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Americanate, NBA

Magia controcorrente

di Paolo Stradaioli

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La millenaria storia dell’uomo è caratterizzata da un’incessante processo di riforme e controriforme, rivoluzioni e restaurazioni. Come se la civiltà moderna fosse talmente elettrizzata dalla novità da diventarne allergica pian piano che sfuma quel contorno mistico di ciò che non si conosce.

Spesso lo sport riflette accuratamente i processi sociali che definiscono il corso della storia: in questo caso, la NBA non fa eccezione. E come poteva? La lega più global che ci sia, il catino che tracima la pallacanestro più spettacolare del pianeta, vive indiscutibilmente di mode. Usare questo termine rischia di sminuire la valenza che assume un determinato stile di gioco, ma rende abbastanza chiaro quanto una singola squadra possa influenzare il pensiero comune.

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In principio, sono stati i San Antonio Spurs a proporre una pallacanestro fondata sullo spacing, sul ball movement e soprattutto sulla capacità di leggere e reagire nel minor tempo possibile. La squadra di coach Popovich, però, ha sempre mantenuto i crismi di un quintetto tradizionale, lontano da quello che sarebbe stato poi la moda più in del momento.

Lo small ball dei Golden State Warriors è qualcosa di mai visto, di mai pensato, di mai immaginato nemmeno nelle più fervide fantasie di chi guarda il gioco da molto più tempo di chi scrive. La Death Lineup originale (con Barnes al posto di Durant) era composta da cinque giocatori che non superano i due metri e zero tre. La stessa altezza di LeBron James, il quale nelle ultime Finals era più basso di due giocatori facenti parte del quintetto iniziale.

Perdere quelle quattro partite non ha fatto appassire il desiderio condiviso di emulare ciò che nella Baia è riuscito tanto bene. Non è un discorso vincolato all’altezza; si tratta di trovare cinque giocatori in grado di tirare da 3, spingere un contropiede, attaccare i recuperi e cambiare difensivamente su tutti. Almeno questo sarebbe l’eidos del vero “quintetto della morte”, indifendibile e inattaccabile se non da un altro quintetto simile.

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Naturalmente i Golden State Warriors, pur con l’aggiunta di Kevin Durant, non assumono i connotati di questo ideale cestistico come nessuna franchigia farà mai, dal momento che la perfezione rimane un’idea alla quale si può ambire ma della quale nessuno potrà mai godere per la natura fallace dell’uomo.

Non c’è da temere comunque, perché anche questa tendenza passerà: ci vorrà del tempo, ma prima o poi lo status quo risulterà così banale da ricercare una soluzione alternativa che non si distanzierà eccessivamente dalle idee di Phil Jackson e Jerry Sloan. È il ciclo della storia: ha il vizio di ripetersi in eterno.

Tuttavia, affinché la rivoluzione si compia, servono quei processi intermedi che spesso si perdono nelle pagine della storia, ma che risultano essere necessari per favorire il mutamento. Qualche tempo fa su The Ringer è uscito un pezzo che elencava cinque differenti “Death Lineup” per fronteggiare la proposta irreale dei Warriors. Tra questi, il più suggestivo è quello degli Orlando Magic.

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Non sembrano così convinti.

Se il quintetto imbattibile dei Warriors è composto da giocatori che non superano i 206 centimetri, quello dei Magic non scende sotto ai 2,01m di Evan Fournier. A dire la verità coach Vogel nel ruolo di point guard ha provato prima Payton e adesso sta calcando la mano su Dj Augustin, entrambi abbondantemente sotto i 200 centimetri. Nel quintetto che vogliamo analizzare però andremo a schierare Hezonja, il quale non ha trovato finora tanto spazio nelle rotazioni, ma il suo momento potrebbe arrivare presto.

Il talento del croato non è in discussione, ma la sua permanenza in NBA non ha ancora destato particolare interesse rispetto a quello che ci si aspetta da una pick 5. Certo, nemmeno con la maglia del Barcellona aveva dimostrato spiccate doti offensive, né tanto meno si era intravisto un ball handler di livello assoluto. Tuttavia, quello che realmente Hezonja è, o meglio quello che dovrebbe diventare, è un all arounder. Un profilo molto ricercato in NBA, ma che per adesso non corrisponde ai dati del croato, almeno non quando si parla di attacco.

Hezonja attualmente viaggia con un misero 17,2% da oltre l’arco su un totale di 2,2 conclusioni da 3 tentate a partita. Se pensiamo inoltre che la maggior parte sono triple aperte (con il difensore lontano un metro abbondante) e che le converte con il 16,7%, capiamo quanto ancora ci sia da lavorare affinché si possa costruire un range di tiro rispettabile. Un po’ meglio quando il canestro vale due, dove registra un discreto 39% figlio soprattutto di conclusioni dal mid-range, poiché i punti nel pitturato sono appena 1,4 a partita, segno che nemmeno arrivare al ferro è una delle skill di questo Hezonja.

Anche se il campione statistico è ancora ristretto, possiamo dire che rispetto all’anno scorso Hezonja sta tirando di più e peggio. Quindi perché dovrebbe giocare lui?

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Perché i dati di cui parliamo sono sviluppati su un utilizzo medio di 12,1 minuti. Traslati su un utilizzo di 36 minuti a partita Hezonja segnerebbe appena 0,3 punti in meno di Payton, e catturerebbe 2,5 rimbalzi in più di Augustin, oltre ad essere una presenza molto più scomoda per gli attaccanti avversari. Sono tutti dati ipotetici, frutto di un calcolo statistico destinato a rimanere tale, ma ne varrebbe la pena perché questi Orlando Magic devono precorrere la rivoluzione partendo da un fondamentale: la difesa.

Attualmente gli Orlando Magic subiscono 100,8 punti ogni 100 possessi facendo peggio soltanto di Clippers e Hawks, oltre ad avere il sesto dato nella lega per stoppate (5,8 a partita). Oltre ad una struttura che sta cominciando a dare i suoi frutti i Magic possono contare anche su un paio di individualità che si mixano benissimo sotto i tabelloni, come Biyombo e Ibaka. Quando la difesa funziona anche l’attacco produce più punti e il congolese ha stampato da poco il suo carrer-high.

Lo stesso Fournier qualche giorno fa ha dichiarato che le migliori chance si creano sempre dopo un’azione difensiva, poiché un giocatore come Payton è bravissimo a spingere il contropiede (i Magic segnano 12,8 punti per game in transizione, 15° nella lega). Anche se i risultati stanno leggermente migliorando dalle prime uscite nemmeno Frank Vogel ha le idee così chiare su come sfruttare tutta la materia prima a sua disposizione. Basti pensare che il quintetto formato da Augustin, Hezonja, Watson, Green, Biyombo, è il miglior della lega per punti concessi ongi 100 possessi ed è quarto per NetRating. Il problema è che un quintetto simile è stato in campo appena 21 minuti dall’inizio della stagione, troppo poco per capire se si tratta di numeri sostenibili o è soltanto un’anomali statistica.

Tuttavia lo spirito è positivo: nessuno all’interno della squadra pensa che qualcosa stia andando male semplicemente perché nessuno si aspettava una partenza folgorante. I Magic stanno rendendo (almeno quando hanno la palla in mano) individualmente sotto le aspettative e questo è un punto da cui Vogel sa che deve partire per implementare le soluzioni offensive e per automatizzare i meccanismi difensivi parenti ancora alla lontana di quelli visti in Indiana.

Anche perché non va dimenticato che in Florida è in atto un esperimento che – in caso di riuscita – creerebbe un ulteriore problema alle difese avversarie: Aaron Gordon small forward.

Durante la diretta del Draft 2014, Flavio Tranquillo ha sentenziato che Aaron Gordon non sarebbe stato un giocatore da 20 punti a partita e fino ad ora non sta sbagliando. Un po’ per caratteristiche intrinseche, un po’ per il lavoro richiestogli dai vari allenatori durante la sua carriera, Gordon non ha mai sviluppato un gioco perimetrale degno di un franchise player. Perché è di questo che si parla.

Snaturare un giocatore atleticamente ineccepibile e con ottimi istinti difensivi in giro per il campo vuol dire ambire ad un prodotto finale che possa cambiare le sorti della squadra nel breve-medio periodo. Finora i suoi tentativi da oltre l’arco sono 2,9 a partita, uno in più rispetto allo scorso anno. La meccanica è ancora da migliorare, in compenso il suo gioco in post è già una garanzia dal momento che il ragazzo ha un footwork che non ha nulla da invidiare ai migliori interpreti di questo fondamentale.

Per quanto riguarda l’abilità nell’arrivare al ferro… beh dai, non dovremmo mica perdere tempo a parlarne?

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Sovvertire un ordine stabilito è un processo che socialmente richiede tempi molti lunghi. Non saranno gli Orlando Magic a incrinare la convinzione che andando small si vince. Tuttavia, come ogni voce fuori dal coro, sarà interessante vedere gli sviluppi di quello che sembra un progetto ancora alle sue fasi primordiali.

Vogel riuscirà a trasformare Gordon in un Paul George 2.0? Hezonja troverà la sua dimensione sui due lati del campo? Il potenziale difensivo della squadra unito alle sapienti mani dell’ex coach di Indiana miscelerà una sostanza in grado di rendere i Magic una delle prime tre difese in NBA?

Il tentativo di rispondere immediatamente rischia di esser sbagliato. Anzi, ci si sbaglia sicuro, ma non porsi questi interrogativi porterebbe a sorvolare con lo sguardo una delle squadre più anti-trendy della lega. Schierarsi con chi suona una melodia diversa è, comunque vada, una chance di ribaltare le carte in tavola.

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Paolo Stradaioli

  • Virgilio Tagliaferri

    Interessantissimo articolo!
    Debbo fare solo un appunto, che potrebbe risultare noioso: vanno per forza usati tutti quegli inglesismi? Va bene chiamare le cose col loro nome, tipo “small ball” (sebbene poter dire “stasera facciamo la PALLETTA!” sarebbe meraviglioso), ma alcuni prestiti “di lusso” trovo appesantiscano la lettura.