americani chiedono di poter cantare “Happy birthday Mr President”, la stessa che Marilyn Monroe aveva intonato a John Kennedy nel lontano 1962, al presidente cubano. Che non solo ringrazia, ma posa anche per una foto ricordo con tutta la squadra tra lo stupore della sua scorta.

Quanto ai cubani, la medaglia d’oro non è l’unica ricompensa: Castro regala a tutta la squadra una settimana di vacanza a Varadero, in mezzo ai villaggi turistici e agli sfarzosi alberghi edificati in un battibaleno per attrarre turisti dall’opulento mondo occidentale. E pensare che, come recita una vecchia canzone di Carlos Puebla, “Ya Varadero dejó de ser / el lugar donde sólo se hablaba inglés”.

Articolo a cura di Simone Pierotti

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