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Americanate, Pallone

Il supplizio di Sisifo

di Paolo Stradaioli

queiroz

Ci sono quelle figure che a qualsiasi latitudine si trovino riescono a imprimere il loro nome nella cultura (sportiva) del paese. Una di queste è Carlos Queiroz, nato da genitori portoghesi in Mozambico, emigrato in terra lusitana a vent’anni in seguito alla Rivoluzione dei Garofani e conseguente dichiarazione d’indipendenza del Mozambico.

Nella sua terra natale è stato un discreto calciatore, ma in Portogallo decide di passare al pino, da dove dirige una delle più forti U-20 degli ultimi trent’anni. Il Portogallo vince il Mondiale di categoria back to back (1989, 1991), trascinato da personaggi del calibro di Luis Figo, Rui Costa, Fernando Couto, Jorge Costa e Vitor Baia. Sull’onda del successo con i ragazzini passa alla nazionale maggiore dove le cose non vanno granché bene.

Va ad allenare lo Sporting Lisbona, dove le cose vanno male a tratti malissimo e quindi nel ’96 accetta la chiamata dei New York MetroStars. La sua vita cambierà completamente quando conoscerà Jorge Mendes e Cristiano Ronaldo (senza agganci, coach!), ma durante quel breve soggiorno negli States ha potuto redigere il Q-Report.

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Facciamo un salto fino al 26 giugno 2010: gli Stati Uniti stanno giocando gli ottavi di finale del mondiale contro il Ghana e un rigore di Donovan ha portato la contesa ai supplementari. La squadra allenata da Bob Bradley è infarcita di giocatori facenti parte della Generation Adidas. Il nome originale sarebbe Project-40, ma nel 2005 la Nike (che aveva già capito tutto) chiude i rubinetti e il nome cambia con lo sponsor.

Si tratta di un accordo tra la MLS e la U.S. Soccer che prevede dei contratti speciali per quei giocatori già apprezzabili ai tempi della high school o del college, ma che non si sono ancora resi eleggibili per il Super Draft. Qualora questa cosa del soccer andasse storta il progetto rimborsa gli anni di studio persi: gente come Tim Howard, Clint Dempsey, Jozy Altidore, Carlos Bocanegra e Michael Bradley hanno mosso i primi passi nel calcio professionistico in questo modo.

L’allora Project-40 era alla base del Q-Report, che voleva ampliare il bacino d’utenza a tutti i giocatori collegiali e/o liceali di un certo interesse per la federazione, ma scoraggiati dalla mancanza di cultura calcistica in Nord America. Secondo il rapporto di Queiroz, investendo su questo progetto la nazionale maschile di calcio avrebbe potuto ambire a un piazzamento di livello a Sudafrica 2010.

Peccato però che Asamoah Gyan la picchia nel primo supplementare e i sogni di gloria implodono, come la carriera di tanti ragazzi pescati con il sistema della Generation Adidas.

In un territorio incredibilmente vasto come gli Stati Uniti, dove ci sono le quattro leghe migliori per distacco nei rispettivi sport, convincere un bambino di 6-7 anni a praticare uno sport dove la differenza a livello di risultati la fanno le femmine (tre titoli iridati e sempre a podio in sette Mondiali) è un pelo difficile. L’idea di Queiroz di agire su un target 17-22 anni può accelerare la crescita qualitativa, ma non influisce minimamente nel substrato culturale che ancora vede il soccer come uno sport minore.

Sarebbe come se in Italia il CONI varasse un progetto per selezionare i migliori giocatori di football americano tra i 18 e i 22 e permettergli di firmare un contratto con le migliori squadre italiane. In questo modo si troverebbe qualche buon giocatore, ma nulla più. E, cosa più grave, l’afflusso di bambini ai campi da football non varierebbe in modo significativo.

Consci dell’errore commesso, gli uomini della federazione statunitense corrono ai ripari e lanciano nel 2007 il progetto delle Development Academy. Si tratta di centri tecnici che sviluppano giocatori dai 12 ai 18 anni: i ragazzi usciti da scuola si dirigono verso queste accademie dove si allenano, studiano e la sera tornano ognuno a casa propria.

C’è sicuramente una grande attenzione e cura alla crescita tecnica del giocatore, ma rimane comunque un impegno isolato, diverso da quello che un giocatore di NCAA profonde in un campionato collegiale. E qui si apre un’altra questione: perché il sistema dei college funziona così bene nella maggior parte delle attività sportive americane, ma nel calcio è un danno? Due i motivi principali. Anzitutto la durata del campionato NCAA di calcio è di tre mesi, con uno di preparazione: abbiamo un impegno nel gioco pari a un terzo dell’anno solare. Pochino per progredire in maniera costante e duratura.

Il secondo problema ce lo dice Tab Ramos, attuale allenatore della nazionale U-20 e principale promotore delle Development Academy: “Penso sia una grande cosa aver impostato il lavoro e stiamo facendo dei passi avanti, ma abbiamo bisogno di gente a bordo campo che realizzi correttamente tutte queste cose. Semplicemente non ci sono ancora abbastanza allenatori di qualità”.

Per creare una cultura (non necessariamente sportiva), servono dei maestri in grado di diffondere il sapere e trasmetterlo alle generazioni future. Non serve che io abbondi in arpeggi verso il livello universitario americano, ma conciliare un programma calcistico con un corso di studi è ancora materia oscura al di là dell’oceano (noi ci siamo arrivati da poco). In ogni caso il ragionamento della federazione è il seguente: se non sappiamo ancora leggere il gioco con determinate chiavi, tanto vale chiedere a chi lo ha inventato.

Sì, ma chiedere aiuto a un inglese non è cosa, e anche se con i tedeschi c’è ancora qualche ruggine sulla panchina della nazionale statunitense arriva Jurgen Klinsmann.

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Il tecnico tedesco ha tante belle idee che nei primi due anni di reggenza lo rendono molto amato in federazione. Poi però si va un po’ peggio. Con lui gli Stati Uniti hanno perso per la prima volta contro la Giamaica nel 2012 e tre anni dopo si sono ripetuti in casa. Hanno perso contro il Guatemala che è la peggior squadra (in termini di ranking FIFA) ad aver sconfitto gli Stati Uniti dai tempi dell’amministrazione Reagan. Hanno mancato l’accesso a due Olimpiadi di fila e potrei andare avanti, ma nell’ultimo mese si è superato.

Gli Stati Uniti hanno perso le prime due partite del gruppo di qualificazione al mondiale e non era mai successo. Hanno preso quattro gol dalla Costa Rica e anche questa è una prima assoluta, considerando che l’ultima volta che gli Stati Uniti avevano preso quattro gol nelle qualificazioni era il 1957.

L’onta più grande rimane però il 2-1 subito dal Messico al Mapfre Stadium di Colombus, dove dal 2001 gli Stati Uniti hanno battuto i bistrattati vicini per 2-0, creando una vera e propria mistica che sembrava impossibile da sfatare. Inutile dire che l’ex attaccante dell’Inter si è accomodato alla porta, reo soprattutto di aver distrutto lo spogliatoio e non aver mai dato un’identità di gioco alla nazionale, per far spazio a Bruce Arena.

Una cosa giusta però Klinsmann l’ha detta. Ospite di un programma su ESPN durante i Mondiali sudafricani, ha deriso il concetto del pay-to-play che vige nel sistema giovanile. Un momento: siamo sempre nel paese dove l’iscrizione al college comprende mensa, dormitorio e quant’altro? Dove vengono elargite borse di studio per giocare a football o a basket in qualsivoglia ateneo? Dove il concetto di pari opportunità ha regalato al mondo atleti afroamericani abituati a mangiare una volta al giorno prima di diventare professionisti? Già, ma il calcio fa ancora storia a sé.

Quasi ogni scuola calcio vive dei proventi che le famiglie dei giocatori versano per poter usufruirne. In questo modo però si esclude tutta quella fetta di popolazione incapace di sostenere i costi di una scuola calcio e in America non è proprio una percentuale bassina.

Le Academy stanno cercando di discostarsi da questo sistema pay-to-play, ma quelle che non sono affiliate con una squadra di MLS non hanno una linea diretta per “vendere” i propri prodotti (oltre a non avere il supporto economico che una franchigia professionistica può offrire) e di conseguenza faticano a sopravvivere senza i contributi dei giocatori. A fronte di 20 club di MLS ci sono oltre 150 Academy: va da sé che non si tratti di un processo repentino.

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E visto che siamo in ambito economico, c’è un’altra regola che frena lo sviluppo dei giovani calciatori. In Europa ogni club che contribuisce allo sviluppo di un giocatore riceve un incentivo a ogni trasferimento in cui quest’ultimo è coinvolto. Negli Stati Uniti non funziona così. Se un club di MLS vende un giocatore all’estero, esso riceve la cifra pattuita per il trasferimento, ma l’Academy che ha formato il ragazzo non riceve nulla, così come la squadra di MLS non riceverà altri compensi qualora il giocatore venisse coinvolto in un altro trasferimento. La federazione sta muovendo dei passi anche verso l’abolizione di questa regola, ma la strada non è per nulla in discesa. Come in un supplizio di Sisifo in cui il masso continua a rotolare a valle, non tanto perché non ci sia voglia di portarlo in cima, quanto perché il peso della vittoria, dal punto di vista organizzativo, è terribilmente più schiacciante di quanto le spalle e le braccia del soccer possano sostenere. Almeno al momento.

Intanto la MLS è pronta ad accogliere la prima franchigia canadese nella finale per il titolo. Sarà infatti il Toronto Fc (uscito vincitore dalla semifinale con il Montreal Impact, altra canadese) di Seba Giovinco a contendere il titolo ai Seattle Sounders dell’infortunato Dempsey e di Nico Lodeiro. Anche all’estremo nord stanno pensando come migliorare i risultati di una nazionale attualmente alla posizione numero 118 nel ranking FIFA. Lì il problema è legato soprattutto alla radicata predisposizione verso il dilettantismo, e infatti mettere insieme un campionato di calcio canadese è ancora materia ardua da affrontare,  anche se le franchigie di Toronto, Montreal e Vancouver sono vive e combattono ad armi pari con i più quotati cugini eagle.

Ecco perché la finale di MLS assume un contorno patriottico inedito; se dovesse vincere il Toronto FC, l’hype che ha il soccer negli Stati Uniti potrebbe espandersi anche un po’ più su, rischiando di accendere una nuova rivalità con i più prossimi vicini.

Probabilmente ha ragione Mark Pulisic (il padre di Christian) quando parla dei pulcini del Dortmund: “Tutto ciò di cui parlano riguarda l’ultima partita del Borussia. Si scambiano le figurine, parlano di una particolare giocata all’interno della partita. It’s all about football”. In quest’ultima frase è racchiuso tutto il gap che separa la nazionale maschile di calcio degli Stati Uniti dalla conquista della Coppa del Mondo. Che separa l’eccellenza di Christian Pulisic dai suoi connazionali. Con buona pace di mister Queiroz.

Paolo Stradaioli