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Pallone, Ricorrenze

Vincere non è che un dettaglio

di Crampi Sportivi

Copertina

Sembrava fosse uno scherzo, una messa in scena. Un manipolo di generali, supportati dai loro sottoposti, decise che la democrazia era una zavorra per il Paese. O almeno che lo fosse per loro. All’imbrunire del 31 marzo del 1964, le strade sono avvelenate dall’odio autoritario e il profumo del mare si confonde con l’olezzo acre della polvere da sparo. Fa caldissimo in Brasile ma l’umidità stavolta non c’entra.

Quando sorge l’alba del primo aprile ’64, la capitale è in mano ai generali, i palazzi del potere sono stati occupati, la democrazia sembra già un ricordo passato. Pesce d’aprile, eppure niente da ridere. Quella che era un’idea ferma tra il vociare fitto della gente, mutava velocemente in incontestabile verità. Niente samba e gioia, niente libertà né pensiero. La storia di un uomo che ha conquistato un posto tra le leggende comincia così, con un disastro. Il Brasile è sotto dittatura militare, l’egemonia dei generali s’insinua in ogni sfaccettatura della società civile brasiliana fino a scolorirla, debilitarla. Il tempo si dilata sotto l’ombra dei carri armati e dei fucili, grigio metallizzati.

Dieci anni dopo siamo alle porte dei Mondiali del 74, si giocano nella Germania dell’Ovest. Il Brasile si è aggiudicato quattro anni prima la vecchia coppa Rimet – l’ultima coppa del mondo col nome del suo fondatore – e la Germania è attraversata da un muro di mattoni rosso sangue.

Emilio Garrastadu Medici, oltre che leader della dittatura militare dal ’69 al ’74, era un gran tifoso dell’Atletico Mineiro. Più precisamente andava pazzo per Dario Dadà Maravilha. Quando il CT della Seleçao, João Saldanha, comunista cocciutissimo, diramò la lista dei convocati per il Mondiale in Germania dell’Ovest, si accorse che il nome di Dadà non era scritto da nessuna parte. Nemmeno nelle note, a piè di pagina. Disse a chiare lettere che pretendeva di veder giocare il suo beniamino nella formazione titolare, senza se e senza ma. Saldanha gli consigliò di occuparsi con maggior attenzione della composizione dei ministeri che alla Seleçao ci avrebbe pensato lui. Fu esonerato e sostituito in un tempo infinitamente breve. L’ammutinamento di João Saldanha, nel 1974, rappresenta la caduta dell’ultima resistenza brasiliana alla dittatura: il calcio.

Nel Sudamerica è il pallone, forse più che in altri luoghi, a tracciare la via più diretta al riscatto, anche quando sembra inverosimile. Nel 1977 a Porto Alegre la comunità gay forma una torcida a sostegno del Gremio. I ragazzi del Coligay – questo il nome della torcida – portano, in quegli anni, in giro per i campi su cui giocano i nero-bianco-azzurri, slogan che inneggiano alla libertà, all’uguaglianza, alla democrazia. La repressione del regime li stronca dopo qualche mese, come una tempesta tropicale che si abbatte quasi all’improvviso sulla costa brasiliana.

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Con un ultimo salto in avanti siamo nel 1982 e il sole sorge su San Paolo, dove un gruppo di ragazzi con storie diverse si ritrova a condividere lo stesso seguito, lo stesso spogliatoio, quello del Corinthians. L’anno precedente per O Timão era stato disastroso, così quello spogliatoio decide di rivoluzionare tutto l’ambiente, cambiando metodi, mentalità, intenzioni e direzioni.

Adilson, un sociologo di sinistra, viene chiamato ad allenare: il problema è che non sa praticamente nulla di calcio, se non che è il mezzo, la strada per il riscatto. Il vero cambiamento si manifesta poco dopo, non tanto nel come vengono fatte le cose, ma nel perché devono essere fatte. Tra quei ragazzi che si trovano a condividere lo stesso seguito, la stessa strada verso il riscatto, ne spicca uno: O Magrao, alto e forse troppo snello per fare il calciatore. Lo chiamano anche O Medico perché ha studiato medicina e letto più libri di tutti gli altri, presidente e dirigenti compresi. Ha il nome di un filosofo dell’antica Grecia e l’immaginazione ad effetto, come i palloni che calcia dal limite dell’area grande. Su quel ragazzo cominciano a girare strane voci, dicono che parli al presidente come se fosse un magazziniere e ai suoi compagni come se fossero direttori sportivi.

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Qualcuno lo dipinge come un oratore, uno che dà forma alle idee con le parole giuste, per sfiorare le coscienze dei presenti, scavando nel pantano della loro paura, della loro confusione, della loro tolleranza. Le voci corrono veloci da San Paolo a Rio, da Brasilia a Manus, da Belo Horizonte a Boa Vista. Le immagini prendono vita nelle storie che mutano di bocca in bocca, fino a sfiorare la fantasia, alimentando i cuori spenti di un Brasile ancora in bianco e nero.

Il ragazzo, assieme ai suoi compagni, sceglie di eliminare il singolo, la voce predominante, a favore del collettivo. L’incontenibile voglia di libertà che riaffiora dalle viscere delle comunità dalle quali provengono i ragazzi del Corinthians si manifesta in quella che tutti cominciano a chiamare Democrazia Corinthiana. Formazione, titolari, panchinari, modulo, divisa, stipendio, orari degli allenamenti, metodo di viaggio per le trasferte, domicili privati, piani societari: tutto viene deciso con assemblee alle quali partecipano tutti e nelle quali ognuno vale esattamente quanto l’altro. Il collettivo corinthiano decide che la strada migliore per uno sponsor è diventare esso stesso sponsor. Più precisamente, sulle maglie appaiono slogan con cui si chiedono a gran voce elezioni democratiche, con cui si protesta duramente la dittatura militare, con i quali si incita il brasile a liberarsi dalla mano che gli stringe il collo da troppo tempo. Qualcuno disse, in un assemblea, avanti a tutti i presenti: «Bene, qui è tutto una merda. Proviamo a fare di questo limone una limonata». Una limonata coi fiocchi. Il ragazzo, O Medico, ci aveva visto giusto, la Democrazia Corinthiana funziona. La totale libertà di scelta e l’uguaglianza assoluta tra gli elementi della squadra spezzano le catene del pudore favorendo l’inventiva, abbellita dalla forza del collettivo.

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I ragazzi del Corinthians, infatti,vincono e si divertono, senza ambire alla vittoria intesa come superamento dell’avversario di turno. La vittoria sta nel divertimento, nel fare quello che ognuno è bravo a fare. Il ragazzo, allora, comincia a dipingere calcio senza alcun freno inibitore. Passaggi di tacco, dribbling in zone calde del campo, giocate a mezz’aria non vengono visti come il repertorio di un giocoliere sfrontato, ma come espressione della libertà di gioco, nata dalla democrazia del collettivo e cresciuta sui sorrisi della gente che riempie l’Estádio Municipal Paulo Machado de Carvalho, meglio conosciuto come Pacaembu. Il ragazzo segna.gol bellissimi.

Il suo nome comincia a circolare anche in Europa, soprattutto in Italia. Il Corinthians vince il campionato, contro ogni previsione. Vince anche l’anno dopo, nell’83. O Magrao conquistan il premio di miglior calciatore brasiliano dell’anno”. Segnerà, in tutto, 172 goal in 297 partite con la maglia del Timão. Forse perché parte di un processo già inconscio e maturo, forse perché attiva promotrice, quell’idea di democrazia nata dal collettivo – e resa rigogliosa dalle parole e dai gol del ragazzo col nome di un filosofo – contribuisce a risvegliare l’anima sopita del Brasile che qualche anno dopo, nell’85, torna alle elezioni, sancendo la fine della dittatura dei generali.

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Quando tre anni dopo il ragazzo vola a Firenze, per giocare in maglia viola, il calcio è già sulla via del risultato, il quale solo a intermittenza collima con il divertimento. In poco tempo l’Italia si mostra incompatibile con la bellezza della sua idea di libertà e infastidita dagli interessi per il movimento operaio che O Medico osserva e studia quando non si allena. Torna in Brasile l’anno dopo, con molti libri e qualche gol da raccontare. In patria si aggrega al Flamengo per un anno, poi al Santos l’anno successivo. È il suo ultimo viaggio, come calciatore, in cui rincorre il suo sogno che si è già avverato. e perciò come uno spirito alla ricerca di un porto accogliente, il ragazzo cresce, lascia gli scarpini e ritorna alla professione di medico, ripercorrendo la sua vita a ritroso, fino al punto di partenza. Dirà di essere felice, di aver vissuto una vita felice senza rimpianti. Come a voler fissare il suo punto finale in corrispondenza del suo apice, dirà che «sarebbe bello morire nel giorno in cui il Corinthians vince il campionato».

Il 4 dicembre del 2011, il Timão pareggia 0 a 0 col Palmeiras al Pacaembu, vincendo il titolo che gli mancava da 6 anni, poche ore dopo l’ultimo sorriso di Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, meglio noto come Sócrates. Prima del fischio d’inizio, tutto lo stadio, giocatori compresi, urlano il suo nome, alzando il pugno chiuso al cielo di San Paolo.

Articolo a cura di Saverio Nappo

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