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Americanate, NBA

Myles Turner sa fare tutto

di Michele Garribba

TARRYTOWN, NY - AUGUST 8: Myles Turner #33 of the Indiana Pacers poses for a portrait during the 2015 NBA rookie photo shoot on August 8, 2015 at the Madison Square Garden Training Facility in Tarrytown, New York. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, User is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. Mandatory Copyright Notice: Copyright 2015 NBAE (Photo by Brian Babineau/NBAE via Getty Images)

C’è una significativa differenza tra il diventare un ottimo giocatore all’interno di un dato contesto e progredire invece migliorando in prima persona quel contesto, incidendo cioè sulle sue caratteristiche di base. È il caso di Myles Turner, diventato ormai un punto di riferimento imprescindibile per Indiana.

Le ultime grandi prestazioni dei Pacers le avevamo ammirate nel biennio 2012-14, quando a ispirare la franchigia era Paul George. Insieme a lui, tra gli altri, spiccava soprattutto Roy Hibbert, principale artefice di un’organizzazione difensiva talmente impeccabile da sopperire a un attacco talvolta mediocre, tenuto vivo dalle irregolari folate di Lance Stephenson e, appunto, dello stesso George.

Non è un caso che Hibbert non abbia poi mai più replicato tali prestazioni. e che le memorabili serie contro Miami siano state decise anche dai tiri da tre di due lunghi come Bosh e Haslem: la NBA in verità non è più andata d’accordo con quel tipo di gioco che prevedeva un lungo a banchettare vicino al ferro ma meno propenso ad allargare il campo. Poi c’è stato il gravissimo infortunio di Paul George  che ha costretto i Pacers a saltare un anno di playoff, e poi è arrivato Myles.

In quest’inizio di stagione i Pacers sono sembrati in grado di sopperire a quelle carenze offensive di cui hanno sofferto per anni. Tutto questo anche grazie all’avvento in panchina di Nate McMillan, che ha praticamente cambiato volto – in positivo – alla squadra per come l’avevamo conosciuta con Frank Vogel, ma rimettendoci qualcosina in difesa.

In realtà Myles Turner, che indubbiamente contribuito a migliorare l’attacco della propria squadra. si sta rivelando ugualmente indispensabile anche durante la fase difensiva. D’altronde il giocatore stesso appare pienamente consapevole di quanto il gioco stia cambiando, e di quanto sia importante rimanere al passo con i tempi.

Nella prima partita di questa stagione Turner ha condotto alla vittoria i suoi Pacers contro i Mavericks in modo esaltante, segnando anche la tripla decisiva durante l’overtime. A fine partita Rick Carlisle ha detto: “Ha fatto un po’ di tutto per distruggerci”. Un’immagine che lì per lì è suonata abbastanza sempliciotta, ma che invece sintetizza bene il talento dell’ex Longhorns.

Myles, infatti, sa fare un po’ di tutto: senza dubbio spiccano l’abilità al tiro e le doti da stoppatore, che fanno di lui uno dei centri più efficaci di tutta la NBA tra i 5 e i 7 metri lontano da canestro (long-two, pressappoco). La sua percentuale da 57.9% potrebbe essere affiancata al 51.7% di Pau Gasol o al 37.6% di Anthony Davis che, seppur detentore di una percentuale decisamente inferiore, tenta quel tipo di conclusione quasi cinque volte a partita e probabilmente con un quantità di forzature maggiore di quella di Myles Turner.

Anche nel pitturato Turner è molto efficace (63.6%, seppur con un numero di tentativi più basso della media per un centro). In verità, il dato davvero sconvolgente non è la bravura con cui si propone in fase offensiva, bensì la velocità delle sue esecuzioni: Turner è uno dei giocatori più rapidi a concludere dopo aver ricevuto il pallone.

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Precisamente l’86% delle sue conclusioni vengono effettuate entro i primi 2 secondi in cui riceve il pallone, le restanti entro i primi 6 nel quale entra in possesso della palla a spicchi; Turner tiene la palla in mano mediamente per 1.33 secondi: lo stesso tempo di Kyle Korver, uno dei migliori tiratori piedi per terra della lega. Myles, inoltre, non è il giocatore più rapido in NBA a concludere l’azione una volta ricevuta palla ma molti di quelli che lo precedono o giocano decisamente più vicini al ferro (DeAndre Jordan o Timofey Mozgov, ad esempio) oppure semplicemente segnano la metà dei punti di Turner. Un giocatore che può competere in tale statistica con il n°33 dei Pacers è Kristaps Porzingis (1.44 secondi).

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A testimoniare la sua efficienza offensiva c’è una grande capacità di inserimento.

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… nonché un’abilità di smarcarsi sotto canestro paragonabile a quella di una guardia.

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Canestro da Dwyane Wade di… Myles Turner.

 

Il gioco di Turner, un po’ come quello di Porzingis, evidenzia una capacità di lettura sia dei tempi difensivi che offensivi da lasciare stupefatti, con conseguente abilità nel rimbalzo (anche qui sia offensivo che difensivo) ed anche come rollante nel pick ‘n roll (o pick ‘n pop). È infatti il secondo giocatore della lega per numero di possessi da rollante ed il quinto per punti generati (con 1.17) da ogni singolo possesso di questo tipo, contando i giocatori che ne abbiano giocati un numero considerevole (almeno 40).

Come detto in precedenza, il sistema difensivo dei Pacers quest’anno è decisamente più carente rispetto a quanto eravamo abituati a vedere con coach Vogel, ma all’interno di questo contesto Turner rappresenta un’eccezione: non è un fenomenale difensore (concede il 46.3% all’attaccante che marca, dato discreto ma non ottimo) ma è uno stoppatore d’elite: 2.4 BPG (4° nella lega) in 28.4 MPG; proiettando i dati disponibili su 48 minuti, tra i giocatori con più di 15 MPG, Turner è il miglior stoppatore NBA con potenziali 4.05 BPG (il secondo è Anthony Davis con 3.60). Se non vi sentiste ancora degli essere umani inferiori: il rapporto tra stoppate e falli commessi nel tentativo di effettuarle dal n°33 di Indiana è di 0.74 (Whiteside detiene un 0.77).

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Bisogna ammettere che aveva ragione Carlisle: Turner sa fare tutto, sa farlo con molta naturalezza, ha il tempo dalla sua parte e soprattutto nutre grandissima fiducia nell’ambiente specialmente dal leader indiscusso della squadra Paul George che, lo scorso anno, in occasione della vittoria dei Pacers su OKC ha ammesso come la migliore qualità di Myles sia quella di avere sempre voglia di migliorare e non avere mai paura: nel finale di quella partita il suo contributo fu decisivo, allo stesso modo quest’anno nell’OT contro i Mavericks e in una recente partita contro Philadelphia.

Fa impressione la capacità di impatto di un giocatore sceso fino alla 11° pick nel Draft dell’anno scorso, ma ancora di più se consideriamo che Myles Turner non era nemmeno convinto di voler diventare un giocatore di basket. Da piccolo non aveva mai avuto grandi sogni di gloria: gli piaceva seguire l’NBA in TV ma senza mai desiderare di poterci entrare, né tanto meno pensava di esserne in grado di farlo.

Turner, infatti, non ha mai dato così tanta importanza al basket fin quando non ha patito un serio infortunio alla caviglia durante il suo secondo anno in High School; anzi a quel punto si sentì quasi sollevato e pensò addirittura di mollare: “But having the game taken away from me for six or seven months made me realize I can’t live without this”. Nel candore, nella naturalezza di questa scanzonata confessione c’è tutta la straordinaria attitudine cestistica di Myles Turner, un ragazzone innamorato del gioco, che ancora conserva un paio di Starbury Ones autografate da Kevin Durant; lo stesso Kevin Durant che l’anno scorso ha sconfitto.

Michele Garribba

Michele Garribba

Michele Garribba è nato nel 1995, di mattina finge di studiare fisioterapia e di notte salva il mondo da chi scrive "altra alternativa" e "troppo esagerato". Appassionato di rap ed NBA, soffre del disturbo di dover scrivere riguardo tutto ciò che osserva.
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Michele Garribba è nato nel 1995, di mattina finge di studiare fisioterapia e di notte salva il mondo da chi scrive "altra alternativa" e "troppo esagerato". Appassionato di rap ed NBA, soffre del disturbo di dover scrivere riguardo tutto ciò che osserva.