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Pallone, Ricorrenze

Tutte le volte in cui l’Old Firm ha parlato italiano

di Crampi Sportivi

old firm

L’Old Firm ha un fascino senza pari nel Vecchio Continente, in quanto non è solo uno scontro di civiltà che avviene all’interno della stessa città, ma è anche la sfida che molte volte (se non sempre) ha determinato l’andamento del campionato scozzese, basti pensare che dal 1985 si spartiscono l’ambito primo posto (l’ultima squadra a vincere senza provenire da Glasgow è stata l’Aberdeen del futuro Sir Alex Ferguson).

Dal 1996 in poiquesto derby ha anche assimilato al suo interno un po’ di cultura calcistica dello Stivale; come novelli conquistatori, infatti, un gran numero di calciatori italiani hanno percorso la stessa strada dell’esercito romano poco meno di duemila anni fa superando il limes del Vallo di Adriano e vestendosi di biancoverde e/o di blues.

Da vent’anni, quindi, il Vecchio Affare di Glasgow è diventato in qualche modo una questione anche italiana

Paolo Di Canio (1996-97)

Di Canio ha vestito, anche se solo per una stagione, la maglia storica biancoverde di Glasgow: “Quando indossi la maglia del Celtic è come una trasfusione, 100 anni di storia permeano la tua pelle”. Per uno come lui che ha sempre interpretato ogni partita come una battaglia, i verdi campi scozzesi hanno rappresentato una sorta di breve ma intensa catarsi.

Da centravanti rabbioso e astuto, va a fare parte di quelli che il presidente Fergus McCann definisce i “Three Amigos”: Di Canio più l’olandese Pierre van Hooijdonk e il portoghese Jorge Cadete.

Partito dal Quarticciolo e arrivato al Celtic Park, il primo problema che deve affrontare è la lingua: nelle prime interviste si susseguono i “ma incredible” o i “very, very, very” ripetuti fino allo sfinimento. Ad ampliare il suo dizionario e a migliorare la pronuncia ci pensano il karaoke e un cd degli amati Oasis. In campo invece comprende subito il linguaggio del gioco e la sua maglia biancoverde non esce mai pulita dal rettangolo verde; assieme ai suoi compagni, fa di tutto per scalzare dal trono scozzese i Rangers del duo Gascoigne-Brian Laudrup.

Segna a ripetizione un gran numero di gol tutti di pregevole fattura e qualcuno anche nei derby cittadini. Quindici reti gli bastano per ottenere l’SPFA Player of the year award, la lite con Ian Ferguson nel marzo del ’97 gli concede l’immortalità tra i tifosi dei Celtic.

Enrico Annoni (1997-99)

Un italiano che vince all’estero oggi è normalità. Nei gloriosi e glorificati anni ’90 però le cose erano differenti: i giocatori oltre i confini alpini erano pochi e non proprio fortunati. Così uno dei nostri primi compatrioti a raggiungere la vetta di un campionato straniero è stato Enrico Annoni. Tra gennaio e febbraio del 1997 il fu Tarzan si trasferisce dalla Roma al Celtic per un miliardo.

È un adattamento complesso il suo: la svolta avviene all’inizio della stagione 1997-98, quando si infortuna il difensore francese Mahe. Wim Jansen, allenatore olandese dei Celtic, decide di dare fiducia ad Annoni, lasciato in precedenza tra le riserve. Il campionato con Tarzan titolare termina con la vittoria dei biancoverdi, davanti di due punti ai più titolati Rangers. Annoni annulla addirittura Laudrup durante uno degli Old Firm di quell’annata.

Dopo nove anni di dominio blues, il collettivo prevale sulle grande individualità degli avversari. La festa esplode al Parkhead dopo la vittoria contro il St.Johnstone; nessun filo d’erba resiste alla razzia dei tifosi scozzesi. Non resiste neppure Annoni al cambio di allenatore, via Jansen dentro Vengols. Il mister ceco non lo considera così nel luglio del ’99 torna nella sua Roma, da dove era partito.

Marco Negri (1997-1999; 2000-2001)

I Rangers nel 1997 decidono coscientemente di divenire una colonia, sportivamente parlando, del calcio nostrano. Uno degli ultimi ad arrivare è il classico bomber di provincia (che in realtà di classico ha ben poco): Marco Negri. I Blues cercano un ricambio per McCoist e l’attaccante milanese, dopo due anni di Perugia, è pronto a muoversi all’interno di una nuova area di rigore.

L’impatto è “vagamente” memorabile: 23 reti nelle prime 10 partite, una media spaventosa. La seconda parte di stagione non è paragonabile alla prima: in 4 mesi 30 goal, poi solo 4. A frenarlo c’è un infortunio stupido per la modalità, quanto terribile per le conseguenze: durante una partita di squash con un altro italiano, Sergio Porrini, la pallina lo colpisce all’occhio destro. Diagnosi: distaccamento della retina. Di lì in poi la sua esperienza a Glasgow, come del resto la sua carriera, è soltanto un lento avvicinamento verso la fine. E pensare che, con quelle prestazioni, era arrivato a un passo dal Mondiale di Francia.

The Moody Italian, l’italiano lunatico, aveva però già fatto abbastanza per entrare nel cuore dei tifosi scozzesi, grazie soprattutto a una sua rasoiata mancina nell’Old Firm di quell’anno.

Lorenzo Amoruso (1997-2003)

Di tutti i calciatori italiani che hanno vestito le gloriose maglie dei Celtic e dei Rangers, è lui, molto probabilmente, il più importante di sempre. La sua presenza con i blues ha segnato una rivoluzione copernicana dello sport a Glasgow: per la prima volta la forza protestante per eccellenza ha conferito la fascia di capitano a un cattolico. Ma facciamo un passo indietro.

Nell’ondata di calciatori italiani verso la Scozia del 1997 entra anche lui, lasciando dopo due stagioni la maglia viola della Fiorentina. Esordisce proprio in un Old Firm: dopo 19 minuti sostituisce un compagno infortunato, gioca bene e i Rangers vincono per 2-1. I tifosi dei Celtic lo hanno già etichettato a causa della questione religiosa come un traditore; sotto la maglia porta il crocifisso ed evita di farsi il segno della croce in campo, ma lo fa nel tunnel, non volendo “ferire i compagni e chi viveva” al suo fianco. Alla prima partita della stagione 1998-99, Dick Advocaat, appena arrivato sulla panchina scozzese, decide di consegnare ad Amoruso la fascia di capitano. Diventa un simbolo, i giornalisti lo criticano ma lui in cinque stagioni onorerà la maglia con successi e impegno.

Avrebbe addirittura voluto vestire la maglia della nazionale scozzese, ma le regole (di quel tempo) glielo impedirono per un paio di partite disputate nelle giovanili azzurre. Poteva diventare il William Wallace d’oltremanica di una nuova Scozia. Lo è stato comunque ma solo di Glasgow.

Luigi Riccio (1997-99)

Non sempre Rangers e Celtic hanno rappresentato per i nostrani calciatori un’isola calcisticamente felice. È questo il caso del centrocampista Luigi Riccio, arrivato da Perugia (assieme al nostro prossimo protagonista) per vestire la maglia blu e destinato però a disputare in due anni una sola presenza, contro il Motherwell il 15 maggio del 1999.

Per lui nonostante tutto, sono state stagioni fantastiche per l’esperienza accumulata in una delle società più organizzate d’Europa, per la possibilità di allenarsi con gente del calibro di Laudrup e Thern, per l’amicizia stretta e ancora oggi fondamentale con Gattuso e per l’incredibile onore di vedere Gazza abbassarsi le mutande nel pieno degli allenamenti per far ridere i suoi compagni.

Gennaro Gattuso (1997-98)

Senza l’anno ai Rangers il calcio italiano non avrebbe avuto uno dei centrocampisti più importanti della nostra recente storia, di certo il perno umorale e tattico della nazionale del 2006.

Tutto però inizia in una notte di Perugia: il giovanissimo Gattuso scappa nell’aprile del 1997 dal ritiro perugino; ne danno notizia i Tg e gli altri organi di informazione, finchè Rino non riappare qualche giorno dopo a Glasgow, condotto lì da suo padre, mentre mamma Costanza obiettava “ma dov’è questa Scozia?”. Gaucci rimane così senza un ottimo prospetto e senza soldi guadagnati a causa della scelta del diciottenne Gattuso, possibile grazie alle maglie aperte dalla Sentenza Bosman e dall’assenza di un contratto professionistico con la squadra umbra.

Il ragazzo è giovane, non parla una parola di inglese (dando origine a simpatici siparietti TV in cui chiede semplicemente a un accompagnatore “che vuole questo?”) e deve adattarsi al ritmo calcistico scozzese. Quest’ultima parte è quella che gli rimane più semplice. Il suo primo contatto con l’Old Firm lo ha con la squadra riserve, di fronte però a 40.000 tifosi, “Sono pazzi questi”. Viene affidato alle cure di Gascoigne, che lo perseguita giornalmente con scherzi di ogni genere; lui non reagisce, assimila e scarica in campo. Walter Smith lo adora, i tifosi intonano cori per lui e lo soprannominano Braveheart; in cambio lui lotta e segna a sorpresa anche qualche rete. A Glasgow per di più conosce la sua futura moglie, Monica, in un ristorante italiano al centro della città, gestito dalla famiglia di lei. Un anno d’oro, seguito da un’estate, quella del ’98 difficile: Advocaat lo vorrebbe far giocare come difensore, lui rifiuta ed è costretto ad andare via, tornando in Italia, stavolta a Salerno.

Sergio Porrini (1997-2001)

Lo abbiamo già nominato nello sfortunato infortunio di Negri; in un’intervista, ricordando l’incidente dello squash, l’attaccante venuto da Perugia tratteggiava il carattere del suo compagno: “lui doveva vincere, era competitivo” ed anche in quella partitella giocò in maniera aggressiva con l’intento di distruggere l’avversario.

Un semplice incontro di squash racconta l’inizio della parabola discendente della carriera di Negri, ma anche molto del carattere duro di Sergio Porrini. Ai Rangers si ritaglia quello spazio che nella Juventus di Lippi aveva perso con l’arrivo di Ferrara e il cambiamento del modulo (difesa a tre). Inizia giocando al centro con Gough, ma con Advocaat e l’affermazione di Amoruso ritorna nel suo ruolo originale, un rude terzino destro.

Il video che lo celebra (pur essendo una compilation completa dei suoi goal all’Ibrox: 6) ha due aspetti indicativi, il titolo e la colonna sonora: “L’uomo duro” e “Rock out” dei Motörhead.

Paolo Vanoli (2003-2004)

Il terzino sinistro ex-campione di (quasi) tutto con il Parma, Paolo Vanoli, nel 2003 dà una svolta alla sua vita e si dirige verso lidi sconosciuti, iniziando un suo curioso girovagare per l’Europa. Ha tanta voglia di provare un’esperienza fuori dai confini italiani e la prima tappa è rappresentata dai Rangers. Arriva con un duplice sogno: giocare l’Old Firm, segnare all’Ibrox.

Dalla lista dei desideri le spunta entrambe: come al solito in Scozia i derby di Glasgow sono tanti tra campionato e coppe, il vento però in quegli anni è cambiato e spira in favore dei Celtic; così avviene che Vanoli riesca a giocare un buon numero di Old Firm senza vincerne però neanche uno. La sfortuna nei derby viene ripagata da un goal bello quanto inatteso in una sfida contro il Dundee: da circa trenta metri carica il sinistro e scaglia il pallone all’incrocio dei pali. Il suo grande sogno si realizza: sengnare e poi correre a braccia larghe sfiorando le mani di tutti i tifosi dell’Ibrox.

Filippo Maniero (2005)

Sì, anche lui ha fatto parte della schiera di calciatori andati in Scozia, sponda Rangers. Nessuno o pochi si ricordano di questo passaggio della carriera di Pippo Maniero, ma il motivo è semplice: a Glasgow è rimasto 40 giorni, senza giocare neanche un minuto.

La storia poteva essere differente in quanto nell’estate del 1997, in quel famoso calciomercato in cui i Rangers si riempiono di italiani, l’Hellas sta per cedere Maniero al Parma, ma proprio gli scozzesi, prima di acquistare Negri, si inseriscono a suon di miliardi. Troppo tardi, i contratti sono stati firmati e l’offerta viene respinta. Sei anni dopo a 33 anni, emigra finalmente verso la Scozia, ma nessuno avrà l’opportunità di godere delle sue reti.

Massimo Donati (2007-2009)

Chi più di tutti ha sentito la maglia di una delle due squadre di Glasgow, in questo caso i Celtic, diventare una seconda pelle è di certo Massimo Donati. Lo ha dimostrato con un gesto non scontato, nè richiesto, quello di tatuarsi il simbolo dei Celtic sopra il cuore. Ha respirato così tanto l’aria del campionato scozzese, che ritornato in patria, non ha mai più riprovato le stesse sensazioni assaporate in terra britannica. Così, quella che sembrava essere una parentesi fuori dagli schemi, è diventata il punto focale della sua carriera.

Dimostra di non sentire particolari pressioni da parte di un ambiente alquanto esigente, prendendosi subito la maglia numero 18, quella lasciata libera dall’ex capitano Neil Lennon. Nel centrocampo muscolare di Strachan si integra alla perfezione, dando il suo contributo nella Scottish Premier League come anche in Champions (suo il goal decisivo a tempo scaduto contro lo Shakthar).

Diventa un idolo per i tifosi, per i quali è “Mo Mo”, ma dopo due stagioni torna a casa. A 35 anni ha però compreso che la sua vera patria calcistica è lontana da Bergamo e da Bari; si chiama invece Scozia, oggi non più gli amati Celtic, ma l’Hamilton nella Midland Valley scozzese, stadio da 6.000 spettatori e un caro saluto ai ritiri dorati negli USA, in Medio Oriente o in Asia.

Leonardo Fasan (2010-oggi)

L’unico residuo di italianità nell’Old Firm, è nato curiosamente come Donati a San Vito al Tagliamento, proviene dalla scuola Udinese, è un portiere di ventidue anni e gioca nei Celtic. Non ha di fatto mai avuto l’opportunità di dimostrare il suo valore in campo, anche se i biancoverdi sono stati i primi a credere in lui, facendogli firmare il contratto da professionista e inserendolo alle volte nella lista Champions. È lì da sei anni, in estate ha giocato l’amichevole di lusso contro l’Inter ed ora attende dietro Gordon e De Vries la sua occasione.

Non credo che l’Old Firm ci darà la gioia di vederlo tra i pali, ma a Glasgow mai dire mai.

Articolo a cura di Lorenzo De Alexandris

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