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Americanate, NBA

Cosa succede quando l’oggetto inamovibile incontra la forza inarrestabile?

di Crampi Sportivi

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Anno 2013, Manu Ginobili raccoglie una rimessa meravigliosamente disegnata da Boris Diaw e con poco più di un secondo sulla sirena del secondo supplementare spezza i sogni di Steph Curry e compagni. È maggio quando i Warriors riabbracciano i playoff, quando dopo una sola partecipazione (nemmeno troppo fortunata) nel 2007 spezzano una maledizione lunga 19 anni e ritornano davvero competitivi. Ed è lì che i Golden State Warriors capiscono di essere sulla strada giusta.

L’estate del 2015, quella del primo titolo dell’era Curry-Thompson-Green, è caratterizzata dal passaggio di LaMarcus Aldridge a San Antonio. Il tentativo degli speroni è di affiancare all’eterno Duncan un lungo efficace in attacco, veloce nel concretizzare gli schemi in difesa e abbastanza forte fisicamente da reggere il confronto con lo stesso TD. La mossa paga a metà, gli Spurs – che tendono a perdere abbastanza spesso contro le squadre meglio attrezzate atleticamente – non resistono all’impatto di Kevin Durant e tra il silenzio generale lasciano a The Big Fundamental la gioia di un ritiro prevedibile, ma comunque difficile da digerire.

Il pacchetto di mischia dei Golden State Warriors nella stagione 2015/16 è semplicemente fuori da ogni schema, da ogni logica, da ogni sistema calcolato. Ma è proprio nell’annata più magica della storia della Lega – quella del 73-9 – che succede l’impossibile. La maledizione di Cleveland si spezza nel momento meno opportuno, LeBron James cavalca l’onda della vendetta e porta i suoi a un miracoloso 4-3 che consegna ai Cavs il primo titolo della loro storia.

I Warriors, che in Finale di Conference avevano dovuto recuperare uno svantaggio di 1-3, pagano con la stessa moneta dopo un primo, e quasi miracoloso, salvataggio. Alle Finals di Conference, ancora una volta, c’era Kevin Durant, l’uomo del destino. Al motto “se non puoi sconfiggerli, unisciti a loro” il #35 ha portato tutto il suo talento sulla Baia.

Una scelta che ha fatto non poco discutere, addetti ai lavori e Russell Westbrook as well. Una scelta necessaria, per alcuni versi, perché Durant ha lasciato un pezzo di cuore “a casa sua” per vincere e togliersi di dosso pesi troppo ingombranti da un’altra parte. Si è per troppo tempo accontentato di essere un meraviglioso perdente, un numero due perfetto. E se pensavate che con i Warriors, magari, l’idea sarebbe stata quella di tirare meno e giocare di più per la squadra, i 26.5 punti a partita fino ad ora raccontano non poco del meraviglioso potenziale dell’ex Thunder.

Nuova vita

Il magico mondo dei Golden State Warriors potrà contare, almeno per quest’anno, su quello che è oggi uno dei cinque migliori realizzatori della Lega. Il problema, comunque, è che due degli altri quattro giocano proprio insieme a lui. Problema da non sottovalutare. I nodi che Steve Kerr ha dovuto sciogliere in poco più di un mese di regular season – seppur pochi – lasciano un altro grande interrogativo. A quanto stanno andando i Warriors?

Salta all’occhio immediatamente che una delle tre quattro perse, fino ad ora, sia stata la prima (in casa) contro gli Spurs di Popovich, Leonard, Aldridge e Gasol. Un caso? No. Perdere una partita che conta poco, a inizio stagione, non può che fare bene a un gruppo che spesso gli stimoli tende a perderli. Questo per dire una cosa abbastanza semplice: i Golden State Warriors si possono battere, ma è più probabile che si battano da soli.

Giocano a una velocità che non è minimamente sostenibile. Se corrono e hanno la possibilità di muovere la palla, segnano 10 volte su 10. Kerr ha strutturato il gioco in maniera piuttosto semplice: sono ben quattro, nella line-up, i violini che hanno un buon senso del playmaking e che allo stesso tempo possono spostare il gioco in area a favore del lungo, quattro i violini che pur mettendo maggiore intensità in fase offensiva riescono allo stesso tempo a costringere gli avversari ad un passaggio in più quando le cose si fanno complicate.

Lasciargli fare il loro gioco porta ad aprirsi e a concedere praterie a tre (quattro) che di media ne combinano almeno 80 a partita. Gli stessi Warriors – che dominano in quasi tutte le statistiche offensive e tirano sopra il 50% – hanno dei punti deboli evidenti. Pur segnandone 120 a partita, e concedendone appena  106, vivono e muoiono con i titolari, soprattutto in questo periodo. L’imbarazzante facilità con la quale riescono ad aprire parziali, e più in generale a prendere inerzia, oscura il resto.

Per il resto siamo di sicuro di fronte al miglior Draymond Green di sempre, un Draymond Green che è leader nei rimbalzi, negli assist e nelle palle rubate. E anche questo non può essere un caso. Intendiamoci: Bogut è un ottimo difensore, un discreto rim protector, ma è stato sostituito – piuttosto bene – da giocatori come West e McGee, giocatori che il loro sporco lavoro in copertura sanno farlo e non poco. La panchina dei Warriors ha di certo perso talento, ma nel complesso potrebbe ancora giocare un ruolo piuttosto importante.

Not bad

Dicevamo: la nuova panchina, in generale, ha reagito piuttosto bene. L’impatto dei vari West e McGee, appunto, si è rivelato sicuramente migliore rispetto alle aspettative. JaVale è un cavallo pazzo, ha una buona mano, un ottimo atletismo, ma di contro un Q.I. cestistico piuttosto basso. Con Kerr ha subito trovato sintonia: pur giocando, di media, solamente dieci minuti a partita, ha già migliori statistiche rispetto alla passata stagione. David West, che da San Antonio si è limitato ad andare dai più forti, non ha nemmeno dovuto snaturarsi più di tanto rispetto al 2015.

Manca, sicuramente, un giocatore come Harrison Barnes, in grado di dare esplosività e di aprire il campo in ogni situazione. Kerr si è dovuto “accontentare” di un reparto lunghi più affollato con l’innesto di Zaza Pachulia, al posto di Festus Ezeli, adesso fondamentale in una contender. Il rookie classe ’95 Patrick McCaw, draftato dai Milwaukee Bucks e spedito a Oakldand, completa il reparto piccoli insieme all’eterno Shaun Livingston.

Un capitolo a parte lo merita Andre Iguodala. Il sesto uomo che tutti vorrebbero, che alla veneranda età di 32 anni continua a servire in maniera meravigliosa i suoi compagni di squadra, quest’anno avrà un ruolo sicuramente diverso. E’ duttile, certo, ed è capace di sostituire Thompson e Durant con la stessa facilità, ma da il suo utilizzo in questa stagione, sicuramente più ponderato, potrebbe influenzare gli equilibri.

Difendere, difendere, difendere

Sono poche le armi a disposizione delle altre squadre quando si vuole mettere in difficoltà GSW: è assolutamente necessario penetrare, rallentare il gioco, mettere un lungo in post appena possibile, costringere Curry a rimanere in difesa, costringere Thompson a smorzare il contropiede, costringere Durant a difendere sui piccoli e spingere Green ad avere meno libertà di movimento in difesa.

Prevedere una finale diversa da Warriors-Cavaliers, a questo punto della stagione, appare però piuttosto utopico. I Golden State Warriors hanno tutte le armi a disposizione per fare male, per segnare più di qualsiasi altra squadra, per forzare più di qualsiasi altra squadra. E la sensazione, adesso, è che non siano ancora al 100%. Rimane un unico dubbio: ripetere una stagione da 73-9 dovrebbe essere – almeno sulla carta – impossibile, ma forzare fino alla fine della regular season con la solita e irriverente presunzione potrebbe in qualche modo giocare degli scherzi?

D’altronde, sulla Baia c’è da vendicare ancora la sconfitta. La Gara 7 dei miracoli, nel bene e nel male, l’hanno risolta i campionissimi. La stoppata di LeBron su Iguodala brucia ancora.

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Articolo a cura di Giorgio Perri

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