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Basket

Le due Torri

di Marco Antonio Munno

derby

Se dovessimo sintetizzare il concetto di sport con una sola parola, in giornate come questa sceglieremmo competizione. Una di quelle giornate in cui, qualsiasi sia il livello degli sfidanti, la misura del valore di ciascuno si delinea attraverso il peso narrativo della propria controparte.

La parola che ha la capacità di esaltare questo ambaradan è derby e, visto il carattere evocativo delle cinque lettere in fila assumono, il termine viene usato spesso a sproposito, per indicare qualsiasi sfida che abbia un senso campanilistico. La competizione all’interno della stessa grande città nel calcio c’è in quattro occasioni: Milan-Inter, Juventus-Torino, Roma-Lazio e Sampdoria-Genoa. Nel basket invece il campo è più ristretto: ci son stati derby a Milano; da questa stagione c’è a Roma; nel passato di sentitissimo c’è stato quello di Livorno (sparito con una disorientante fusione nel 1991).

Ma niente è mai stato come il derby di Bologna, e d’altronde per essere denominata Basket City, è chiaro come la pallacanestro sia il motore pulsante dell’animo sportivo cittadino, i cui battiti raddoppiano quando si scontrano Virtus e Fortitudo.

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Due anime diverse della stessa città, due fazioni contrapposte cui aderire, un confronto fra realtà nate opposte: la squadra ricca di Bologna, la nobile Virtus, spettacolo d’elite, e la squadra povera, la Fortitudo, che raccoglieva gli spettatori che non potevano permettersi di poter assistere alla Virtus con politiche popolari per biglietti, ascesa da vicina antipatica a rivale aggressiva sospinta dal tifo fragoroso della Fossa dei Leoni.

E da allora, possiamo dirlo: sia nei periodi di grandi ambizioni, sia in quelle di minori (come quello attuale), la Virtus ha bisogno della Fortitudo e la Fortutido ha bisogno della Virtus.

D’altro canto, nel periodo di maggior splendore di entrambe, mattatrici dell’intera scena della pallacanestro europea, il presidente fortitudino Seragnoli raccontava che tutti i soldi  per quei faraonici acquisti li spendeva non per diventare il numero uno d’Italia o il numero uno in Europa, ma per essere il numero uno a Bologna. Cosa complicata quando in Virtus il patron era Cazzola, che stimolato dalla sfida dei vicini di casa mise in piedi la Virtus più vincente di sempre, nel 1998.

Fornire una cronaca dettagliata quando in gioco c’è una ridda di emozioni così dirompenti è un esercizio che riteniamo complicato, preferendo procedere per rivalità.

Sasha Danilovic e Carlton Myers

È prerogativa dei grandi scontri annoverare grandi condottieri a dirigerli. In quel di Basket City, il 23 novembre 1997 ebbe inizio il piú riconoscibile dei duelli in questione: Carlton Myers e Sasha Danilovic si trovarono di fronte per la prima volta. Da quella data ci saranno altri 13 scontri, e per sottolinearne l’epicità possiamo esporre il bilancio quasi di pareggio (7 vittorie a 6 per Sasha).

240311_ Basket: Carlton Myers contrastato da Danilovic Foto Archivio_Benvenuti Pallacanestro

Fiere punte di diamante degli avversi schieramenti, amate dal proprio e temute da quello avversario: Sasha adora martellare la Fortitudo.

Myers ama collezionare canestri a danno della Virtus.

Possiamo considerare più pesanti le vittorie di Danilovic, ma lo scontro è stato talmente sentito ed apprezzato da entrambe le parti che lo stesso Myers (primo realizzatore della sfida con 20.7 punti di media), nemico per la controparte virtussina, al suo ultimo derby in maglia biancoblù, uscí dal parquet tra gli applausi bianconeri nel campo delle V Nere. Era il 19 giugno 2001.

Le due Torri

In una partita a scacchi, la similarità nella contrapposizione è rappresentata dai pezzi schierati: i bianchi e i neri sono uguali per foggia e possibilità di movimento, ma sottolineano il loro antagonismo con un colore diametralmente opposto.

In entrambi gli schieramenti ci sono le torri: dall’aspetto fiero, non sono il pezzo più potente, ma appena dopo la regina son quelli imprescindibili per verticalità e controllo delle sorti della partita.

Va da sé che due figure con la stessa peculiarità non potevano mancare nel derby bolognese: stiamo parlando di Gus Binelli e Dan Gay.

Il primo, soprannominato “Penna Bianca”: 2 metri e 15 centimetri di fisico scolpito, chiaro di carnagione e anche di capigliatura, istituzione per 17 stagioni in maglia bianconera nelle lotte sotto canestro, scelto ma mai approdato in NBA, medagliato di bronzo con la nazionale nell’europeo del 1985.

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Il secondo, americano naturalizzato italiano dopo il matrimonio: bronzo di Riace da 2 metri e 7 centimetri, in un periodo di rara commistione di genere, a 36 anni viene convocato in nazionale azzurra per andare anche lui a medaglie con l’argento all’Europeo di Barcellona ’97 da capitano biancoblu.

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Simili ed opposti, nel loro essere uomini di riferimento, poco portati allo spettacolo quanto alla solidità, proteggendo il ferro della squadra in campo e la disciplina in spogliatoio: figurativamente, le due Torri di Bologna.

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Dusan Vukcevic

L’ultimo derby disputato fra le due prime squadre ebbe un finale thriller, sinora perfetta sintesi dell’equilibrio delle due ex superpotenze e della loro rivalità senza un incontestabile vincitore.

Cavallo di ritorno nelle V Nere, specialista da 3 punti, dotato della tecnica e dell’intelligenza cestistica che da sempre contraddistingue i cestisti ex jugoslavi, lascia una profonda impronta nella storia della stracittadina.
E’ il 29 marzo 2009, il derby di ritorno della stagione; la F Scudata non naviga in belle acque, tanto che a fine stagione retrocederà sancendo la fine degli scontri annuali, ma quando si tratta di stracittadina il resto della stagione passa in secondo piano.
Prestazione all’altezza dei biancoblu, in vantaggio a 10 secondi dalla fine di 2 punti; rimessa eseguita dalla Virtus che però non ha organizzato un gioco per costruirsi un buon tiro.

Ecco che a togliere le castagne dal fuoco spunta Dusan: tiro forzato, fuori equilibrio, più difficile da 3 punti per la vittoria piuttosto che più comodo da 2 per un pareggio… la peggiore combinazione insomma. Quindi? Realizza la bomba allo scadere del sorpasso finale per 74-75.

Il salto della staccionata

Che la vediate come un Mangiamorte redento alla Piton, o come uno Jedi rinnegato alla Fener, il salto di uno dei protagonisti dalla parte opposta è sempre un fatto di spessore. Nonostante l’antitesi fra i due schieramenti, i campioni ad aver cambiato sponda di Bologna sono vari, come diversi sono quelli ad aver abbracciato la fama e i successi solo in una delle due.
Possiamo citare l’intelligentissimo Matjaz Smodis partire coi bianconeri, l’anno dello storico Grande Slam di vittorie con scudetto, coppa Italia ed Eurolega, per poi passare ai biancoblu ed essere un leader nel secondo scudetto della storia F:

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oppure col percorso opposto Marko Jaric, arrivato giovane in Fortitudo, protagonista nella prima storica vittoria di un campionato per la F Scudata, per poi cambiare casacca la stagione appena successiva per essere protagonista nel Grande Slam in Virtus:

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senza dimenticare i vari Zoran Savic o Dado Lombardi.

Se dobbiamo però indicare i più sofferti dalle tifoserie, possiamo pensare ad Alessandro Frosini che passa dalla F alla V nel periodo di maggior spessore della rivalità, andando subito a prendersi lo scudetto sfuggito in finale la stagione prima nella sponda opposta;

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oppure a Marco Belinelli, che dalle giovanili Virtus, dopo l’esordio in maglia bianconera a 17 anni in Serie A e in Europa, quando la società si trova in crisi economica, diventa la stagione successiva golden boy della Fortitudo.

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Terry Driscoll e Gary Baron Schull

Se dello scontro principe fra personalitá nel derby, con Danilovic e Myers, abbiamo giá parlato, non si può dimenticare lo scontro antesignano: quello, intenso anche se durato un solo faccia a faccia, fra il Barone e il Bostoniano, Schull e Driscoll.

Stagione ’69/’70. La Fortitudo viene da 3 derby vinti consecutivamente, due di questi vinti in pratica da solo da Gary Baron Schull, uno che aveva deciso di mettere il suo carisma a disposizione della F scudata piuttosto che ai Cincinnati Royals, che pure lo avevano scelto al quarto giro dei draft 1967.

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La Virtus tuttavia riuscì ad ingaggiare il Bostoniano, strappandolo ai Detroit Pistons che lo avevano scelto con il numero 1 offrendogli con l’avvocato Porelli 60mila dollari annuali invece dei 175mila in 3 anni della NBA.

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Insomma, quest’anno c’era un duello in più in ottica derby.

Schull era più esperto sulla battaglia: dormiva con la foto di Driscoll attaccata alla parete della camera da letto, così da aver sempre presente il volto del nemico da superare.

Terry, molto più morbido e inesperto, patì un infortunio a una caviglia e pagò la dichiarazione: “Schull? Non lo conosco”; derby d’andata, 67-64 per la F Scudata, con Schull che vince il suo personale derby per 30 a 17 chiudendo con un: “Forse, ora, ha capito chi sono”.

Il risultato però non si ripete al ritorno, sebbene sembrasse fatta per le Aquile: nel secondo derby Schull sta giocando di nuovo meglio del suo avversario, a 37 secondi dalla fine viene segnato il libero del vantaggio per la sua squadra del 70-69. Ma il secondo viene sbagliato e mentre l’ultima azione offensiva della Virtus si spegne contro il ferro, dalla mischia esce fuori la mano del Bostoniano per il tap in della vittoria. I tiri liberi sbagliati da Marco Calamai sancirono così quella che parve la naturale conclusione di un duello che vedesse Schull o Driscoll come unici in grado di portare il colpo vincente: conclusione in pareggio, di quelli in cui gli spettatori neutrali vincono sempre e che invece non spezzano l’equilibrio per i coinvolti.

Il grande freddo

Quando si descrive il clima che circonda una partita di tale importanza, l’aggettivo più utilizzato è “torrido”. Non è un refuso: derivando dall’adrenalina dei colpi messi a segno e dalle palpitazioni per gli errori dei propri beniamini, si tratta di quel tipo di caldo che si avverte come naturale, non provoca fastidio sebbene sia intensissimo, come nei deserti.
Per picchi termici così alti, però, lo sbalzo è devastante, quando nel deserto la temperatura si abbassa: ci si ritrova in ambienti non freschi, ma polari, in balia del grande freddo.

Che arriva imponderabile, nei casi in cui si è palesato a Bologna, e che ha sortito effetti di vario tipo per chi si è trovato gelato.

Negativo, come quello avvenuto nel 2000: nella stagione post scudetto Fortitudo, l’Aquila si presenta imbattuta mentre la Virtus seconda in modalità ricostruzione dopo l’addio di Danilovic. Un esito che pare indirizzato è pesantemente ribaltato: le V Nere vincono 99 a 62, il tabellone recita -37.

Neutro, come quello avvenuto nel 1989: il primo grande freddo avvenuto in ordine temporale gelò la Virtus, con un -32, battuta 102-70 da una Fortitudo ma senza conseguenze rivoluzionarie per entrambe le società, che arrivarono ai playoffs secondo le possibilità pronosticate alla vigilia stagionale per loro (con la Virtus più avanti, fuori in semifinale).

Addirittura positivo, come quello avvenuto nel 1993: la Fortitudo, neopromossa in Serie A, parte per una dubbia penalizzazione da -6 punti in classifica. Negli ottavi di finale di Coppa Italia subisce un perentorio -41, con il risultato di 101-60 per la Virtus. Incredibilmente, quel risultato fa scattare qualcosa nella testa dei ragazzi, che inanellano risultati positivi in serie per arrivare addirittura ai playoffs.

La rissa

Il punto purtroppo più basso della rivalità si raggiunge quando l’eccessivo ardore trasforma lo scontro sportivo in duello vero e proprio. Tra l’altro, proprio nell’occasione di maggior livello di disputa del derby, nel quarto di finale di andata in Eurolega, dove entrambe si presentano in veste di accreditate alla vittoria finale.

Omettiamo il video, in cui Savic si scontra sotto canestro con Fucka, in un deja vù del loro alterco degli Europei precedenti, con la reazione del fortitudino e la rissa che stavolta non è sedata ma scoppia. Al termine ci saranno due squalificati per parte, Abbio e Savic per le V Nere, Fucka e Myers per la F Scudata… riproponiamo solo una istantanea dell’increscioso momento.

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Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano

Abbiamo detto in precedenza che l’ultimo atto di questa saga, almeno fra le prime squadre, è datato quasi 8 anni fa. Nel frattempo moltissime cose sono cambiate, ma nelle fila attuali delle squadre possiamo ritrovare due protagonisti che c’erano allora.

Stefano Mancinelli era il capitano di quella Fortitudo: dopo un lungo pellegrinaggio successivo al fallimento della F Scudata, proprio del 2009, è particolare ritrovarlo capitano dopo il ritorno all’Aquila proprio in questa stagione.

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Ancor più curiosa la storia dell’altro reduce: si tratta di coach Boniciolli, altro protagonista di salto di staccionata anche bipartisan, all’epoca coach virtussino dopo l’esonero di qualche tempo prima dalla stessa Fortitudo.

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10 in un anno

Dal punto di vista quantitativo, la stagione 1997/98 rappresentò perfettamente il concetto di scontro infinito. All’apice dell’egemonia in Italia e in Europa, le V Nere e le Aquile si sfidarono durante quell’annata sportiva per 10 volte. Derby di andata e di ritorno durante la stagione regolare di campionato, come prassi, rigorosamente spartiti nel computo dei risultati con una vittoria ciascuno.

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Nel mezzo la Coppa Italia, con il primo trofeo della sua storia messo in bacheca dalla Fortitudo, superando in semifinale i rivali idealmente obiettivo della propria scalata.

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Quindi, in Eurolega: era chiaro come la vincente dello scontro sarebbe arrivata in fondo, e dopo la rissa del primo incontro che con 2 squalifiche per parte condizionò anche il secondo, a passare il turno è la Virtus che trionferà difatti nella competizione.

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Per finire con le finali scudetto, la serie in 5 partite con un ultimo atto così epico da meritare un capitolo a parte.

Sani Becirovic

Mors tua, vita mea: una delle logiche più spietate con cui vedere una competizione quando, fra due antagonisti, il posto nell’Olimpo è solamente uno.

Ovviamente nel derby non possiamo escludere questa visione, e se dovessimo dargli un’immagine, potrebbe benissimo essere quella di Sani Becirovic.

Nel 2002, infatti, con il cosiddetto “lodo Bečirovič” iniziò anche la vicenda che nel tempo di un anno e mezzo portò alla retrocessione delle V Nere. Lo sloveno fu acquistato all’inizio della stagione 2001-2002, quella successiva al Grande Slam; dopo pochi mesi il ragazzo cominciò ad avere dei guai alle ginocchia e nonostante varie operazioni fu costretto praticamente all’inattività. Nell’ottobre 2002 l’avvocato di Sani lamentò il mancato pagamento di tutti gli stipendi al suo cliente e avviò il citato lodo.

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Lato Virtus, Bečirovič non era più considerato un giocatore di proprietà; per la Federazione Italiana Pallacanestro, invece, Bečirovič lo era e quindi doveva essere pagato. L’accordo non arrivò e nell’agosto del 2003 alle V Nere fu revocata l’affiliazione alla federazione, stabilendone quindi la (temporanea) scomparsa dal mondo del basket italiano.

Sani tornerà alla fine a giocare: due anni dopo, nel 2005, ritorna anche a Bologna ma sponda Fortitudo; si rivela tassello fondamentale, con classe ed esperienza, nell’ultima stagione a grandi livelli sponda F, culminata con la finale scudetto purtroppo per loro persa contro la Benetton Treviso.

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Poca considerazione del derby, poca buona sorte

L’eterno confronto fra le due sponde si ritrova non solo nelle migliori occasioni, ma anche nelle gaffe poi diventate celebri. Perché oltre agli eroi a segno esistono coloro che sparano il colpo a vuoto, ricevendo poca fortuna al derby verso il quale si dimostra poca stima.

Sponda Virtus, ne abbiamo già parlato: la dichiarazione di mancata conoscenza del Barone fortitudino Schull da parte del bianconero Driscoll sarà poi scontata in campo, in un duello perso al primo derby.

Sponda Fortitudo, dopo il suo acquisto conteso per l’intera estate ai cugini virtussini, Andrea Meneghin dichiara: “Il derby? È una gara come tutte le altre”.  Al suo esordio al derby, il 23 dicembre 2000, Meneghin segna 3 punti ed esce per 5 falli; la gara, vinta dalla Virtus col roboante 99-62, diventa lo specchio della sua sfortunata avventura bolognese.

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Poca fortuna anche per dichiarazioni post derby: in quello del 17 novembre 2001, Marko Jaric in maglia Virtus sbaglia il tiro del sorpasso e la Fortitudo di Matteo Boniciolli trionfa di misura, 80 a 79. Uno dei migliori coaches europei di sempre, l’istituzione bianconera Ettore Messina, dichiara, forse per stemperare: “Usciamo dal PalaDozza con un buon pareggio”. Per collezionare, confermando la tradizione addirittura nel suo caso, l’esonero (poi rivisto) da parte del presidente Madrigali.

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I tifosi VIP

Dal mondo del calcio Gianluca Pagliuca, Silvia Mezzanotte come madrina, dal mondo della comicità Diego Abatantuono, dal mondo degli orgogli sportivi Alberto Tomba e dal mondo della musica capitan Lucio Dalla  in maglia bianconera…

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Dal mondo del calcio Fabio Bazzani, Alice Sabatini come madrina, dal mondo degli orgogli sportivi tricolori Marco Belinelli, dal mondo della comicità Antonio Albanese e dal mondo della musica Luca Carboni in maglia biancoblu.

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Dark side of the moon

Il legame con una o l’altra sponda a volte può essere così forte da sfociare in amore sconfinato, per cui la militanza coi colori adorati può essere vista come una lunga luna di miele. Il passaggio quindi sull’altra sponda, se per altri può essere normale o addirittura redditizio, per questa categoria è un brutto passaggio a vuoto. Un errore che consegna l’onta, velata o meno, ai protagonisti di aver giocato il derby sbagliato.

Maurizio Ferro fu uno dei fondatori della Fossa dei Leoni, il gruppo di tifosi maggiormente riconoscibile in Italia, per il suo attaccamento alla F Scudata. Ovviamente, uno così rappresenta cuore e anima delle Aquile; ceduto nell’80 alla Virtus, preferito a Magnifico, leggenda dice con la sponsorizzazione del tifoso d’eccezione Lucio Dalla, approda alla sponda bianconera l’anno successivo. Nel personale derby sbagliato, inoltre, rischiò anche di consumare la famigerata vendetta dell’ex: entrato nel secondo tempo, iniziò a realizzare in tutti i modi, chiudendo con 16 punti, che non bastarono tuttavia alla sua squadra per vincere.

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Sorte inversa qualche anno precedente per il virtussino doc, Marco Bonamico.

Nato e cresciuto fra le V Nere, nel 1976 si ritrovò anch’egli, in un periodo di ricerca di spazio da giocatore in una realtà affine nella spirito di lotta contro tutti, a disputare un unico derby sbagliato, in maglia F, anch’egli sconfitto (89-80).

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Il tiro da 4

Come sintetizzare tutto ciò che abbiamo detto su Basket City sinora?
Il basket conosce la via di creare, in pochi attimi, momenti epici, in grado di scolpire nella storia i protagonisti che in un battito di ciglia riescono a regalare brividi anche a distanza di tempo.

La storia del derby non poteva non avere un momento iconico che simboleggiasse la rivalità: e vista la portata del confronto fra le sue fazioni, il destino ha scelto bene le circostanze in cui palesarlo.

Non c’è cultore di basket che non conosca il tiro da 4 di Danilovic, un tiro che di fatto non esiste nel gioco. Nel famigerato derby di finale scudetto, all’apice della rivalità dal punto di vista dell’eccellenza cestistica fra le due squadre, per la prima volta la Fortitudo ha concretamente le mani sullo scudetto, conquistandolo con doppia gloria battendo gli odiati rivali.

Stagione 1997/98 , ultima partita di finale: la serie di scontri termina quando uno dei due team conquista 3 vittorie sulla concorrente, manco a dirlo siamo 2-2 nella serie e quindi il tutto si assegna in gara 5. Che a 27 secondi dalla fine, la Fortitudo conduce con 3 punti di vantaggio e 2 tiri liberi in mano a uno dei suoi migliori giocatori, Gregor Fucka: l’Airone italo/sloveno che sapeva fare tutto, ma ai liberi zoppicava un pò. Segna il primo, sbaglia il secondo, ma ci vuole un miracolo per la Virtus. Più di qualcuno, sconfortato dall’esito ormai segnato, non ha visto il momento; leggenda parla di un tifoso fortitudino andato via qualche secondo prima per ritrovarsi ad essere il primo in piazza a festeggiare.

Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché non arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa; in canotta Virtus giocava quello meno sprovveduto di tutti. Un diavolo cestistico: fino a quel momento disastroso con soli 7 punti e percentuali pessime nel match in cui da campione serviva di più alla sua squadra. E lì Sasha Danilovic inventa il tipo di tiro che non esiste: riceve il pallone, subisce un contatto probabilmente non falloso (ma molto scenografico) dall’ex All Star NBA Wilkins e realizza da 3 punti. Più fallo e tiro libero messo a segno, in pratica realizzando un tiro da 4.

Gara pareggiata, supplementari da storia già scritta: è quel momento a fungere da icona per l’intera sfida.

Per tutto ciò che non è passato, invece, parlerà il parquet.

Marco Antonio Munno

Rimbalzo di Gregor Fucka, Jason Kidd guida la transizione, a rimorchio Chris Paul, scarico per Cassano e assist per Montella che realizza.
Mourinho applaude.

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