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Educazione sentimentale nipponica

di Gabriele Anello

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Ibaraki è una prefettura del Giappone. Non ha molto da raccontare, se non fosse che è la culla di una delle tradizioni calcistiche più importanti del paese. La capitale sarebbe Mito, ma a Kashima – 60mila anime e sede di alcuni impianti industriali, tra cui la Sumimoto Metals – risiedono gli Antlers. Il club ha visto Zico e Leonardo vestire la propria maglia e vanta uno dei migliori vivai del paese, pasciuto a pane e motti di bonipertiana memoria, del tipo l’importante è vincere e il resto non conta.

Senza questa mentalità, non si spiegherebbero i tanti titoli accumulati dall’avvento del calcio professionistico in Giappone: 15 coppe nazionali e otto titoli, tra cui l’ultimo del 2016. Ci sarebbe da discutere su come il Kashima sia arrivato a vincere l’ultimo alloro (magia dei second stage, a me!), ma come da (discutibile) tradizione nel Mondiale per club i vincitori del titolo nel paese ospitante possono partecipare alla competizione. E gli Antlers sono arrivati fino alla finale di Yokohama contro il Real Madrid, dopo aver sconfitto per 3-0 l’Atlético Nacional in semifinale.

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Alla voce SWAG, Yasushi Endo contro i colombiani.

Per capire cosa rappresentano i Kashima Antlers per il calcio giapponese (e viceversa), guardare la finale di Coppa del Mondo per club è stato un esercizio abbastanza utile.

 

Goleada disattesa

Nella storia della Coppa del Mondo per club, solo tre volte la finale è stata tra i campioni d’Europa e una non-sudamericana. In due di questi casi, la sfidante è stata la squadra vincitrice del campionato del paese ospitante. Nel 2010 l’Inter travolse il Mazembe, nel 2013 il Bayern regolò la sorpresa Raja Casablanca. Stavolta tocca ai Kashima Antlers, prima squadra asiatica a raggiungere la finale.

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Il Real ha la solita formazione titolare, la stessa che le ha consentito di imbastire una striscia di 36 risultati utili consecutivi. Il Kashima va con quello che in teoria è l’usuale 4-2-3-1, ma che in realtà sarà un 4-4-2 in fase difensiva e un 4-2-qualcosa in fase di possesso, perché Doi e Kanazaki non stanno mai fermi.

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4-4-2 in fase difensiva per i Kashima Antlers. Doi e Kanazaki bloccano Varane e Ramos in costruzione, i terzini scalano su Marcelo e Carvajal, mentre Ogasawara e Nagaki hanno il compito di salire quando possono a sporcare la ricezione di Kroos e Modric. Casemiro può impostare? Pazienza, non si può avere tutto dalla vita.

 

Il Real segna l’1-0 quasi subito: tiro di Modric, respinta di Sogahata e Shoji fa un fuorigioco a metà, con Vazquez off-side. Ma per Benzema è tutto buono e il francese non perdona l’ingenuità nipponica.

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Ti aspetteresti un crollo. E invece un minuto più tardi Ogasawara – capitano degli Antlers e vecchia conoscenza del nostro calcio, sponda Messina – ci prova con la bordata dai 25 metri, alta di poco. Il Real ha un paio di occasioni, ma non forza; il Kashima prende qualche colpo, ma si fa vedere e non si scompone.

Il piano tattico di Ishii si è rivelato quello giusto: il Kashima ha meno possesso palla, lascia l’incombenza al Real e attende i momenti propizi per colpire. Mettere Ueda e Shoji in duelli individuali contro Benzema e Cristiano Ronaldo ha pagato (almeno nei 90’), specie con il secondo in difficoltà ogni volta che doveva uscire dalla sua comfort zone.

 

Gaku, il principe di Aomori

A proposito di Nord, se a Ibaraki fa freddo, figuratevi ad Aomori, estrema prefettura nella parte settentrionale del paese. Lì è nato un ragazzo – classe ’92 – che hanno definito l’erede di Yasuhito Endo (parere confermato dal diretto interessato) e che agli amici di Sandals For Goalposts descrissi in termini entusiastici per il futuro.

Dopo una seconda parte di stagione sonnacchiosa e indolente, ieri Gaku Shibasaki ha mostrato al mondo perché dovrebbe esser preso in considerazione dalla sua nazionale e dal calcio europeo.

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La prima volta in cui una squadra fuori dal duopolio Europa-Sud America segna in una finale del Mondiale per club.

 

Si è tenuto the best for last, perché Shibasaki è stato schierato fuori dal suo range posizionale – solitamente quello di trequartista o mezzala, raramente da regista – per giocare da “falso” esterno sinistro e accentrarsi per riempire l’area qualora ce ne fosse stato bisogno. Sul secondo gol, poi, ha deciso di mettersi in proprio.

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La prima volta in cui una squadra fuori dal duopolio Europa-Sud America CONDUCE in una finale del Mondiale per club: è durata sei minuti, ma…

 

Da lì, il Real ha trovato gli episodi giusti per tirarsi fuori dal guado.

 

Quasi storia

Un contatto ingenuo da parte di Yamamoto su Vazquez ha regalato il pari al Real appena dieci minuti dopo il vantaggio dei giapponesi. Da quel momento, la gara è andata nella direzione del Real, ma non tanto come ci si aspettava.

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Due occasioni chiarissime hanno permesso al Real di sfiorare la vittoria già nei 90’ regolamentari, con Sogahata presente su Marcelo, miracoloso su Benzema e Ronaldo. Tuttavia, il Kashima ha rischiato anch’esso di portarla a casa. Prima Fabricio – entrato nella ripresa – ha impegnato Keylor Navas, poi Kanazaki e Yasushi Endo hanno sfiorato la rete del 3-2 nel finale.

In tutto questo, c’è stata anche una nota polemica, visto che Sergio Ramos non è stato espulso per doppio giallo dopo un chiaro fallo su Kanazaki. L’arbitro ha prima messo la mano al cartellino, poi ha esitato. Magari sarebbe cambiato qualcosa, magari no: chissà.

Il 2016 è di Cristiano, ma il futuro?

I supplementari hanno raccontato una storia diversa. Gli Antlers – probabilmente stanchi, nonostante i quattro cambi possibili al Mondiale per club – hanno colto una traversa con Suzuki, ma intanto Ronaldo aveva già segnato altri due gol e chiuso la contesa.

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Per usare un vecchio adagio, perché Ronaldo è Ronaldo.

 

La vittoria del Real è stata giusta, perché la conta degli xG raramente è bugiarda e anche questa volta ha detto la sua. Ma mentre i giornali celebrano Ronaldo e il Real, riducendo il racconto della finale alla glorificazione del portoghese (come se ne avesse bisogno, vero GdS?), a Kashima hanno di che festeggiare.

Una squadra interamente giapponese e formata per lo più da ragazzi del vivaio – gli stessi Sogahata e Ogasawara (37 anni) sono cresciuti lì – ha messo sotto i campioni d’Europa e ha anche avuto la chance per vincerla.

Anche il tecnico Masatada Ishii lo sa: «Abbiamo giocato in maniera coraggiosa. Veniamo da una piccola città: quando siamo entrati nella J. League, c’era il 99% di chance che non diventassimo professionisti. Il fatto di rappresentare il Giappone in questa competizione è un segno di speranza per tutti».

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La fotografia finale viene da due eventi. La prima: Shibasaki sale sul podio nella corsa al MVP della competizione, accanto a Ronaldo e Modric. La seconda arriva da Zidane, che ha detto nel post-gara: «Tra di loro (i giocatori del Kashima), alcuni potrebbero giocare in Liga».

È quella mentalità di cui si parlava all’inizio, la stessa che ha fatto dire a diversi Antlers dopo QUESTA partita: «Contenti? Siamo arrivati secondi. Ed è come arrivare ultimi». Sarà quella che (forse) un giorno porterà il calcio giapponese e l’Asia a eccellere.

Gabriele Anello

Gabriele Anello

Passaporto italiano, ma cuore giapponese, sogna un posto al Mondiale per l'Oceania.
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