Crea sito

Articoli Recenti

Pallone, Ritratti

Il muro

di Crampi Sportivi

thewall

Non ce ne vogliano gli elettori di Trump, né quelli del Freiheitliche Partei Österreichs, ma per noi, di muro, ce n’è stato e ce ne sarà per sempre uno. Nato Walter Luján, Walter Adrián Samuel dalla maggiore età,  The Wall, per le tifoserie che lo hanno amato.

Per capire come abbiano fatto i sostenitori ad innamorarsi dell’uomo, oltre che del giocatore, è sufficiente ricordare il suo passaggio – intervallato dalla stagione al Real Madrid – dalla Roma all’Inter, che non fu affatto vissuto malamente, non quanto altri, perlomeno – per quanto non si tratti di due tifoserie perennemente sul piede di guerra, c’è stata, tuttavia, un’epoca di intenso dualismo, quello dei cucchiai da fuori l’area di rigore e delle punizioni inimmaginabili del “Chino” Recoba. Fu lo stesso Samuel a chiedere di essere ceduto all’estero in un primo momento, per non “tradire” la Roma con una concorrente. Al suo rientro in Italia i giallorossi non dimenticarono il gesto, né tantomeno il contributo del Muro al loro ultimo Scudetto.

Quando infatti si ha a che fare con certe tipologie di giocatori, si è quasi pervasi dalla convizione che il tradimento non sia possibile; non lo farebbe mai semplicemente perché non è da lui, ci si ritrova a pensare. Il tradimento presuppone una premeditazione, una precostituzione; l’aver, in un certo modo, formato mentalmente l’idea, il piano infedele. Chi tradisce pare saperlo sin dal principio. La consumazione è a monte, perché si tradisce nel momento stesso in cui si giura fedeltà eterna, pur coscienti di non avere la capacità di tenere fede a quel vincolo.

Ma se sei “The Wall”, l’impenetrabile perché privo di crepe, l’impassibile, tutt’altro che volubile, la sacralità del vincolo la porti con te dal principio alla fine. E quando arriva il momento ci si saluta con commozione, senza la benché minima asfissia che deriva dal pensiero di aver subito un torto. Coscienti di aver dato tutto, sempre, e che questo ti verrà riconosciuto. Probabilmente anche per questo i tifosi romanisti custodiscono gelosamente ancora tutti i ricordi di quel roccioso difensore.

Un uomo di successo (e successi)

Se vinci dieci campionati in tre nazioni differenti, cinque supercoppe italiane, tre Coppe Italia, una Champions League, una Coppa Libertadores, un campionato mondiale U-20, non è solo perché dove sei ci sei capitato per sbaglio. Samuel è stato protagonista di ogni vittoria si può escludere soltanto uno scudetto con l’Inter, causa rottura del legamento e stagione passata accanto al fisioterapista. Potremmo, se la figura del giocatore si dovesse circoscrivere a quello che fa – o non fa, la scelta di omettere è spesso essenziale – in campo.

Ma così non è. Quell’Inter di cui Samuel è stato davvero argine e cinta era un gruppo estremamente compatto, dentro e fuori dal campo – e non solo nell’anno del Triplete. Uno di quei gruppi in cui gli elementi dotati di “garra” non mancano, anzi abbondano. E Samuel era uno di quelli che traduceva sempre l’ortodossia difensiva in comportamento impeccabile fuori dal campo. Vi sfidiamo a cercare nella lunga carriera del difensore argentino un richiamo, un atto indisciplinato, una parola fuori posto o un problema causato alla società, alla squadra o all’allenatore.

Sarà più complesso – se non impraticabile – di quanto sia stato per Beckham arrivare su questo pallone:

samuelbecks

E quindi no, non c’è nulla di casuale nei suoi successi. Anche la stagione della rottura del legamento, alla luce di quelle vissute da protagonista, si rivela una sorta di parentesi, di sospensione temporanea di una grandezza in costante espansione. In campo era un colosso, Walter Samuel, e il termine non è per nulla casuale: dal latino colossēus aggettivo “colossale, gigantesco”. A vederla così, non fu casuale neanche la città con cui iniziò la carriera in Europa.

The Wall begins

Alto un metro ed ottantatré per ottantatré chili di peso, il Muro nasce a Firmat, città industriale del dipartimento di General López nella provincia di Santa Fè, in Argentina; distante poco più di cento chilometri da Rosario, città ben più fertile, calcisticamente parlando. Firmat no, invece. Sulla pagina di Wikipedia sono pochissime le informazioni disponibili, una di queste è, appunto, che si tratta della città natale di Walter Samuel.

La data di nascita riportata è 23 Marzo 1978, ma in realtà nasce ben due mesi prima, il 23 gennaio, ma per questioni burocratiche – o scaramantiche, vai a capire – la sua nascita viene registrata dopo. Samuel, però, continua a festeggiare a gennaio il suo compleanno; che sia per un’abitudine o per rigore morale, non è dato sapere. Né vale troppo la pena di interrogarsi, d’altronde in lui ha sempre prevalso una sorta di istinto atavico che gli ha sempre impedito di deviare il proprio percorso da un principio insito nel ruolo stesso del difensore, il principio fideistico.

Ci si deve fidare ciecamente dell’ultimo uomo, del difensore, di quello a cui chiedi di coprirti le spalle. Non è quindi tollerato il grigiore della piccola bugia, allo stesso modo in cui non viene concessa indulgenza all’attaccante. In special modo al fantasista, quello che complica la cosa per il gusto di farlo; la nemesi perfetta per un giocatore come Walter Samuel, nonché la vittima sacrificale prediletta dei suoi atti di sopraffazione, quelli con cui numerose volte il difensore argentino censurava una condotta avversaria, quando la trovava canzonatoria.

Case in point.

Più di una volta, Pelè ha descritto la perfetta difesa del pallone, sottolineando che bisogna sempre porre tutto il corpo tra l’avversario e la sfera, non lasciando mai uno spiraglio di possibilità di contatto; bisogna esasperarlo, rendergli la vita impossibile, portarlo a desiderare la palla come se fosse l’unica fonte di soddisfazione, in modo da tradurre, così, la privazione in disperazione.

In questo fondamentale, forse Samuel è stato davvero l’ultimo grandissimo fenomeno: riusciva portare a compimento intere azioni difensive senza neppure sfiorare il pallone, semplicemente disegnando una piccola diagonale che recidesse la corsa dell’avversario, portandolo a scontrarsi contro la sua schiena – in quel caso vero e proprio “muro del pianto” per la punta avversaria – e rendendo difficoltoso anche solo capire dove si trovasse il pallone che, lentamente, veniva fatto scorrere oltre la linea di fondo.

Questa tecnica di posizionamento difensivo è emblematica del difensore inteso in senso tradizionale, mentre l’attitudine odierna all’attacco comporta una ricerca continua della figura di un centrale con compiti d’impostazione, anche quando non si tratti di Krol o Beckenbauer; mentre il ruolo storico del difensore richiedeva – e richiederebbe, visto che non tutti sono il Barcellona – spesso una corsa verso la propria area di rigore, in modo da arrivare sul pallone prima dell’avversario, con la palla data in profondità o, peggio, con lancio lungo che complicava ulteriormente il compito di attenta osservazione. E ciò poiché, in questa delicatissima attività, il giocatore deve prestare attenzione in modo pressocché equivalente alla sfera e all’avversario; anche la minima distrazione ed il brevilineo di turno sguscia via.

Con Samuel, questo, non succedeva mai, qualsiasi strumento servisse. Colpo allo stinco o alla caviglia, sempre con grande fairplay? Benissimo; anche giocandosi il giallo quotidiano, che è requisito essenziale per ogni difensore che si rispetti. Pallone da spazzare in tribuna? Senza drammi Guardiolani – o guardioleschi.

samrooney

Un difensore come Samuel, inoltre, dà talmente fiducia ai suoi compagni che il rispetto che riceve in cambio è unico e commovente: nel 2010 l’Inter scendeva in campo per giocare la finale del Mondiale per Club, ma l’argentino restava fuori a causa di un infortunio. Alla fine l’Inter quella coppa la vince, e ad alzarla va capitan Zanetti, e in quell’occazione non indossa la sua maglia, ma quella con il numero 25. Il numero, appunto, di Walter Samuel. Basterebbe questo, solo questo, per dare un’idea della stima di cui godono l’uomo e il giocatore all’interno dei gruppi in cui si è ritrovato a costruire qualcosa. E quel qualcosa, sia chiaro, è sempre stato di misura monumentale.

Dall’Argentina per conquistare il mondo

Il padre biologico di Samuel decise di non riconoscerlo e abbandonò lui e la madre, che lo crebbe in solitudine per i primi quattro anni di vita. Ora noi non siamo nessuno per decidere che questo evento possa essere alla base di un profilo umano impenetrabile, ma è forse in quei momenti che va ricercato l’embrione della grandezza. Il giovanissimo Walter Luján ebbe la fortuna di imbattersi in quello che poi sarebbe diventato uno dei suoi idoli, prima ancora di essere il suo padre adottivo: Oscar Samuel, tifoso sfegatato del Boca Juniors; quel Boca in cui Samuel vincerà due campionati e una Libertadores, imponendosi come uno dei difensori sudamericani più forti. Vittorie cristallizzate, lì, quasi a voler ringraziare – di nuovo, dopo averne preso il cognome – quell’uomo che decise di fargli da padre, pur non essendone obbligato.

Ciò che è evidente sin da subito in campo sono i crismi del giocatore duro, spesso durissimo nei contrasti, con lo sguardo glaciale, di chi è destinato a diventare un uomo che non ama le telecamere, né il fatto di essere trattato come una rockstar.

Queste sfumature caratteriali non collidono affatto con la severità mostrata in campo, anzi ne esaltano il comportamento lineare ed efficace. Come lineare ed efficace era ogni suo anticipo.

Eppure “El Muro” non nasce prima dei Newell’s Old Boys. In precedenza, come l’istinto fanciullesco impone, Samuel preferiva segnare. Attenzione, non semplicemente giocare in attacco, ma segnare (vizio che non perderà mai del tutto).

Anche in questa voglia di incidere nel modo più celere ed efficace possibile – buttarla dentro, non fare volume di gioco –  in un ruolo che non diventerà mai il suo si leggono i segni evidenti di un giocatore che ha sempre concepito il calcio come manifestazione sacra – in senso pasoliniano, ovviamente –, dove ogni elemento dev’essere collocato in modo pertinente. Dove ogni pausa deve essere spesa in modo vantaggioso, quasi come se fosse una riflessione. Niente fronzoli o manierismi di sorta, solo la scelta della strada più semplice per raggiungere uno specifico obiettivo.

Questa sua voglia di fare le cose per bene, coerenti con il ruolo prescelto, viene fuori già dagli anni giocati con i Leprosos, con cui esordisce nel 1996 – letteralmente i “lebbrosi” –, soprannome guadagnato dal Newell’s, in realtà, a causa di un gesto nobile: accettarono di giocare una partita di beneficenza per un ospedale che curava i malati di lebbra, mentre i cugini del Rosario Central si rifiutarono, condannando i giocatori al soprannome di Canallas (Canaglie).

Nella stagione 1996/97 colleziona 35 presenze e non segna mai. Come se il goal, da quel momento, fosse diventato un vezzo non più necessario. Da celebrare e riportare in auge solo in momenti delicati e fondamentali: come quel derby Inter-Milan vinto 1 a 0, e deciso, per l’appunto, da una sua rete – partite col Milan, che, con lui in squadra, hanno visto dieci vittorie consecutive, su undici, per i nerazzurri. O come quel gol contro il Siena, con esultanza stratosferica ed abbraccio collettivo a seguire, che faceva da preludio allo scudetto.

wsboca

Dopo un biennio al Newell’s, si trasferisce a settembre del ’97 al Boca Juniors – squadra dagli echi decisamente più internazionali e trampolino di lancio per quello che, si vocifera, sarà il difensore sudamericano più forte in circolazione. Anche qui Wally non va a segno, ma le presenze sono pochine: solo dodici nel primo anno. Le due stagioni successive con il Boca le gioca invece da assoluto protagonista e segna due reti sia il secondo che il terzo (e ultimo) anno con i Xeneizes; da quel momento saranno solo due le stagioni in tutta la carriera in cui Samuel non porterà a casa nemmeno una rete – e una delle due è quella del gravissimo infortunio.

Quelle tre stagioni al Boca lo rendono un giocatore affidabile, soprattutto agli occhi di un calcio europeo perennemente oscillante tra l’attrazione per gli oggetti pregiati provenienti dal Sud America e il terrore di vedersi rifilato un “pacco”. Samuel è pronto al salto: questo è confermato dal ciclo estremamente vincente – dopo anni di magra – che i Genovesi portano a casa. Con Bianchi come allenatore e Martin Palermo (che farà il record di 20 gol in 19 partite in un torneo corto) nel ruolo di centravanti, nel primo anno di Samuel viene registrato il record di zero sconfitte nel Torneo di Apertura e quello di quaranta gare consecutive senza perdere nemmeno una partita.

Ma soprattutto viene conquistata la prima “Triple Corona” – campioni d’Argentina, del Sud America e del mondo – della storia del club gialloblu. Ed è di ritorno dalla finale di Coppa Intercontinentale vinta in Giappone, che il Boca, conquista anche il Torneo di Apertura, concludendo così un ciclo assolutamente glorioso. E gli operai della gloria non passano mai di lì per caso, ma figurano sempre come perpetui protagonisti.

Roma città protetta

A quel punto, la bravura del d.s. di turno sta nel battere la concorrenza prima degli altri, anche superando quel timore di “bidone, strapagato, sudamericano” che aleggia nei club europei – un nuovo “spettro che si aggira per il vecchio continente”. La Roma ci vede lungo e lo paga neppure pochino: 34 miliardi di lire. Che erano tanti, anche se ci siamo disabituati a ragionare in termini di lire.

In un certo senso, anche per The Wall si trattò di una scommessa. Vinta, stravinta. Quei 34 miliardi sono stati benedetti – e lo scudetto vinto nel primo anno alla Roma ne è la prova – come provvidenziali sono stati quei 16 milioni di euro spesi dall’Inter ad agosto 2005 per riportarlo in Italia. Anche qui, guardando ex post, 16 milioni ci sembrano una cifra ridicola per un giocatore del genere. Non tutti, però, riescono ad andare di giudizio prognostico. Ma se ci riesci, infine, ti ritrovi uno come Samuel a difendere la porta.

Il primo anno alla Roma, seppur con il lieto fine, non aveva presupposti semplici. Da un lato c’era sì,la fresca quotazione in borsa – che vuol dire tanto, soprattutto per il ruolo che si va ad assumere nel campionato di riferimento – ma c’era anche una notevole ansia da prestazione per le aspettative gigantesche. Soprattutto perché i cugini laziali, l’anno prima, hanno vinto lo scudetto con Eriksson in panchina e un gruppo che a guardarlo ora fa ancora impressione: Nesta, Boksic, Salas, Veron, Nedved, Stankovic, Mihajlovic, Simeone. Come numero dieci, quella Lazio, aveva un certo Roberto Mancini, che giocherà anche la sua ultima gara il giorno in cui i biancocelesti vinceranno lo scudetto.

La Roma premedita il disegno vincente, perché lo scudetto manca dalla stagione 1982/83. Troppo tempo, un ciclo interminabile per la squadra che porta il nome della capitale italiana. E quindi arrivano Batistuta ed Emerson. Poi c’è in casa un giovane che agli Europei di quell’estate ha fatto il salto da promessa a fenomeno del calcio continentale e si chiama Francesco Totti. Il disegno sembra completo, ma per costruire un edificio serve un muro, quello portante che si erge dalle fondamenta e che ti assicura la solidità complessiva. E non c’è migliore cinta, migliore costruzione di chi porta quel “Wall” nel suo stesso nome.

samuel2

Wally, Samuel, Walter Samuel, “The Wall” si assume quella responsabilità, conscio di avere le spalle abbastanza larghe. La stagione, almeno per quanto riguarda lo scudetto, non crea grandi problemi; a inquietare semmai fu la prematura uscita dalla Coppa Italia e l’eliminazione dalla Coppa Uefa contro il Liverpool, gonfia di polemiche. In Italia la squadra di Capello gestisce senza ansie la distanza con la Juventus, sino allo scontro diretto nel girone di ritorno con il 2-2 che spegne le già flebili speranze dei torinesi. La Roma arriva all’ultima gara dell’Olimpico contro un Parma già saturo di soddisfazioni – l’Europa conquistata – e vince lo scudetto con un 3-1 netto, mentre la tifoseria solennizza, celebra il rito sacro.

Samuel gioca 31 gare e segna un gol contro il Lecce il 18 febbraio alla 19° giornata. Una di quelle reti che pesano tre punti nelle brevi contingenze, ma molto di più sulla lunga distanza, che nel campionato italiano vuol dire il rischio continuo di una crisi di nervi, crisi che iniziano proprio da innocue partite che non si riescono a sbloccare e finiscono per inibire le grandiose ambizioni di una squadra. Quelle classiche partite bloccate, dove si percepisce un odore vagamente simile alle mandorle. Quel maledetto acido cianidrico.

Nel secondo tempo, però, una punizione battuta fuori dall’area di rigore raggruppa quasi tutti i venti giocatori in una stessa zona. Quasi tutti. Perché Samuel, invece, si stacca dal gruppo, si butta sul lato opposto, aveva notato che il lancio fosse più lungo del previsto. Ma lui è comunque in corsa, sa che non può impattare con la palla in modo dritto e preciso – come poi farà spesso, nel corso della sua carriera da difensore che segna goal pesantissimi. Deve lanciarsi.

E Wally si tuffa, con il rischio di spaccarsi il cranio contro i cartelloni, per giunta. Non indugia più di un secondo steso per terra. È il suo primo goal in serie A, in Europa, c’è da festeggiare. Anche in modo scomposto, non piacevole esteticamente parlando. Capello guarda in direzione del difensore argentino, dei compagni che gli saltano sulle spalle, e fa un unico gesto: un indice puntato. Quasi a volergli comunicare una verità incontrovertibile, che sì, quando ci sono problemi sono quelli come Samuel a doverli risolvere, in un modo o nell’altro.

wsroma2

Destinazione Madrid

E quelli come Samuel, solitamente, non pensano solo a come risolverti un problema dentro il rettangolo verde, ma s’impegnano anche a compattare l’ambiente; sono i gruppi e non i singoli che vanno a vincere le competizioni. The Wall lo sa, come sa bene che dopo tre stagioni bellissime su quattro la squadra che lo ha reso pedina inamovibile della sua nazionale e che gli ha permesso di essere tra i più forti e incisivi difensori del mondo non se la passa benissimo.

Dopo il primo scudetto, infatti, la Roma non vince altro; esprime forse il miglior calcio in Italia ed è apprezzata in Europa, ma comincia a sorgere qualche problema economico. Cosi, nell’estate del 2004, viene ceduto al Real Madrid per 25 milioni di euro –  nel frattempo sono scomparse le lire, e con loro quel pochissimo romanticismo del calciomercato. È ovvio, si tratta del club più famoso al mondo: sarebbe ingiusto dire che la scelta fosse solo nell’interesse della squadra che per tre anni aveva amato – non ci sono vesti da strappare, insomma. Ma sarebbe altrettanto ingiusto sottrarre meriti a un giocatore che ha rispettato, prima di ogni altra cosa, la maglia che ha vestito come una seconda pelle.

Nonostante tutto, Wally gioca quasi tutte le partite della Primera Division Spagnola e segna anche due reti con i Galacticos. Non è chiaro se la sua avventura duri solo un anno per incompatibilità con l’ambiente, scelte tecniche o per semplici circostanze avverse. Si trattava comunque di un momento complesso per i Blancos, che si ritrovavano ad avere ancora una squadra praticamente di soli fenomeni, quantomeno sulla carta: Zidane, Raul, Roberto Carlos, Figo, Ronaldo, Morientes, Casillas, Beckham, Salgado, Owen.

Purtroppo molti di loro si crogiolano nei pochi stimoli. Dopo il Mondiale ed il secondo Pallone d’Oro, Ronaldo sembrava incapace di ritrovare una forma fisica accettabile; Figo era quasi a fine carriera, come Roberto Carlos. Zidane, comunque non giovanissimo, aveva probabilmente in testa solo il Mondiale del 2006 – dove in effetti ha trascinato una Francia piuttosto modesta, almeno in quanto a gioco, fino alla finale. Il resto lo conosciamo.

samuelreal

Questa fase di passaggio è quasi esplicitamente dichiarata dall’acquisto di un giocatore come Gravesen, uno che non potrebbe essere più lontano dall’idea del calcio che il Real Madrid dovrebbe esprimere (e aveva in effetti espresso fino a qualche anno prima), vincendo una Champions con il gol-capolavoro di Zidane. Quella confusa campagna acquisti, però, portò lo stesso Samuel nella capitale spagnola. E il Real, a dirla tutta, non perse la Liga in malo modo.

Il Barcellona vinse con un distacco di soli quattro punti. Il problema è che la qualità del gioco fu così mediocre, con un’assenza di continuità e dei cali di tensione anche reiterati all’interno della stessa partita, che il ricordo di quell’annata viene vissuto con angoscia dal tifoso madrileno. E, come ovvio, a uno come Samuel puoi chiedere tutto, ma non di creare il bel gioco. Se non altro, dopo una stagione da dimenticare, tra tutti quelli che avrebbero dovuto fare le valigie è paradossale che si sia pensato a Samuel come uno di quelli che non servissero; se pensiamo agli ultimi dieci anni, bisogna arrivare a Sergio Ramos per avere un difensore centrale (e non era neppure il suo ruolo originario) che dia delle garanzie con una certa continuità.

Nel corso degli anni si sono susseguiti una serie di giocatori – anche Cannavaro, per dire – che non sono mai riusciti ad imporsi come legittimi proprietari della difesa dei Blancos; cosa che, uno come El Muro, ha fatto prima a Roma e in modo ancora più definitivo all’Inter – dimostrando che, senza scelte azzardate come quella di venderlo (per una cifra piuttosto ridicola, a conti fatti), fidandosi di lui – ritorna sempre, la fiducia – probabilmente ci sarebbero stati i presupposti per creare una linea difensiva adatta ad aprire un nuovo e repentino ciclo vincente.

E questo non tanto – o non solo – per il giocatore in sé, o per le sue capacità individuali, quanto perché possiamo notare come puntualmente il suo compagno di reparto abbia fatto stagioni eccellenti. E noi alle casualità non crediamo granché. Cordoba, Materazzi, Chivu, Lucio – con cui ha costruito la muraglia che ha permesso di portare a casa la coppa dalle grandi orecchie – sono solo alcuni dei “fortunati”. Certo, si tratta di buoni giocatori – in alcuni casi ottimi -, ma se per quindici anni ti ritrovi a giocare in difese che vincono, non c’è combinazione fortunata che tenga. E tutti, dal primo all’ultimo, hanno beneficiato della potenza, dell’esperienza, del rigore tattico, della personalità di Samuel.

Inter per sempre

“Dio benedica quei 16 milioni”, avrà sicuramente detto qualche tifoso interista, e se non è così lo diciamo noi per loro. I nove anni di Wally all’Inter sono disseminati di vittorie e gioie. Cinque Scudetti, tre Coppe Italia, quattro Supercoppe Italiane, una Champions League e un Mondiale per club. Ma soprattutto legami con altri uomini di spessore umano e calcistico; in un decennio sono passati fenomeni e giocatori unici, e lui è rimasto lì ad accoglierli e salutarli.

Poi ci sono stati i numerosi argentini: “Pupi” Zanetti, Cambiasso, Milito – “che per me è un fenomeno”, a detta dello stesso Samuel. E se lo dice lui, chi osa contraddirlo? Ci sono anche dolori, come l’infortunio. Ma è la solita storia: “Sai perché cadiamo, Bruce?”. Che vuoi che sia, per uno come El Muro. Ritorna e si riprende la sua difesa, ricostruisce in fretta il muro e lo fa più resistente di prima.

Nel 2010 sono 100 presenze in serie A. Ma il 2010 è soprattutto maggio. Il 5 maggio, contro la sua ex squadra, vince la Coppa Italia. Il 16 maggio, celebra la vittoria del 5° scudetto consecutivo con l’Inter. Il 22 maggio vince la Champions League, in quel Santiago Bernabeu che avrebbe dovuto avere solo maggiore pazienza.

wsamsie

Samuel non è uno che tira mai la gamba, non scappa mai dal contrasto. Se sei così, può capitare di farsi male, ancora. Pochi mesi dopo la conquista del triplete – quattro coppe, se ci mettiamo anche la Supercoppa vinta contro la Roma – si lesiona il legamento crociato anteriore e passa l’intera stagione fuori, rientrando a maggio 2011. Ma The Wall ha ancora diverse cose da fare, come le 500 da professionista in un club – solo con l’Inter saranno 236, alla fine.

E non ci dimentichiamo che, quando c’è più bisogno, Samuel si ricorda ancora di quella passione per il gol che aveva da bambino. Sono 17 le reti che caratterizzano la sua carriera con i nerazzurri; alcune di queste sono dei veri e propri macigni. Magari non in una finale di Champions, non in quelle partite che imbrattano le prime pagine dei giornali di mezzo mondo, ma in quelle giornate in cui serve davvero uno che salti mezzo metro più degli altri – senza rincorsa – e la spedisca di capoccia in fondo alla rete.

Delle 25 reti in serie A, solo sei sono segnate con i piedi. Di testa segnerà anche il 7 ottobre 2012, in quell’1-0 con cui l’Inter vince il decimo derby consecutivo. Prima che Samuel arrivasse e si prendesse la difesa nerazzurra, c’erano state cinque sconfitte ed un pareggio. Per dire.

A uno del genere, pur 35enne, come non puoi rinnovare il contratto anche per un’altra sola stagione? Non pago, in quell’ultima annata italiana, finita il 30 giugno 2014, Samuel si porta a casa due reti in 14 partite. Ma non lascia passare nemmeno un mese per i saluti e il 23 luglio firma con il Basilea; la tensione attrattiva dei campi di gioco non la metti da parte in modo improvviso, hai bisogno di un intervallo di metabolizzazione, di un tempo per lasciar respirare la mente e farle comprendere che il fisico non è più quello di prima.

Magari non lo era già da qualche tempo, ma ad esser sinceri, 12 presenze e una rete per un difensore che va verso i 40 non sono poche. Anche in un campionato meno competitivo come quello svizzero, Samuel assume sempre più i tratti del saggio, del vecchio maestro Jedi; i capelli bianchi si fanno evidenti, cercando di disegnare un principio di grigio, ostacolati dalla scelta di un taglio quasi a zero.

Alla fine della stagione i dirigenti del Basilea sono ben felici di rinnovare il contratto a Wally. Ma la grandezza dell’uomo sta nel non tergiversare, nel non fingere. E uno che ha sempre lottato su ogni pallone, che ha sempre prestato la propria spalla per arginare gli avversari, porta diverse cicatrici. Il 16 ottobre 2015 annuncia il suo ritiro al termine della stagione – in cui gioca comunque 17 volte e segna anche una rete. La sua ultima partita non gli dà gioie, perché il Basilea perde 1-0.

Ma la felicità momentanea non basa a El Muro. Sono le esultanze prolungate nel tempo, la goduria ripetuta, che rendono un grande giocatore inevitabilmente indimenticabile. Non sarà una piccola sconfitta per 1 a 0, come diverse ne ha dovute sopportare, che abbatterà un muro cementato nel corso di vent’anni.

29.05.2015 Basel St Jakob Park , SCHWEIZ , Saison 2014/2015 Herren Fussball Super League FC Basel - FC St Gallen Walter Samuel (FC Basel) PUBLICATIONxNOTxINxSUI 29 05 2015 Basel St Jakob Park Switzerland Season 2014 2015 men Football Super League FC Basel FC St Gallen Walter Samuel FC Basel PUBLICATIONxNOTxINxSUI

Eredità

Delle vittorie, delle gioie, dei dolori, delle attese, passioni e rimpianti rimane il ricordo. Quello del primo tifoso romanista e dell’ultimo tifoso interista – che ha la fortuna di riabbracciarlo in squadra; perché quelli come lui è bene averli sempre, qualsiasi ruolo gli si debba cucire addosso. E poco importa se – per colpe non sue – si è trovato in alcune delle nazionali argentine più forti e allo stesso tempo perdenti della storia. Perché quelli come Samuel creano legami e cittadinanza oltre il sangue e la terra. El Muro, pronto a dar la vita, pur di non subire gol.

Se il fisico ti abbandona non si fanno drammi: si piega la maglietta, il pantaloncino e i calzettoni. Si prendono gli scarpini e si ripongono nell’armadietto L’importante è non stare troppo lontani dal manto verde, anche se il muro devi costruirlo a colpi di urla ed incitamento; ci sarà sempre qualcuno che vuole ascoltare dalla prima all’ultima sillaba quello che gli dice uno come Samuel; o anche solo ricevere un suo sguardo, di quelli che pietrificano. Di quelli che oggi mancano a chiunque l’abbia visto in campo, erigersi a difesa della propria area come un Muro.

Articolo a cura di Francesco Marangolo

Crampi Sportivi

Lo sport raccontato dal divano, Zinedine Zidane e Dennis Rodman a cena dal professor Heidegger.

Latest posts by Crampi Sportivi (see all)

Crampi Sportivi

Lo sport raccontato dal divano, Zinedine Zidane e Dennis Rodman a cena dal professor Heidegger.