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Tennis

11 motivi per i quali il 2016 è stato l’anno zero del tennis

di Raoul Ruberti

jmdp

Se il tennis maschile si guardasse allo specchio, una di queste mattine, avrebbe chiesto a Babbo Natale una crema anti-età. Il 2016 ha costretto il tour ad accettare quello che è e sarà nei prossimi anni, senza più voltare il viso per ignorare le rughe e le zampe di gallina. Che cosa è successo nella stagione appena terminata, e cosa significa? Noi proviamo a spiegarlo in 10 punti, uno per mese (perché a dicembre non si gioca e febbraio è il Plutone del calendario).

GENNAIO – Addio, vecchio pirata

Molti hanno lodato il carattere di Lleyton Hewitt, dannando la brevità dello spiraglio concessogli tra la generazione di Agassi e Sampras e quella dei Fab Four. Altrettanti hanno trovato sgradevole il suo gioco, funzionale ma poco catchy, e poco sportivi i suoi “c’mon!” all’errore avversario. Ma a lui, finché il match non era finito, non è mai fregato niente. È perciò che pur sapendo di avere tutte le telecamere puntate addosso, quando si è alzato per l’ultima volta dalla sua panchina per dirigersi a fondo campo, si è sistemato i gioielli di famiglia in mondovisione.

Al match point che ha concluso la sua carriera – all’Australian Open, lo Slam di casa che non è mai riuscito a vincere – sono seguite due interviste: una goffa a David Ferrer, tenero nei tentativi di rendere omaggio al suo idolo in un inglese sconnesso, e una più lunga proprio a Hewitt. Terminate entrambe Rusty si è diretto verso gli spogliatoi, ingobbito verso i figli da ascoltare e tenere per mano. La regia li ha seguiti lungo il tunnel azzurrognolo finché non hanno svoltato a sinistra, uscendo dall’inquadratura, e poi è rimasta ad inquadrare la parete di fondo. Al centro dell’immagine campeggiava una gigantografia di Hewitt, sulla quale sarebbe stato bello iniziare a veder scorrere dei titoli di coda.

MARZO – Coniugata Fognini

Quanto ci si sente vecchi nel telefonare a distanza di anni a un amico dell’università,  che il mondo ci ha fatto perdere di vista, e scoprire che ha messo su famiglia? Che non è più l’ irresponsabile seduto sul tetto della macchina del rettore, in mutande, a ruttare birraccia trafugata chissà dove chissà a chi? E che magari ha sposato la prima della classe, quella tanto bella quanto concentrata sui test per entrare a Legge? Lo scorrere del tempo si percepisce soltanto nel rapporto con gli altri, questa è la verità.

Alle soglie di marzo Fabio Fognini e Flavia Pennetta hanno annunciato le loro nozze, facendoci invecchiare di colpo di dieci anni. Al matrimonio dei “Fognetta” – così si sono ribattezzati i due, sotto uno strato di auto-ironia forse troppo spesso – la stampa ha dato il sapore stucchevole della favola più comoda, quella della brava ragazza che sposa l’irriverente bastardello, dolce soltanto con lei, e forse lo redime un po’.

Quando Fognini ha fatto un casino a Wimbledon con Feliciano Lopez e poi un altro casino a Mosca con Carreno Busta, la stessa stampa è stata pronta a restituirsi l’altra favola a cui è affezionata: quella del “solito Fognini che non cambierà mai”.

Fabio Fognini of Italy reacts during the first round match against Guillermo Garcia-Lopez of Spain in the Italian Open tennis tournament at the Foro Italico in Rome, Italy, 09 May 2016. ANSA/ETTORE FERRARI

APRILE – Fedal

L’elefante nella stanza del grande tennis c’è già da un po’, ma è in primavera che si è messo a barrire forte. Quindi è ora di dirlo, cercando parole calme e porgendo un bicchier d’acqua a chi lo ascolta: Roger Federer e Rafael Nadal sono al termine delle rispettive carriere.

Per Federer il 2016 è stato il primo anno senza titoli dal lontano 2000, cioè da quando aveva 19 anni, un brutto carattere e un ancor più brutto chignon. Ha saltato tutto tra Australian Open e Monte Carlo a causa di un infortunio domestico, e a causa di problemi alla schiena e al ginocchio ha chiuso in anticipo il suo programma dopo la semifinale a Wimbledon, l’unico luogo dove è sembrato rifiorire.

Per Nadal è stata la seconda stagione consecutiva senza vincere il Roland Garros, un inedito assoluto. Si è consolato con Monte Carlo e Barcellona in fila, ma il suo tennis è apparso globalmente meno efficace non soltanto nei confronti tra stili, ma anche e soprattutto contro avversari simili a lui (vedi la sconfitta con Thiem a Buenos Aires). Ha annunciato di essersi sottoposto a un trapianto di capelli, di essere interessato all’acquisto del Milan e di sentirsi perseguitato dalla magistratura comunista, e una delle tre è vera.

Quest’anno non si è disputato neppure un Fedal, cioè un derby tra Federer e Nadal. E per quanto tutti si impegnino come pazzi, nessuno sembra in grado di raccogliere la loro eredità culturale ed emozionale.

rafaroger

MAGGIO – All’ombra dell’ultimo Nole

Forse viviamo già nel futuro. Precisamente in quel futuro già buono per raccontare che “non potevamo saperlo, e avremmo dovuto essere molto molto molto (periodico) bravi per intuirlo, ma la vittoria di Novak Djokovic al Roland Garros avrebbe segnato il punto più alto della sua parabola tennistica”. Da lì in poi, infatti, l’imponderabile ha preso il sopravvento e ha deciso di far collassare la realtà che conoscevamo verso un buco nero.

Dalla navicella che dobbiamo ancora costruire ricorderemo che “appena ottenuto l’unico titolo major mancante, il dominatore del circuito implose. La scatola nera del vecchio mondo elenca la seguente cronologia: iscritto a Wimbledon da campione in carica d’ogni Slam, Djokovic viene sconfitto dall’onesto Sam Querrey; manca l’oro olimpico; perde in finale agli US Open; chiude con Boris Becker”.

Appena atterrati riprenderemo il discorso, dedicandogli lo spazio e il tempo che merita. Per adesso attendeteci con un pensiero consolatorio: se neppure l’invincibile Robo-Novak è sopravvissuto al 2016, allora i vostri sgarri alla Dukan non sono stati poi così gravi. Almeno, non tanto da lasciarci alla deriva nel cosmo.

GIUGNO – Marcus Willis

Il Re contro l’intruso (di cui vi abbiamo parlato qui), in un video che parla da solo.

LUGLIO – La nostra Davis, la loro Davis

L’Italia di tennis ha affrontato l’Argentina a luglio, nei quarti di finale di Coppa Davis, a quarant’anni dall’unica “insalatiera” azzurra. La sollevammo nel 1976 a Santiago del Cile, dove in molti non volevano neppure che l’Italia andasse a giocare: “Non si giocano volée con il boia Pinochet” cantavano i manifestanti dalle finestre del CONI occupato, sul Lungotevere. Le forti contestazioni politiche che infiammarono quella stagione, tuttavia, non impedirono al quartetto comandato da Panatta di volare verso la sua coppa. Della questione ancora oggi i diretti interessati parlano di rado, malvolentieri e mai all’unanimità.

L’Italia di tennis ha affrontato l’Argentina a luglio, sulla terra rossa di un circoletto pesarese, quattro mesi prima del liberatorio successo albiceleste. Gli argentini sono arrivati numerosissimi sull’Adriatico, cantando canzoni allegre per scacciare le ombre delle loro quattro finali, perse nonostante Vilas prima e Nalbandian poi. La squadra capitanata da Barazzutti – che a Santiago c’era e giocò – non ha saputo far molto ed è uscita tra le polemiche perché Delbonis, Pella e il malconcio del Potro non avevano le fattezze di Vilas né di Nalbandian, né tantomeno quelle degli eroi achei in cui si sarebbero trasformati per espugnare anche Glasgow e Zagabria.

L’Italia di tennis affronterà l’Argentina di nuovo, a febbraio. Quando voleremo sull’Atlantico saranno passati pochi mesi dalla loro vittoria, quarantun anni dalla nostra.

AGOSTO – Ti voglio bene Juan Martin

Juan Martin del Potro, da Tandil, è un ragazzone dagli occhi buoni. Gioca un tennis fulminante e grazie a quello ha abbracciato una coppa dello US Open, nel 2009. Ad agosto è volato a Rio de Janeiro per giocare le Olimpiadi con tutti parlavano ancora di lui al passato remoto, come si parla d’una montagna o di un lago prosciugato. La ragione di tale atteggiamento è che del Potro era stato fermo per anni a causa di una serie di infortuni al polso, che lo avevano costretto a troppi bisturi e al pensiero di una vita senza tennis, e il ritorno non sembrava poter essere definitivo.

Al primo turno del torneo olimpico del Potro ha pescato Novak Djokovic e, nonostante avesse passato la mattinata rinchiuso dentro un ascensore guasto, l’ha superato come si supera l’ennesima tappa di una Via Crucis. La medaglia d’argento che ha meritato pochi giorni dopo (di cui vi abbiamo parlato qui) non è stata l’orologio di lusso del pensionamento, perché Palito ha continuato a risalire. Per il suo 2016 bisognerebbe spendere fiumi di parole, ma suonerebbero tutte come l’ennesimo tentativo di appropriarsi della sua vita tennistica più che come una tardiva restituzione di essa.

jmdp

SETTEMBRE – Stan Wawrinka ha vinto gli US Open

Se mai vi capiterà di trovarvi accanto a Stan Wawrinka, vi renderete conto che non è esattamente come ve lo sareste immaginato. A volte sembra più basso che in TV, a volte più grosso, e chiuso in un broncio educato non proietta l’aura degli altri campioni, che entrano in una stanza e sembrano occuparla tutta da soli. Sembra una persona normale (e uno scemo su Instagram).

La più grossa differenza tra Stan Wawrinka e le persone normali è anche quella tra lui e quasi tutti i suoi colleghi: i titoli Slam. Wawrinka è tra i pochissimi ad averne vinti tre, per giunta tutti diversi, scanditi uno all’anno dal 2014 ad oggi. Quest’anno è toccato allo US Open, di nuovo in finale contro Novak Djokovic – Wawrinka è anche uno dei pochi tennisti a salire sensibilmente di livello nelle partite importanti, il che significa anche molte eliminazioni sciocche nei primi turni. Gli manca soltanto Wimbledon e forse è il caso di gettare un occhio alle quote per il 2017.

OTTOBRE – Il ciclo della vita (P.S. Kyrgios è pazzo)

Ottobre ha ridefinito il modo in cui il tour ATP considerava la propria gioventù. Tra indoor europeo e swing asiatico sono arrivate prime conferme e qualche passo falso, tutti segnali di come questi “giovani”, dai pregi e limiti già chiari, facciano ormai parte a pieno diritto del circuito maggiore. In testa al gruppo c’è chi si tortura perché deve arrivare ancora dappertutto, come Dominic Thiem che si iscrive a ogni torneo che incontra fino a scoppiare, e c’è chi già si è stufato e vuole andarsene, come Nick Kyrgios che abbandona l’avversario in campo perché avrebbe preferito “diventare giocatore di pallacanestro”.

Segue chi ha ottenuto il primo titolo in carriera, come Lucas Pouille, Alexander Zverev e Karen Khachanov: il primo, il francese, è un ragazzo dal tennis furbo e duttile che ricorda l’emoji dell’occhiolino con linguaccia; il secondo, il tedeschino, prova a nascondere la pressione con la timidezza e la timidezza con l’arroganza ma gioca un rovescio come pochi; il terzo, il russo, ama gli scacchi e tira testate nucleari con il dritto. C’è infine anche chi deve ancora sollevare una coppa e intanto ha già la fede al dito, come il diciottenne Taylor Fritz, miglior classificato della nuova cucciolata statunitense.

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Sono tutti caratteri diversi ma devono capire tutti la stessa cosa: essere ragazzi non è un alibi, il tennis ci metterà un attimo a trattarli da adulti. Anche perché mentre loro ottenevano il primo, ambito ruolo nel tour, qualcun altro più in basso già si muoveva per sostituirli nei provini.

NOVEMBRE – New World Champion

Abbiamo iniziato a parlare di quest’anno attraverso un tennista ormai ex. Quindi ci siamo messi a parlare dei tennisti che lo pensionarono in anticipo e che, ognuno per la sua ragione, si avviano verso lo stesso inevitabile destino. Poi siamo passati a parlare chi è tornato, forse troppo tardi, e a chi è appena partito, e chissà quando e se arriverà. E così, lentamente, tra piccoli fatti e grandi parole, abbiamo capito di cosa l’anno stesse invece parlando a noi: di transizione.

Quando Andy Murray gioca meglio di Novak Djokovic e lo batte, nella prima finale del Masters a mettere in palio il titolo di numero 1 al mondo, la transizione completa il proprio inizio. Murray conserva la cintura dei pesi massimi del tennis, ottenuta due settimane prima al termine di un semestre di vittorie così limpide da valere come traduzione sportiva dell’unica risposta buona per i suoi detrattori, troppi e mai domi: “Provateci voi, se ne siete capaci”.

Non c’è da illudersi, l’invito verrà raccolto da tanti, il prossimo anno. Murray sa di non essere destinato a proiettare mai un’ombra più grande di lui, che incuta negli avversari il timore reverenziale che era la prima arma dei suoi tre predecessori. Tra dodici mesi, quando la musica del gioco delle sedie tennistico si fermerà di nuovo, scopriremo se avrà conservato il suo posto a sedere.

Raoul Ruberti