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Pallone, Ritratti, Serie A

Dei debutti e delle pene

di Simone Nebbia

zago infortunio

Questa è una storia breve, amara. Vero è che il calcio conta numerose storie sfortunate, di drammi inattesi e ostacoli imprevisti. E questa è in ogni caso storia dell’uomo. Ma per la generazione nata e cresciuta negli anni ’80, l’ultima le cui statiche e sorridenti figurine Panini non avevano ancora ceduto il passo all’animazione tridimensionale dei videogiochi, alcune esperienze sembrano restare impigliate come un insetto, là dove non c’è nemmeno un ragno a darne giustizia e dignità. E nella vita quante volte sarà successo, di arrivare a un passo dall’approdo e naufragare nell’altra direzione, un passo, un piede messo male e tutto cambia di segno, la vita cambia ritmo, si va più lenti, il traguardo si fa miraggio, il desiderio, utopia.


Zago al primo gol in Serie A

Alvise Zago veniva da Rivoli, uno di quei posti vicino Torino che poi nel tempo sono diventati Torino stessa, a tal punto esteso il reticolato urbano. Ma anche all’epoca per andare in città ci mise poco, il biondo Alvise, più precisamente per andare sulla sponda granata del Po, il Torino che di calciatori talentuosi cui affidare una maglia ne aveva conosciuti non pochi, epici. Ma a Rivoli Alvise ci era nato nel 1969, capiamo bene allora che quando il giorno del debutto in serie A con il numero dieci di Valentino Mazzola sulle spalle è griffato 1988, non ha che 19 anni il fantasista cresciuto nello stesso vivaio di Vieri e Lentini, a Borgo Filadelfia. Eppure non sembra per nulla sentire il peso, ma perimetra lo spazio concesso sulla trequarti di passaggi e incursioni in area di rigore che subito lo promuovono come uno dei più completi in un ruolo, quello del fantasista, che stava proprio in quell’epoca cambiando il suo status.

Il calcio si andava velocizzando e con esso i pensieri cui far seguire le azioni; Alvise fu immediatamente con evidenza un calciatore moderno, in grado di comprendere la posizione in campo con estrema rapidità, di accorciare sul regista avversario in fase difensiva e di determinare ogni cambio di ritmo; la palla tra i piedi, allora, iniziava ad essere un tesoro da conservare e concedere al lusso di un’intuizione. La ricchezza di gioco prodotta dal giovane rivolese convinse molto presto un allenatore esperto come Gigi Radice del fatto che non poteva privarsene. Fu così che, se i genitori gli avevano un giorno concesso le chiavi di casa per tornare dalle scuole, l’allenatore brianzolo amante del pressing a tutto campo – e dunque della freschezza atletica – gli consegnò le chiavi di una squadra che stava costruendo qualcosa di bello: le basi di successive felici apparizioni nazionali ed europee. Cui però Zago mai partecipò.

Perché questa è una storia breve. Durata non più di 17 partite, il girone d’andata ‘88-’89. Fino al momento in cui la gamba si impunta dopo uno scontro e spezza il legamento in due punti diversi, sul campo di Genova dove per ironia della sorte Zago ha anche realizzato l’unica rete della sua squadra (la seconda in serie A) e contro quella Sampdoria con cui ha debuttato, in casa, nel girone d’andata. Ci sono poche immagini che narrano un frammento di carriera, i giornalisti che dopo il suo debutto nell’Under 21 di Cesare Maldini pregustavano anni di racconti epici in mezzo al campo si sono via via sfilati, finendo tutti – come me ora – a raccontare della sfortuna, di una carriera spezzata, proliferando articoli di questo tipo, ognuno fermo a quello scontro appena dopo la propria area di rigore. Perché scriverne ancora, quante volte una storia ha bisogno di essere narrata perché possa dirsi conclusa?


Il giorno dell’infortunio

Questa è storia breve, non ne diremo oltre. E no, non è un moto di nostalgia, ma una piccola, minuta indagine su una certa trasformazione del “calcio percepito”: Zago, una carriera di mezzo campionato. In una squadra che cambiò allenatore ancora prima e che a fine anno peggio ancora retrocesse. Eppure c’è qualcosa che continua a colpire, qualcosa che già la generazione successiva forse stenta a mettere a fuoco: il suo ingresso in campo fin dalla prima volta fu seguito con un’attenzione misurata, che potesse centrare le sue potenzialità esclusivamente sportive, inquadrandole a prescindere dai clamori invece riservati ai debutti dell’epoca contemporanea, quella voracità di esperienze sensazionali come di quanti mesi e giorni siano più giovani i giocatori ragazzini buttati in campo a farsi sparare flash sulle divise ancora nemmeno sudate, diciottenni pagati i soldi di una Ferrari al giorno quando non hanno nemmeno mai fatto i quiz della patente, starlette dalle pettinature improbabili che manco le Winx se avessero un contratto con la Nike. Con che piede calcia il giovane Kean? In che ruolo gioca il giovane Pellegri? Qualcuno se l’è almeno domandato? Non manca quel calcio per il modulo di gioco, per l’affezione alla maglia, per la caratura dei suoi protagonisti, manca ciò che potevamo considerare un avvenimento terreno, privo del supereroismo da parrocchia in cui affoga, sbandierata oltre i confini delle proprie conquiste, ogni smisurata fede. Zago ha militato poi nelle serie minori, non ha più fatto parlare di sé i grandi giornalisti e il suo talento è finito tra la pozzolana e il West, ma chi è nato a Rivoli, poco lontano dalla Torino regia dei Savoia, sa che oltre le discendenze al trono c’è ancora dalle sue parti un castello, una dimora sabauda, la cui costruzione non è mai stata ultimata. I Savoia sono scomparsi, la loro architettura, anche quella interrotta, è rimasta lungo il tempo. Vuoi vedere che la storia si fida più di quel che non conclude?

Simone Nebbia

Simone Nebbia è nato il 4 luglio, tre anni e un giorno prima dell'ingresso di Maradona al San Paolo. Ha tuttavia affrontato la propria formazione convinto dell'esistenza di una connessione tra un battito d'ali di una farfalla in Giappone e un rigore sbagliato da Martin Palermo alla Bombonera di Buenos Aires. Negli anni dell'infanzia esistevano l'ala sinistra (di cui si vanta di essere uno degli ultimi esemplari) e il passaggio al portiere, al Giro d'Italia Fignon si metteva la Gazzetta sotto la maglia, il "serve and volley" di Edberg stava al tennis come la DeLorean agli sterrati. È tra i pochi a conoscere la verità sullo scandalo Lipopill del 1990, ma se ne vanta con parsimonia. Inizia a scrivere, la cosa gli prende un po' la mano. Si assegna tre scudetti, due Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e il Pallone d'Oro 1998. Racconta di quando col sinistro su calcio di punizione, in trasferta a Goteborg sotto la neve, ha dato al pallone arancione un effetto tale che l'aurora boreale arrivò con sei mesi d'anticipo. Nessuno ha mai osato contraddirlo.

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Simone Nebbia

Simone Nebbia è nato il 4 luglio, tre anni e un giorno prima dell'ingresso di Maradona al San Paolo. Ha tuttavia affrontato la propria formazione convinto dell'esistenza di una connessione tra un battito d'ali di una farfalla in Giappone e un rigore sbagliato da Martin Palermo alla Bombonera di Buenos Aires. Negli anni dell'infanzia esistevano l'ala sinistra (di cui si vanta di essere uno degli ultimi esemplari) e il passaggio al portiere, al Giro d'Italia Fignon si metteva la Gazzetta sotto la maglia, il "serve and volley" di Edberg stava al tennis come la DeLorean agli sterrati. È tra i pochi a conoscere la verità sullo scandalo Lipopill del 1990, ma se ne vanta con parsimonia. Inizia a scrivere, la cosa gli prende un po' la mano. Si assegna tre scudetti, due Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e il Pallone d'Oro 1998. Racconta di quando col sinistro su calcio di punizione, in trasferta a Goteborg sotto la neve, ha dato al pallone arancione un effetto tale che l'aurora boreale arrivò con sei mesi d'anticipo. Nessuno ha mai osato contraddirlo.