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Pallone, Serie A

La guerra etnica

di Simone Nebbia

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Quando giunge la discordia tra i popoli il segno grafico che meglio le dà carattere è la linea secante, che sia il tracciato sicuro di un solco sulla terra, che sia la vertigine di un fiume dondolante verso mare aperto. Di qua. Di là. Dall’acqua, dall’aria, da ogni pensiero e fede nasca e si moltiplichi sotto quello stesso cielo. E Roma non è da meno, definendo la linea di confine tra Roma e Lazio ben oltre la vicenda d’origine che divise Romolo da Remo.
Eppure, qualche tempo fa, di fronte al sopruso dell’ordine pubblico sul diritto pubblico, ossia la famigerata divisione delle curve da parte della Questura come unico caso in uno stadio d’Italia, sembrava ci fosse spazio per un dialogo oltre la rivalità. Uniti contro un sistema schiacciante, uno slogan praticabile. Almeno finché, dopo un anno e mezzo di sciopero comune, in questo derby d’andata della stagione 2016-17 non accada di avere uno stadio pieno e biancoceleste, mentre i “colleghi” giallorossi decidono di restare fuori dallo stadio. E allora il discorso cambia.

«Il derby per i tifosi non è una ‘battaglia’, ma una ‘guerra etnica’»
Questo il punto numero 5 enunciato a Formello da parte dei 4000 presenti in un allenamento pre derby. Così ci ho pensato su: la rivalità, la discordia… la guerra etnica, etnia cioè stando alla Treccani «raggruppamento umano (dal greco ἔθνος «razza, popolo») distinto da altri sulla base di criteri razziali, linguistici e culturali», mmm… si profilava il momento di riabbracciare le armi per tanto tempo rimaste sopite, i cannoni ammutoliti dalla ruggine, scavare sempre nuove trincee perché una guerra va combattuta fino alla fine.
Ma cominciamo dall’inizio. Io un derby con mio padre, laziale di quelli che hanno fatto tutti gli anni di Serie B per intenderci, non lo vedevo da quando ero ragazzino e rischiai di mandarlo all’ospedale perché la guerra etnica, quella seria, si comincia in famiglia (oh non l’ho fatto apposta non cominciamo). Di fronte a una nuova chiamata alle armi non potevamo esimerci dal prendere di nuovo posto sul fronte più scoperto che si possa: casa nostra.

lazio curva

Per rispetto della recente tradizione, posizionato lui sul Divano Nord e io sul Divano Sud, nel mezzo abbiamo messo le barriere come un piccolo presepe da stadio: cuscini, con un rinforzo di Topolino e Minnie di pezza (residuo di una nipote in trasferta precauzionale) e un peluche di dalmata che cambia 101 nomi diversi a seconda dei giorni. Lui poggia gli occhiali sul tavolino di fianco, io sono nervoso, mi alzo, faccio due passi, torno indietro. I capelli di Szczęsny sono pettinati come in un collaudo dell’Audi, Simone Inzaghi ha invece scelto un look alla Renato Zero. Tutto come previsto, si parte.
Lazio più aggressiva in avvio, Roma costretta a vari ripensamenti di posizione in virtù di un modulo con difesa a tre ancora non perfettamente registrato; è allora che mia madre esce perché non vuole testimoniare, va al supermercato, dice, le manca sempre qualcosa all’ultimo momento. In realtà sta fuggendo.

Provo a dire qualcosa d’approccio, lui risponde cordiale. Dagli occhi allucinati di Topolino capisco che il dialogo non sta in piedi, c’è da soffrire, sarà lunga. La Roma riprende spazio, sulla fascia destra Bruno Peres si riprende con discreta calma dopo uno scontro con Lulic e decide di dimenticarselo alle spalle mentre cerca di entrare in area di rigore, steso da Biglia mentre cerca di entrare. Banti indica nell’ordine: niente, punizione dal limite, rigore e ancora punizione. E siamo tipo in un film di Kim Ki-duk. Lui dice che era fuori, io che era dentro. Topolino indica a entrambi gli occhiali sul tavolo. Poi forse non era nemmeno fallo, vabbè, lasciamo stare ché poi litighiamo.

Arriva il minuto 19, mia madre è al supermercato, sentirà un colpo secco e un boato, penserà al terremoto, a un attentato, poi “tacciloro” si accorge solo che era un gol, quello di Strootman con la partecipazione straordinaria di Wallace, quello in cui Strootman comunica cortesemente a Edin Dzeko di avere lui l’intenzione di raccogliere quel pallone e depositarlo in rete.


Scusa n’attimo…

Ma questo mia madre ce lo racconterà soltanto dopo, quando sarà tornata a casa e avrà detto – lei laziale ma tutto sommato fiera sostenitrice delle battaglie sindacali e di pari opportunità – che il nutrito numero di tifosi della squadra biancoceleste presente nel luogo ove si svolgeva l’agone non potrà certo lamentare l’entità di siffatto evento come imprevista calamità…
Mio padre ha cambiato di posto, lui non fosse stato per me il derby manco l’avrebbe visto, non lo regge, dice, l’ultima volta che è stato a vederlo all’Olimpico aveva segnato Gascoigne, per dire, uno di quei pareggi 1-1 che sembravano fatti in serie. Si è messo al pc per fare delle cose, ha iniziato a vederla distratto, nel frattempo la Roma legittima il vantaggio, Emerson Palmieri e Peres a tutta fascia, con le spalle coperte da Rudiger e un Fazio in grandissima forma, hanno non solo inibito Felipe Anderson e Keita ma si sono mostrati – a grande sorpresa più il primo del secondo – lucidi e continui in fase offensiva; Perotti e De Rossi amministrano con intelligenza, Nainggolan invece si prende la libertà di fare suo più di un pallone con qualche curioso atteggiamento finito sulla panca di un esorcista a fine gara,

L’indemoniato, in quella che gli storici di guerre etniche hanno definito la “Linea Cafu”

va a fare un gol furbo per uno 0-2 che chiude il match e lascia la Lazio a recriminare per non aver avuto il coraggio di imporsi in quella prima mezz’ora in cui aveva fatto gioco; ad esclusione del dinamismo di un Immobile molto presente ma spesso solo, capace di far fruttare spazi di profondità, del solito apporto di quantità di Parolo e di qualche breve inserimento più energico di Mikinkovic Savic, è parsa una squadra nervosa e bloccata sul punto di crescere e convalidare l’alta posizione di classifica.


Il concetto di “guerra etnica” secondo Lulic

Di lì a poco la guerra etnica è finita, Minnie e Topolino inerti sul campo di battaglia, le barriere ancora lì a dividere una volta ancora vincitori e vinti. Vola nel cielo l’aquila della canzone, orgogliosa non si posa mentre uno stadio biancoceleste fa spazio a una schiera che esce di trincea e va verso i reduci di un popolo migrato. C’è Florenzi infortunato col cappello di lana rosa, il gigante Fazio se lo carica sulle spalle e lo porta sotto la Sud, lo porta “a cavacecio”, che è come mi portava mio padre da ragazzino quando mi ero stancato, che è come Enea portava il padre Anchise, a parti invertite, quando è fuggito da una guerra per andare lontano. Arriveranno dopo un viaggio lungo, si fermeranno finalmente e così fonderanno, sulle coste laziali, la città di Roma.

Simone Nebbia

Simone Nebbia

Simone Nebbia è nato il 4 luglio, tre anni e un giorno prima dell'ingresso di Maradona al San Paolo. Ha tuttavia affrontato la propria formazione convinto dell'esistenza di una connessione tra un battito d'ali di una farfalla in Giappone e un rigore sbagliato da Martin Palermo alla Bombonera di Buenos Aires. Negli anni dell'infanzia esistevano l'ala sinistra (di cui si vanta di essere uno degli ultimi esemplari) e il passaggio al portiere, al Giro d'Italia Fignon si metteva la Gazzetta sotto la maglia, il "serve and volley" di Edberg stava al tennis come la DeLorean agli sterrati. È tra i pochi a conoscere la verità sullo scandalo Lipopill del 1990, ma se ne vanta con parsimonia. Inizia a scrivere, la cosa gli prende un po' la mano. Si assegna tre scudetti, due Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e il Pallone d'Oro 1998. Racconta di quando col sinistro su calcio di punizione, in trasferta a Goteborg sotto la neve, ha dato al pallone arancione un effetto tale che l'aurora boreale arrivò con sei mesi d'anticipo. Nessuno ha mai osato contraddirlo.

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Simone Nebbia

Simone Nebbia è nato il 4 luglio, tre anni e un giorno prima dell'ingresso di Maradona al San Paolo. Ha tuttavia affrontato la propria formazione convinto dell'esistenza di una connessione tra un battito d'ali di una farfalla in Giappone e un rigore sbagliato da Martin Palermo alla Bombonera di Buenos Aires. Negli anni dell'infanzia esistevano l'ala sinistra (di cui si vanta di essere uno degli ultimi esemplari) e il passaggio al portiere, al Giro d'Italia Fignon si metteva la Gazzetta sotto la maglia, il "serve and volley" di Edberg stava al tennis come la DeLorean agli sterrati. È tra i pochi a conoscere la verità sullo scandalo Lipopill del 1990, ma se ne vanta con parsimonia. Inizia a scrivere, la cosa gli prende un po' la mano. Si assegna tre scudetti, due Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e il Pallone d'Oro 1998. Racconta di quando col sinistro su calcio di punizione, in trasferta a Goteborg sotto la neve, ha dato al pallone arancione un effetto tale che l'aurora boreale arrivò con sei mesi d'anticipo. Nessuno ha mai osato contraddirlo.